LUDOVICO ARIOSTO.

ORLANDO FURIOSO.

Parte 2.
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       BIBLIOTECA TELEMATICA PER NON VEDENTI.
          "Regala un libro ad un cieco".
PROGETTO: ANTOLOGIA ELETTRONICA DELLA LETTERATURA ITALIANA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Breve Biografia.
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LUDOVICO ARIOSTO nacque l'8 settembre 1474 a Reggio Emilia da Niccol Ariosto, capitano della cittadella, e da Daria Malaguzzi.
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A tredici anni si stabil con la famiglia a Ferrara dove intraprese gli studi di legge; ma pi tardi, vista la scarsa disposizione per essi, venne affidato al dotto umanista Gregorio da Spoleto, e si dedic alla letteratura, frequentando gli umanisti della Corte estense. Nel 1500 morto il padre, rimase al giovane Ludovico, primogenito di dieci figli, la cura dell'intera famiglia.
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Cos dovette procurarsi un impiego. Per un anno fu capitano della rocca di Canossa; nell'ottobre del 1503 entr al servizio del cardinale Ippolito d'Este, fratello del duca di Ferrara Alfonso primo; il quale si valse dell'ingegno dell'Ariosto inviandolo in ambasciate in Toscana, in Lombardia, e a Roma presso i pontefici Giulio secondo e Leone Decimo.
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Nonostante queste mansioni, ed altre assai pi gravose, l'Ariosto non smise di pensare al suo poema, l'Orlando furioso, iniziato nel 1504 e lentamente ne prosegu la composizione che, si pu dire, dur tutta la vita. Una prima edizione di quaranta canti usc, a spese del cardinale a cui era dedicato, nel 1516. Ma di essa l'autore si ritenne insoddisfatto.
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L'anno dopo, il cardinale Ippolito, non avendolo l'Ariosto voluto seguire a Budapest, dove egli era stato nominato arcivescovo, lo licenzi. Gli venne in aiuto in questa dura circostanza il duca Alfonso, accogliendolo tra i suoi familiari, e nominandolo qualche anno dopo Governatore della Garfagnana, selvaggia regione appenninica infestata dai briganti.
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Conclusa questa missione, durata tre anni, e descritta in famose Lettere ufficiali, il poeta torn a Ferrara, compr una piccola casa e vi pass il resto dei suoi giorni in tranquillit, con la sua compagna, Alessandra Benucci, e il figlio Virginio. Il poema fu infine pubblicato in edizione definitiva nel 1532, con l'aggiunta di nuovi episodi e di sei canti. Mor il 6 luglio 1533.
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Ricordiamo altre opere dell'Ariosto: sette Satire in terzine, una prosa, L'Erbolato, le Lettere e scritti latini, e cinque commedie: La Cassaria, I Suppositi, La Lena, Il Negromante e Gli Studenti (quest'ultima condotta a termine dal fratello Gabriele e dal figlio Virginio sotto il titolo di Scolastica).
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Niente tuttavia rivela il carattere e le aspirazioni dell'Ariosto meglio del suo capolavoro: Orlando Furioso.
Il poema inizia dal momento in cui si interrompe l'azione dell'Orlando innamorato del Boiardo.
Tre sono le azioni dell'Orlando furioso, a cui si riannodano moltissimi episodi e personaggi secondari:
1. la guerra tra i cristiani e i saraceni che avevano invaso la Francia;
2. la pazzia di Orlando, paladino di Carlo Magno, per amore di Angelica;
3. gli amori e le nozze di Ruggiero e Bradamante da cui avr origine la stirpe degli Estensi, omaggio del poeta ai signori che lo ospitarono e lo protessero. 
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La critica ha molto insistito sul ritratto dell'Ariosto "uomo tranquillo", senza vocazione per l'azione, spinto suo malgrado a diventare uomo politico, ma in realt il quadro esige di essere sfumato: se da un lato, in lui c', indubbiamente, l'aspirazione a una vita sedentaria, raccolta, quieta, lontana dai travagli del tempo, confortata e risolta nell'assaporamento della poesia; dall'altro lato occorre riconoscere l'accettazione consapevole e cosciente del proprio impegno nella vita pratica, dell'attivit di diplomatico e di governatore abbandonato
spesso in situazioni difficilissime.
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Gli Estensi conoscevano i loro uomini e le loro capacit, e se affidarono all'Ariosto missioni di un certo rilievo, bisogna ammettere nel poeta una notevole attitudine all'azione. Questa compresenza di un Ariosto "attivo" e di un Ariosto "contemplativo" non significa d'altra parte una antitesi insanabile. La politica infatti per l'Ariosto non costituisce, come rappresenta invece per Machiavelli, una dimensione primaria ed esaustiva, ma un aspetto soltanto della pi vasta e ricca esistenza umana. Sicch passare dalla prassi alla poesia significa per l'Ariosto semplicemente questo: l'ascesa a un livello superiore di esistenza che comprende e pur travalica il momento dell'impegno nell'attualit.
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In questa parte: dal canto 16 al canto 30.
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CANTO SEDICESIMO.


1
Gravi pene in amor si provan molte,
di che patito io n'ho la maggior parte,
e quelle in danno mio s ben raccolte,
ch'io ne posso parlar come per arte.
Per s'io dico e s'ho detto altre volte,
e quando in voce e quando in vive carte,
ch'un mal sia lieve, un altro acerbo e fiero,
date credenza al mio giudicio vero.

2
Io dico e dissi, e dir fin ch'io viva,
che chi si truova in degno laccio preso,
se ben di s vede sua donna schiva,
se in tutto aversa al suo desire acceso;
se bene Amor d'ogni mercede il priva,
poscia che 'l tempo e la fatica ha speso;
pur ch'altamente abbia locato il core,
pianger non de', se ben languisce e muore.

3
Pianger de'quel che gi sia fatto servo
di duo vaghi occhi e d'una bella treccia,
sotto cui si nasconda un cor protervo,
che poco puro abbia con molta feccia.
Vorria il miser fuggire; e come cervo
ferito, ovunque va, porta la freccia:
ha di se stesso e del suo amor vergogna,
n l'osa dire, e invan sanarsi agogna.

4
In questo caso  il giovene Grifone,
che non si pu emendare, e il suo error vede,
vede quanto vilmente il suo cor pone
in Orrigille iniqua e senza fede;
pur dal mal uso  vinta la ragione,
e pur l'arbitrio all'appetito cede:
perfida sia quantunque, ingrata e ria,
sforzato  di cercar dove ella sia.

5
Dico, la bella istoria ripigliando,
ch'usc de la citt secretamente,
n parlarne s'ard col fratel, quando
ripreso invan da lui ne fu sovente.
Verso Rama, a sinistra declinando,
prese la via pi piana e pi corrente.
Fu in sei giorni a Damasco di Soria;
indi verso Antiochia se ne ga.

6
Scontr presso a Damasco il cavalliero
a cui donato aveva Orrigille il core:
e convenian di rei costumi in vero,
come ben si convien l'erba col fiore;
che l'uno e l'altro era di cor leggiero,
perfido l'uno e l'altro e traditore;
e copria l'uno e l'altro il suo difetto,
con danno altrui, sotto cortese aspetto.

7
Come io vi dico, il cavallier vena
s'un gran destrier con molta pompa armato:
la perfida Orrigille in compagnia,
in un vestire azzur d'oro fregiato,
e duo valletti, donde si servia
a portar elmo e scudo, aveva allato;
come quel che volea con bella mostra
comparire in Damasco ad una giostra.

8
Una splendida festa che bandire
fece il re di Damasco in quelli giorni,
era cagion di far quivi venire
i cavallier quanto potean pi adorni.
Tosto che la puttana comparire
vede Grifon, ne teme oltraggi e scorni:
sa che l'amante suo non  s forte,
che contra lui l'abbia a campar da morte.

9
Ma s come audacissima e scaltrita,
ancor che tutta di paura trema,
s'acconcia il viso, e s la voce aita,
che non appar in lei segno di tema.
Col drudo avendo gi l'astuzia ordita,
corre, e fingendo una letizia estrema,
verso Grifon l'aperte braccia tende,
lo stringe al collo, e gran pezzo ne pende.

10
Dopo, accordando affettuosi gesti
alla suavit de le parole,
dicea piangendo: - Signor mio, son questi
debiti premi a chi t'adora e cole?
che sola senza te gi un anno resti,
e va per l'altro, e ancor non te ne duole?
E s'io stava aspettare il suo ritorno,
non so se mai veduto avrei quel giorno!

11
Quando aspettava che di Nicosia,
dove tu te n'andasti alla gran corte,
tornassi a me che con la febbre ria
lasciata avevi in dubbio de la morte,
intesi che passato eri in Soria:
il che a patir mi fu s duro e forte,
che non sapendo come io ti seguissi,
quasi il cor di man propria mi traffissi.

12
Ma Fortuna di me con doppio dono
mostra d'aver, quel che non hai tu, cura:
mandommi il fratel mio, col quale io sono
sin qui venuta del mio onor sicura;
ed or mi manda questo incontro buono
di te, ch'io stimo sopra ogni aventura:
e bene a tempo il fa; che pi tardando,
morta sarei, te, signor mio, bramando. -

13
E seguit la donna fraudolente,
di cui l'opere fur pi che di volpe,
la sua querela cos astutamente,
che rivers in Grifon tutte le colpe.
Gli fa stimar colui, non che parente,
ma che d'un padre seco abbia ossa e polpe:
e con tal modo sa tesser gl'inganni,
che men verace par Luca e Giovanni.

14
Non pur di sua perfidia non riprende
Grifon la donna iniqua pi che bella;
non pur vendetta di colui non prende,
che fatto s'era adultero di quella:
ma gli par far assai, se si difende
che tutto il biasmo in lui non riversi ella;
e come fosse suo cognato vero,
d'accarezzar non cessa il cavalliero.

15
E con lui se ne vien verso le porte
di Damasco, e da lui sente tra via,
che l dentro dovea splendida corte
tenere il ricco re de la Soria;
e ch'ognun quivi, di qualunque sorte,
o sia cristiano, o d'altra legge sia,
dentro e di fuori ha la citt sicura
per tutto il tempo che la festa dura.

16
Non per son di seguitar s intento
l'istoria de la perfida Orrigille,
ch'a'giorni suoi non pur un tradimento
fatto agli amanti avea, ma mille e mille;
ch'io non ritorni a riveder dugento
mila persone, o pi de le scintille
del fuoco stuzzicato, ove alle mura
di Parigi facean danno e paura.

17
Io vi lasciai, come assaltato avea
Agramante una porta de la terra,
che trovar senza guardia si credea:
n pi riparo altrove il passo serra;
perch in persona Carlo la tenea,
ed avea seco i mastri de la guerra,
duo Guidi, duo Angelini; uno Angeliero,
Avino, Avolio, Otone e Berlingiero.

18
Inanzi a Carlo, inanzi al re Agramante
l'un stuolo e l'altro si vuol far vedere,
ove gran loda, ove merc abondante
si pu acquistar, facendo il suo dovere.
I Mori non per fer pruove tante,
che par ristoro al danno abbiano avere;
perch ve ne restar morti parecchi,
ch'agli altri fur di folle audacia specchi.

19
Grandine sembran le spesse saette
dal muro sopra gli nimici sparte.
Il grido insin al ciel paura mette,
che fa la nostra e la contraria parte.
Ma Carlo un poco ed Agramante aspette;
ch'io vo'cantar de l'africano Marte,
Rodomonte terribile ed orrendo,
che va per mezzo la citt correndo.

20
Non so, Signor, se pi vi ricordiate,
di questo Saracin tanto sicuro,
che morte le sue genti avea lasciate
tra il secondo riparo e 'l primo muro,
da la rapace fiamma devorate,
che non fu mai spettacolo pi oscuro.
Dissi ch'entr d'un salto ne la terra
sopra la fossa che la cinge e serra.

21
Quando fu noto il Saracino atroce
all'arme istrane, alla scagliosa pelle,
l dove i vecchi e 'l popul men feroce
tendean l'orecchie a tutte le novelle,
levossi un pianto, un grido, un'alta voce,
con un batter di man ch'and alle stelle;
e chi pot fuggir non vi rimase,
per serrarsi ne'templi e ne le case.

22
Ma questo a pochi il brando rio conciede,
ch'intorno ruota il Saracin robusto.
Qui fa restar con mezza gamba un piede,
l fa un capo sbalzar lungi dal busto;
l'un tagliare a traverso se gli vede,
dal capo all'anche un altro fender giusto:
e di tanti ch'uccide, fere e caccia,
non se gli vede alcun segnare in faccia.

23
Quel che la tigre de l'armento imbelle
ne'campi ircani o l vicino al Gange,
o 'l lupo de le capre e de l'agnelle
nel monte che Tifeo sotto si frange;
quivi il crudel pagan facea di quelle
non dir squadre, non dir falange,
ma vulgo e populazzo voglio dire,
degno, prima che nasca, di morire.

24
Non ne trova un che veder possa in fronte,
fra tanti che ne taglia, fora e svena.
Per quella strada che vien dritto al ponte
di san Michel, s popolata e piena,
corre il fiero e terribil Rodomonte,
e la sanguigna spada a cerco mena:
non riguarda n al servo n al signore,
n al giusto ha pi piet ch'al peccatore.

25
Religion non giova al sacerdote,
n la innocenza al pargoletto giova:
per sereni occhi o per vermiglie gote
merc n donna n donzella truova:
la vecchiezza si caccia e si percuote;
n quivi il Saracin fa maggior pruova
di gran valor, che di gran crudeltade;
che non discerne sesso, ordine, etade.

26
Non pur nel sangue uman l'ira si stende
de l'empio re, capo e signor degli empi,
ma contra i tetti ancor, s che n'incende
le belle case e i profanati tempi.
Le case eran, per quel che se n'intende,
quasi tutte di legno in quelli tempi:
e ben creder si pu; ch'in Parigi ora
de le diece le sei son cos ancora.

27
Non par, quantunque il fuoco ogni cosa arda,
che s grande odio ancor saziar si possa.
Dove s'aggrappi con le mani, guarda,
s che ruini un tetto ad ogni scossa.
Signor, avete a creder che bombarda
mai non vedeste a Padova s grossa,
che tanto muro possa far cadere,
quanto fa in una scossa il re d'Algiere.

28
Mentre quivi col ferro il maledetto
e con le fiamme facea tanta guerra,
se di fuor Agramante avesse astretto,
perduta era quel d tutta la terra.
ma non v'ebbe agio; che gli fu interdetto
dal paladin che vena d'Inghilterra
col populo alle spalle inglese e scotto,
dal Silenzio e da l'angelo condotto.

29
Dio volse che all'entrar che Rodomonte
fe'ne la terra, e tanto fuoco accese,
che presso ai muri il fior di Chiaramonte,
Rinaldo, giunse, e seco il campo inglese.
Tre leghe sopra avea gittato il ponte,
e torte vie da man sinistra prese;
che disegnando i barbari assalire,
il fiume non l'avesse ad impedire.

30
Mandato avea seimila fanti arcieri
sotto l'altiera insegna d'Odoardo,
e duomila cavalli, e pi, leggieri
dietro alla guida d'Ariman gagliardo;
e mandati gli avea per li sentieri
che vanno e vengon dritto al mar picardo,
ch'a porta San Martino e San Dionigi
entrassero a soccorso di Parigi.

31
I cariaggi e gli altri impedimenti
con lor fece drizzar per questa strada.
Egli con tutto il resto de le genti
pi sopra and girando la contrada.
Seco avean navi e ponti ed argumenti
da passar Senna che non ben si guada.
Passato ognuno, e dietro i ponti rotti,
ne le lor schiere ordin Inglesi e Scotti.

32
Ma prima quei baroni e capitani
Rinaldo intorno avendosi ridutti,
sopra la riva ch'alta era dai piani
s, che poteano udirlo e veder tutti,
disse: - Signor, ben a levar le mani
avete a Dio, che qui v'abbia condutti,
acci, dopo un brevissimo sudore,
sopra ogni nazion vi doni onore.

33
Per voi saran dui principi salvati,
se levate l'assedio a quelle porte:
il vostro re, che voi sete ubligati
da servit difendere e da morte;
ed uno imperator de'pi lodati
che mai tenuto al mondo abbiano corte;
e con loro altri re, duci e marchesi,
signori e cavallier di pi paesi.

34
S che, salvando una citt, non soli
Parigini ubligati vi saranno,
che molto pi che per li propri duoli,
timidi, afflitti e sbigottiti stanno
per le lor mogli e per li lor figliuoli
ch'a un medesmo pericolo seco hanno,
e per le sante vergini richiuse,
ch'oggi non sien dei voti lor deluse:

35
dico, salvando voi questa cittade,
v'ubligate non solo i Parigini,
ma d'ogn'intorno tutte le contrade.
Non parlo sol dei populi vicini;
ma non  terra per Cristianitade,
che non abbia qua dentro cittadini:
s che, vincendo, avete da tenere
che pi che Francia v'abbia obligo avere.

36
Se donavan gli antiqui una corona
a chi salvasse a un cittadin la vita,
or che degna mercede a voi si dona,
salvando multitudine infinita?
Ma se da invidia o da vilt s buona
e s santa opra rimarr impedita,
credetemi che prese quelle mura,
n Italia n Lamagna anco  sicura;

37
n qualunque altra parte ove s'adori
quel che volse per noi pender sul legno.
N voi crediate aver lontani i Mori,
n che pel mar sia forte il vostro regno:
che s'altre volte quelli, uscendo fuori
di Zibeltaro e de l'Erculeo segno,
riportar prede da l'isole vostre,
che faranno or, s'avran le terre nostre?

38
Ma quando ancor nessuno onor, nessuno
util v'inanimasse a questa impresa,
commun debito  ben soccorrer l'uno
l'altro, che militin sotto una Chiesa.
Ch'io non vi dia rotti i nemici, alcuno
non sia chi tema, e con poca contesa;
che gente male esperta tutta parmi,
senza possanza, senza cor, senz'armi. -

39
Pot con queste e con miglior ragioni,
con parlare espedito e chiara voce
eccitar quei magnanimi baroni
Rinaldo, e quello esercito feroce:
e fu, com' in proverbio, aggiunger sproni
al buon corsier che gi ne va veloce.
Finito il ragionar, fece le schiere
muover pian pian sotto le lor bandiere.

40
Senza strepito alcun, senza rumore
fa il tripartito esercito venire:
lungo il fiume a Zerbin dona l'onore
di dover prima i barbari assalire;
e fa quelli d'Irlanda con maggiore
volger di via pi tra campagna gire;
e i cavallieri e i fanti d'Inghilterra
col duca di Lincastro in mezzo serra.

41
Drizzati che gli ha tutti al lor camino,
cavalca il paladin lungo la riva,
e passa inanzi al buon duca Zerbino
e a tutto il campo che con lui veniva;
tanto ch'al re d'Orano e al re Sobrino
e agli altri lor compagni soprarriva,
che mezzo miglio appresso a quei di Spagna
guardavan da quel canto la campagna.

42
L'esercito cristian che con s fida
e s sicura scorta era venuto,
ch'ebbe il Silenzio e l'angelo per guida,
non pot ormai patir pi di star muto.
Sentiti gli nimici, alz le grida,
e de le trombe udir fe'il suono arguto:
e con l'alto rumor ch'arriv al cielo,
mand ne l'ossa a'Saracini il gelo.

43
Rinaldo inanzi agli altri il destrier punge;
e con la lancia per cacciarla in resta
lascia gli Scotti un tratto d'arco lunge,
ch'ogni indugio a ferir s lo molesta.
Come groppo di vento talor giunge,
che si tra'dietro un'orrida tempesta,
tal fuor di squadra il cavallier gagliardo
vena spronando il corridor Baiardo.

44
Al comparir del paladin di Francia,
dan segno i Mori alle future angosce:
tremare a tutti in man vedi la lancia,
i piedi in staffa, e ne l'arcion le cosce.
Re Puliano sol non muta guancia,
che questo esser Rinaldo non conosce;
n pensando trovar s duro intoppo,
gli muove il destrier contra di galoppo:

45
e su la lancia nel partir si stringe,
e tutta in s raccoglie la persona;
poi con ambo gli sproni il destrier spinge,
e le redine inanzi gli abandona.
Da l'altra parte il suo valor non finge,
e mostra in fatti quel ch'in nome suona,
quanto abbia nel giostrare e grazia ed arte,
il figliuolo d'Amone, anzi di Marte.

46
Furo al segnar degli aspri colpi, pari,
che si posero i ferri ambi alla testa:
ma furo in arme ed in virt dispari,
che l'un via passa, e l'altro morto resta.
Bisognan di valor segni pi chiari,
che por con leggiadria la lancia in resta:
ma fortuna anco pi bisogna assai;
che senza, val virt raro o non mai.

47
La buona lancia il paladin racquista,
e verso il re d'Oran ratto si spicca,
che la persona avea povera e trista
di cor, ma d'ossa e di gran polpe ricca.
Questo por tra bei colpi si pu in lista,
ben ch'in fondo allo scudo gli l'appicca:
e chi non vuol lodarlo, abbialo escuso,
perch non si potea giunger pi in suso.

48
Non lo ritien lo scudo, che non entre,
ben che fuor sia d'acciar, dentro di palma;
e che da quel gran corpo uscir pel ventre
non faccia l'inequale e piccola alma.
Il destrier che portar si credea, mentre
durasse il lungo d, s grave salma,
rifer in mente sua grazie a Rinaldo,
ch'a quello incontro gli schiv un gran caldo.

49
Rotta l'asta, Rinaldo il destrier volta
tanto legger, che fa sembrar ch'abbia ale;
e dove la pi stretta e maggior folta
stiparsi vede, impetuoso assale.
Mena Fusberta sanguinosa in volta
che fa l'arme parer di vetro frale:
tempra di ferro il suo tagliar non schiva,
che non vada a trovar la carne viva.

50
Ritrovar poche tempre e pochi ferri
pu la tagliente spada, ove s'incappi,
ma targhe, altre di cuoio, altre di cerri,
giupe trapunte e attorcigliati drappi.
Giusto  ben dunque che Rinaldo atterri
qualunque assale, e fori e squarci e affrappi;
che non pi si difende da sua spada,
ch'erba da falce, o da tempesta biada.

51
La prima schiera era gi messa in rotta,
quando Zerbin con l'antiguardia arriva.
Il cavallier inanzi alla gran frotta
con la lancia arrestata ne veniva.
La gente sotto il suo pennon condotta,
con non minor fierezza lo seguiva:
tanti lupi parean, tanti leoni
ch'andassero assalir capre o montoni.

52
Spinse a un tempo ciascuno il suo cavallo,
poi che fur presso; e spar immantinente
quel breve spazio, quel poco intervallo
che si vedea fra l'una e l'altra gente.
Non fu sentito mai pi strano ballo;
che ferian gli Scozzesi solamente:
solamente i pagani eran distrutti,
come sol per morir fosser condutti.

53
Parve pi freddo ogni pagan che ghiaccio;
parve ogni Scotto pi che fiamma caldo.
I Mori si credean ch'avere il braccio
dovesse ogni cristian, ch'ebbe Rinaldo.
Mosse Sobrino i suoi schierati avaccio,
senza aspettar che lo 'nvitasse araldo:
de l'altra squadra questa era migliore
di capitano, d'arme e di valore.

54
D'Africa v'era la men trista gente;
ben che n questa ancor gran prezzo vaglia.
Dardinel la sua mosse incontinente,
e male armata, e peggio usa in battaglia;
ben ch'egli in capo avea l'elmo lucente,
e tutto era coperto a piastra e a maglia.
Io credo che la quarta miglior sia,
con la qual Isolier dietro vena.

55
Trasone intanto, il buon duca di Marra,
che ritrovarsi all'alta impresa gode,
ai cavallieri suoi leva la sbarra,
e seco invita alle famose lode,
poi ch'Isolier con quelli di Navarra
entrar ne la battaglia vede ed ode.
Poi mosse Ariodante la sua schiera,
che nuovo duca d'Albania fatt'era.

56
L'alto rumor de le sonore trombe,
de'timpani e de'barbari stromenti,
giunti al continuo suon d'archi, di frombe,
di machine, di ruote e di tormenti;
e quel di che pi par che 'l ciel ribombe,
gridi, tumulti, gemiti e lamenti;
rendeno un alto suon ch'a quel s'accorda,
con che i vicin, cadendo, il Nilo assorda.

57
Grande ombra d'ogn'intorno il cielo involve,
nata dal saettar de li duo campi;
l'alito, il fumo del sudor, la polve
par che ne l'aria oscura nebbia stampi.
Or qua l'un campo, or l'altro l si volve:
vedresti or come un segua, or come scampi;
ed ivi alcuno, o non troppo diviso,
rimaner morto ove ha il nimico ucciso.

58
Dove una squadra per stanchezza  mossa,
un'altra si fa tosto andare inanti.
Di qua di l la gente d'arme ingrossa:
l cavallieri, e qua si metton fanti.
La terra che sostien l'assalto,  rossa:
mutato ha il verde ne'sanguigni manti;
e dov'erano i fiori azzurri e gialli,
giaceno uccisi or gli uomini e i cavalli.

59
Zerbin facea le pi mirabil pruove
che mai facesse di sua et garzone:
l'esercito pagan che 'ntorno piove,
taglia ed uccide e mena a destruzione.
Ariodante alle sue genti nuove
mostra di sua virt gran paragone;
e d di s timore e meraviglia
a quelli di Navarra e di Castiglia.

60
Chelindo e Mosco, i duo figli bastardi
del morto Calabrun re d'Aragona,
ed un che reputato fra'gagliardi
era, Calamidor da Barcelona,
s'avean lasciato a dietro gli stendardi;
e credendo acquistar gloria e corona
per uccider Zerbin, gli furo adosso;
e ne'fianchi il destrier gli hanno percosso.

61
Passato da tre lance il destrier morto
cade; ma il buon Zerbin subito  in piede;
ch'a quei ch'al suo cavallo han fatto torto,
per vendicarlo va dove gli vede:
e prima a Mosco, al giovene inaccorto,
che gli sta sopra, e di pigliar sel crede,
mena di punta, e lo passa nel fianco,
e fuor di sella il caccia freddo e bianco.

62
Poi che si vide tor, come di furto,
Chelindo il fratel suo, di furor pieno
venne a Zerbino, e pens dargli d'urto;
ma gli prese egli il corridor pel freno:
trasselo in terra, onde non  mai surto,
e non mangi mai pi biada n fieno;
che Zerbin s gran forza a un colpo mise,
che lui col suo signor d'un taglio uccise.

63
Come Calamidor quel colpo mira,
volta la briglia per levarsi in fretta;
ma Zerbin dietro un gran fendente tira,
dicendo: - Traditore, aspetta, aspetta! -
Non va la botta ove n'and la mira,
non che per lontana vi si metta;
lui non pot arrivar, ma il destrier prese
sopra la groppa, e in terra lo distese.

64
Colui lascia il cavallo, e via carpone
va per campar, ma poco gli successe;
che venne caso che 'l duca Trasone
gli pass sopra, e col peso l'oppresse.
Ariodante e Lurcanio si pone
dove Zerbino  fra le genti spesse;
e seco hanno altri e cavallieri e conti,
che fanno ogn'opra che Zerbin rimonti.

65
Menava Ariodante il brando in giro,
e ben lo seppe Artalico e Margano;
ma molto pi Etearco e Casimiro
la possanza sentir di quella mano:
i primi duo feriti se ne giro,
rimaser gli altri duo morti sul piano.
Lurcanio fa veder quanto sia forte;
che fere, urta, riversa e mette a morte.

66
Non crediate, Signor, che fra campagna
pugna minor che presso al fiume sia,
n ch'a dietro l'esercito rimagna,
che di Lincastro il buon duca seguia.
Le bandiere assal questo di Spagna,
e molto ben di par la cosa ga;
che fanti, cavallieri e capitani
di qua e di l sapean menar le mani.

67
Dinanzi vien Oldrado e Fieramonte,
un duca di Glocestra, un d'Eborace;
con lor Ricardo, di Varvecia conte,
e di Chiarenza il duca, Enrigo audace.
Han Matalista e Follicone a fronte,
e Baricondo ed ogni lor seguace.
Tiene il primo Almeria, tiene il secondo
Granata, tien Maiorca Baricondo.

68
La fiera pugna un pezzo and di pare,
che vi si discernea poco vantaggio.
Vedeasi or l'uno or l'altro ire e tornare,
come le biade al ventolin di maggio,
o come sopra 'l lito un mobil mare
or viene or va, n mai tiene un viaggio.
Poi che fortuna ebbe scherzato un pezzo,
dannosa ai Mori ritorn da sezzo.

69
Tutto in un tempo il duca di Glocestra
a Matalista fa votar l'arcione;
ferito a un tempo ne la spalla destra
Fieramonte riversa Follicone:
e l'un pagano e l'altro si sequestra,
e tra gl'Inglesi se ne va prigione.
E Baricondo a un tempo riman senza
vita per man del duca di Chiarenza.

70
Indi i pagani tanto a spaventarsi,
indi i fedeli a pigliar tanto ardire,
che quei non facean altro che ritrarsi
e partirsi da l'ordine e fuggire,
e questi andar inanzi ed avanzarsi
sempre terreno, e spingere e seguire:
e se non vi giungea chi lor di aiuto,
il campo da quel lato era perduto.

71
Ma Ferra, che sin qui mai non s'era
dal re Marsilio suo troppo disgiunto,
quando vide fuggir quella bandiera,
e l'esercito suo mezzo consunto,
spron il cavallo, e dove ardea pi fiera
la battaglia, lo spinse; e arriv a punto
che vide dal destrier cadere in terra
col capo fesso Olimpio da la Serra;

72
un giovinetto che col dolce canto,
concorde al suon de la cornuta cetra,
d'intenerire un cor si dava vanto,
ancor che fosse pi duro che pietra.
Felice lui, se contentar di tanto
onor sapeasi, e scudo, arco e faretra
aver in odio, e scimitarra e lancia,
che lo fecer morir giovine in Francia!

73
Quando lo vide Ferra cadere,
che solea amarlo e avere in molta estima,
si sente di lui sol via pi dolere,
che di mill'altri che periron prima:
e sopra chi l'uccise in modo fere,
che gli divide l'elmo da la cima
per la fronte, per gli occhi e per la faccia,
per mezzo il petto, e morto a terra il caccia.

74
Ne qui s'indugia; e il brando intorno ruota,
ch'ogni elmo rompe, ogni lorica smaglia;
a chi segna la fronte, a chi la gota,
ad altri il capo, ad altri il braccio taglia;
or questo or quel di sangue e d'alma vota:
e ferma da quel canto la battaglia,
onde la spaventata ignobil frotta
senza ordine fuggia spezzata e rotta.

75
Entr ne la battaglia il re Agramante,
d'uccider gente e di far pruove vago;
e seco ha Baliverzo, Farurante,
Prusion, Soridano e Bambirago.
Poi son le genti senza nome tante,
che del lor sangue oggi faranno un lago,
che meglio conterei ciascuna foglia,
quando l'autunno gli arbori ne spoglia.

76
Agramante dal muro una gran banda
di fanti avendo e di cavalli tolta,
col re di Feza subito li manda,
che dietro ai padiglion piglin la volta,
e vadano ad opporsi a quei d'Irlanda,
le cui squadre vedea con fretta molta,
dopo gran giri e larghi avolgimenti,
venir per occupar gli alloggiamenti.

77
Fu 'l re di Feza ad esequir ben presto;
ch'ogni tardar troppo nociuto avria.
Raguna intanto il re Agramante il resto;
parte le squadre, e alla battaglia invia.
Egli va al fiume; che gli par ch'in questo
luogo del suo venir bisogno sia:
e da quel canto un messo era venuto
del re Sobrino a domandare aiuto.

78
Menava in una squadra pi di mezzo
il campo dietro; e sol del gran rumore
tremar gli Scotti, e tanto fu il ribrezzo,
ch'abbandonavan l'ordine e l'onore.
Zerbin, Lurcanio e Ariodante in mezzo
vi restar soli incontra a quel furore;
e Zerbin, ch'era a pi, vi peria forse,
ma'l buon Rinaldo a tempo se n'accorse.

79
Altrove intanto il paladin s'avea
fatto inanzi fuggir cento bandiere.
Or che l'orecchie la novella rea
del gran periglio di Zerbin gli fere,
ch'a piedi fra la gente cirenea
lasciato solo aveano le sue schiere,
volta il cavallo, e dove il campo scotto
vede fuggir, prende la via di botto.

80
Dove gli Scotti ritornar fuggendo
vede, s'appara, e grida: - Or dove andate?
perch tanta viltade in voi comprendo,
che a s vil gente il campo abbandonate?
Ecco le spoglie, de le quali intendo
ch'esser dovean le vostre chiese ornate.
Oh che laude, oh che gloria, che 'l figliuolo
del vostro re si lasci a piedi e solo! -

81
D'un suo scudier una grossa asta afferra,
e vede Prusion poco lontano,
re d'Alvaracchie, e adosso se gli serra,
e de l'arcion lo porta morto al piano.
Morto Agricalte e Bambirago atterra:
dopo fere aspramante Soridano;
e come gli altri l'avria messo a morte,
se nel ferir la lancia era pi forte.

82
Stringe Fusberta, poi che l'asta  rotta,
e tocca Serpentin, quel da la Stella.
Fatate l'arme avea, ma quella botta
pur tramortito il manda fuor di sella.
E cos al duca de la gente scotta
fa piazza intorno spaziosa e bella;
s che senza contesa un destrier puote
salir di quei che vanno a selle vote.

83
E ben si ritrov salito a tempo,
che forse nol facea, se pi tardava:
perch Agramante e Dardinello a un tempo,
Sobrin col re Balastro v'arrivava.
Ma egli, che montato era per tempo,
di qua e di l col brando s'aggirava,
mandando or questo or quel gi ne l'inferno
a dar notizia del viver moderno.

84
Il buon Rinaldo, il quale a porre in terra
i pi dannosi avea sempre riguardo,
la spada contra il re Agramante afferra,
che troppo gli parea fiero e gagliardo
(facea egli sol pi che mille altri guerra);
e se gli spinse adosso con Baiardo:
lo fere a un tempo ed urta di traverso,
s che lui col destrier manda riverso.

85
Mentre di fuor con s crudel battaglia,
odio, rabbia, furor l'un l'altro offende,
Rodomonte in Parigi il popul taglia,
le belle case e i sacri templi accende.
Carlo, ch'in altra parte si travaglia,
questo non vede, e nulla ancor ne 'ntende:
Odoardo raccoglie ed Arimanno
ne la citt, col lor popul britanno.

86
A lui venne un scudier pallido in volto,
che potea a pena trar del petto il fiato.
- Ahim! signor, ahim - replica molto,
prima ch'abbia a dir altro incominciato:
- Oggi il romano Imperio, oggi  sepolto;
oggi ha il suo popul Cristo abandonato:
il demonio dal cielo  piovuto oggi,
perch in questa citt pi non s'alloggi.

87
Satanasso (perch'altri esser non puote)
strugge e ruina la citt infelice.
Volgiti e mira le fumose ruote
de la rovente fiamma predatrice;
ascolta il pianto che nel ciel percuote;
e faccian fede a quel che 'l servo dice.
Un solo  quel ch'a ferro e a fuoco strugge
la bella terra, e inanzi ognun gli fugge. -

88
Quale  colui che prima oda il tumulto,
e de le sacre squille il batter spesso,
che vegga il fuoco a nessun altro occulto,
ch'a s, che pi gli tocca, e gli  pi presso;
tal  il re Carlo, udendo il nuovo insulto,
e conoscendol poi con l'occhio istesso:
onde lo sforzo di sua miglior gente
al grido drizza e al gran rumor che sente.

89
Dei paladini e dei guerrier pi degni
Carlo si chiama dietro una gran parte,
e vr la piazza fa drizzare i segni;
che 'l pagan s'era tratto in quella parte.
Ode il rumor, vede gli orribil segni
di crudelt, l'umane membra sparte.
Ora non pi: ritorni un'altra volta
chi voluntier la bella istoria ascolta.


CANTO DICIASSETTESIMO.


1
Il giusto Dio, quando i peccati nostri
hanno di remission passato il segno,
acci che la giustizia sua dimostri
uguale alla piet, spesso d regno
a tiranni atrocissimi ed a mostri,
e d lor forza e di mal fare ingegno.
Per questo Mario e Silla pose al mondo,
e duo Neroni e Caio furibondo,

2
Domiziano e l'ultimo Antonino;
e tolse da la immonda e bassa plebe,
ed esalt all'imperio Massimino;
e nascer prima fe'Creonte a Tebe;
e di Mezenzio al populo Agilino,
che fe'di sangue uman grasse le glebe;
e diede Italia a tempi men remoti
in preda agli Unni, ai Longobardi, ai Goti.

3
Che d'Atila dir? che de l'iniquo
Ezzellin da Roman? che d'aItri cento?
che dopo un lungo andar sempre in obliquo,
ne manda Dio per pena e per tormento.
Di questo abbin non pur al tempo antiquo,
ma ancora al nostro, chiaro esperimento,
quando a noi, greggi inutili e malnati,
ha dato per guardian lupi arrabbiati:

4
a cui non par ch'abbi a bastar lor fame,
ch'abbi il lor ventre a capir tanta carne;
e chiaman lupi di pi ingorde brame
da boschi oltramontani a divorarne.
Di Trasimeno l'insepulto ossame
e di Canne e di Trebia poco parne
verso quel che le ripe e i campi ingrassa,
dov'Ada e Mella e Ronco e Tarro passa.

5
Or Dio consente che noi sin puniti
da populi di noi forse peggiori,
per li multiplicati ed infiniti
nostri nefandi, obbrobriosi errori.
Tempo verr ch'a depredar lor liti
andremo noi, se mai saren migliori,
e che i peccati lor giungano al segno,
che l'eterna Bont muovano a sdegno.

6
Doveano allora aver gli eccessi loro
di Dio turbata la serena fronte,
che scrse ogni lor luogo il Turco e 'l Moro
con stupri, uccision, rapine ed onte:
ma pi di tutti gli altri danni, foro
gravati dal furor di Rodomonte.
Dissi ch'ebbe di lui la nuova Carlo,
e che 'n piazza venia per ritrovarlo.

7
Vede tra via la gente sua troncata,
arsi i palazzi, e ruinati i templi,
gran parte de la terra desolata;
mai non si vider s crudeli esempli.
- Dove fuggite, turba spaventata?
Non  tra voi chi 'l danno suo contempli?
Che citt, che refugio pi vi resta,
quando si perda s vilmente questa?

8
Dunque un uom solo in vostra terra preso,
cinto di mura onde non pu fuggire,
si partir che non l'avrete offeso,
quando tutti v'avr fatto morire? -
Cos Carlo dicea, che d'ira acceso
tanta vergogna non potea patire.
E giunse dove inanti alla gran corte
vide il pagan por la sua gente a morte.

9
Quivi gran parte era del populazzo,
sperandovi trovare aiuto, ascesa;
perch forte di mura era il palazzo,
con munizion da far lunga difesa.
Rodomonte, d'orgoglio e d'ira pazzo,
solo s'avea tutta la piazza presa:
e l'una man, che prezza il mondo poco,
ruota la spada, e l'altra getta il fuoco.

10
E de la regal casa, alta e sublime,
percuote e risuonar fa le gran porte.
Gettan le turbe da le eccelse cime
e merli e torri, e si metton per morte.
Guastare i tetti non  alcun che stime;
e legne e pietre vanno ad una sorte,
lastre e colonne, e le dorate travi
che furo in prezzo agli lor padri e agli avi.

11
Sta su la porta il re d'Algier, lucente
di chiaro acciar che 'l capo gli arma e 'l busto,
come uscito di tenebre serpente,
poi c'ha lasciato ogni squalor vetusto,
del nuovo scoglio altiero, e che si sente
ringiovenito e pi che mai robusto:
tre lingue vibra, ed ha negli occhi foco;
dovunque passa, ogn'animal d loco.

12
Non sasso, merlo, trave, arco o balestra,
n ci che sopra il Saracin percuote,
ponno allentar la sanguinosa destra
che la gran porta taglia, spezza e scuote:
e dentro fatto v'ha tanta finestra,
che ben vedere e veduto esser puote
dai visi impressi di color di morte,
che tutta piena quivi hanno la corte.

13
Suonar per gli alti e spaziosi tetti
s'odono gridi e feminil lamenti:
l'afflitte donne, percotendo i petti,
corron per casa pallide e dolenti;
e abbraccian gli usci e i geniali letti
che tosto hanno a lasciare a strane genti.
Tratta la cosa era in periglio tanto,
quando 'l re giunse, e suoi baroni accanto.

14
Carlo si volse a quelle man robuste
ch'ebbe altre volte a gran bisogni pronte.
- Non ste quelli voi, che meco fuste
contra Agolante (disse) in Aspramonte?
Sono le forze vostre ora s fruste,
che, s'uccideste lui, Troiano e Almonte
con centomila, or ne temete un solo
pur di quel sangue e pur di quello stuolo?

15
Perch debbo vedere in voi fortezza
ora minor ch'io la vedessi allora?
Mostrate a questo can vostra prodezza,
a questo can che gli uomini devora.
Un magnanimo cor morte non prezza,
presta o tarda che sia, pur che ben muora.
Ma dubitar non posso ove voi ste,
che fatto sempre vincitor m'avete. -

16
Al fin de le parole urta il destriero,
con l'asta bassa, al Saracino adosso.
Mossesi a un tratto il paladino Ugiero,
a un tempo Namo ed Ulivier si  mosso,
Avino, Avolio, Otone e Berlingiero,
ch'un senza l'altro mai veder non posso:
e ferir tutti sopra a Rodomonte
e nel petto e nei fianchi e ne la fronte.

17
Ma lasciamo, per Dio, Signore, ormai
di parlar d'ira e di cantar di morte;
e sia per questa volta detto assai
del Saracin non men crudel che forte:
che tempo  ritornar dov'io lasciai
Grifon, giunto a Damasco in su le porte
con Orrigille perfida, e con quello
ch'adulter era, e non di lei fratello.

18
De le pi ricche terre di Levante,
de le pi populose e meglio ornate
si dice esser Damasco, che distante
siede a Ierusalem sette giornate,
in un piano fruttifero e abondante,
non men giocondo il verno, che l'estate.
A questa terra il primo raggio tolle
de la nascente aurora un vicin colle.

19
Per la citt duo fiumi cristallini
vanno inaffiando per diversi rivi
un numero infinito di giardini,
non mai di fior, non mai di fronde privi.
Dicesi ancor, che macinar molini
potrian far l'acque lanfe che son quivi;
e chi va per le vie vi sente, fuore
di tutte quelle case, uscire odore.

20
Tutta coperta  la strada maestra
di panni di diversi color lieti;
e d'odorifera erba, e di silvestra
fronda la terra e tutte le pareti.
Adorna era ogni porta, ogni finestra
di finissimi drappi e di tapeti,
ma pi di belle e ben ornate donne
di ricche gemme e di superbe gonne.

21
Vedeasi celebrar dentr'alle porte,
in molti lochi, solazzevol balli;
il popul, per le vie, di miglior sorte
maneggiar ben guarniti e bei cavalli:
facea pi bel veder la ricca corte
de'signor, de'baroni e de'vasalli,
con ci che d'India e d'eritree maremme
di perle aver si pu, d'oro e di gemme.

22
Venia Grifone e la sua compagnia
mirando e quinci e quindi il tutto ad agio,
quando fermolli un cavalliero in via,
e gli fece smontare a un suo palagio;
e per l'usanza e per sua cortesia
di nulla lasci lor patir disagio.
Li fe'nel bagno entrar, poi con serena
fronte gli accolse a sontuosa cena.

23
E narr lor come il re Norandino,
re di Damasco e di tutta Soria,
fatto avea il paesano e 'l peregrino
ch'ordine avesse di cavalleria,
alla giostra invitar, ch'al matutino
del d sequente in piazza si faria;
e che s'avean valor pari al sembiante,
potrian mostrarlo senza andar pi inante.

24
Ancor che quivi non venne Grifone
a questo effetto, pur lo 'nvito tenne;
che qual volta se n'abbia occasione,
mostrar virtude mai non disconvenne.
Interrogollo poi de la cagione
di quella festa, e s'ella era solenne
usata ogn'anno, o pure impresa nuova
del re ch'i suoi veder volesse in pruova.

25
Rispose il cavallier: - La bella festa
s'ha da far sempre ad ogni quarta luna:
de l'altre che verran, la prima  questa:
ancora non se n' fatta pi alcuna.
Sar in memoria che salv la testa
il re in tal giorno da una gran fortuna,
dopo che quattro mesi in doglie e 'n pianti
sempre era stato, e con la morte inanti.

26
Ma per dirvi la cosa pienamente,
il nostro re, che Norandin s'appella,
molti e molt'anni ha avuto il core ardente
de la leggiadra e sopra ogn'altra bella
figlia del re di Cipro: e finalmente
avutala per moglie, iva con quella,
con cavallieri e donne in compagnia;
e dritto avea il camin verso Soria.

27
Ma poi che fummo tratti a piene vele
lungi dal porto nel Carpazio iniquo,
la tempesta salt tanto crudele,
che sbigott sin al padrone antiquo.
Tre d e tre notti andammo errando ne le
minacciose onde per camino obliquo.
Uscimo al fin nel lito stanchi e molli,
tra freschi rivi, ombrosi e verdi colli.

28
Piantare i padiglioni, e le cortine
fra gli arbori tirar facemo lieti.
S'apparechiano i fuochi e le cucine;
le mense d'altra parte in su tapeti.
Intanto il re cercando alle vicine
valli era andato e a'boschi pi secreti,
se ritrovasse capre o daini o cervi;
e l'arco gli portar dietro duo servi.

29
Mentre aspettamo, in gran piacer sedendo,
che da cacciar ritorni il signor nostro,
vedemo l'Orco a noi venir correndo
lungo il lito del mar, terribil mostro.
Dio vi guardi, signor, che 'l viso orrendo
de l'Orco agli occhi mai vi sia dimostro:
meglio  per fama aver notizia d'esso,
ch'andargli, si che lo veggiate, appresso.

30
Non gli pu comparir quanto sia lungo,
s smisuratamente  tutto grosso.
In luogo d'occhi, di color di fungo
sotto la fronte ha duo coccole d'osso.
Verso noi vien (come vi dico) lungo
il lito, e par ch'un monticel sia mosso.
Mostra le zanne fuor, come fa il porco;
ha lungo il naso, il sen bavoso e sporco.

31
Correndo viene, e 'l muso a guisa porta
che 'l bracco suol, quando entra in su la traccia.
Tutti che lo veggiam, con faccia smorta
in fuga andamo ove il timor ne caccia.
Poco il veder lui cieco ne conforta,
quando, fiutando sol, par che pi faccia,
ch'altri non fa, ch'abbia odorato e lume:
e bisogno al fuggire eran le piume.

32
Corron chi qua chi l; ma poco lece
da lui fuggir, veloce pi che 'l Noto.
Di quaranta persone, a pena diece
sopra il navilio si salvaro a nuoto.
Sotto il braccio un fastel d'alcuni fece,
n il grembio si lasci n il seno voto;
un suo capace zaino empissene anco,
che gli pendea, come a pastor, dal fianco.

33
Portci alla sua tana il mostro cieco,
cavata in lito al mar dentr'uno scoglio.
Di marmo cos bianco  quello speco,
come esser soglia ancor non scritto foglio.
Quivi abitava una matrona seco,
di dolor piena in vista e di cordoglio;
ed avea in compagnia donne e donzelle
d'ogni et, d'ogni sorte, e brutte e belle.

34
Era presso alla grotta in ch'egli stava,
quasi alla cima del giogo superno,
un'altra non minor di quella cava,
dove del gregge suo facea governo.
Tanto n'avea, che non si numerava;
e n'era egli il pastor l'estate e 'l verno.
Ai tempi suoi gli apriva e tenea chiuso,
per spasso che n'avea, pi che per uso.

35
L'umana carne meglio gli sapeva:
e prima il fa veder ch'all'antro arrivi;
che tre de'nostri giovini ch'aveva,
tutti li mangia, anzi trangugia vivi.
Viene alla stalla, e un gran sasso ne leva:
ne caccia il gregge, e noi riserra quivi.
Con quel sen va dove il suol far satollo,
sonando una zampogna ch'avea in collo.

36
Il signor nostro intanto ritornato
alla marina, il suo danno comprende;
che truova gran silenzio in ogni lato,
voti frascati, padiglioni e tende.
N sa pensar chi s l'abbia rubato;
e pien di gran timore al lito scende,
onde i nocchieri suoi vede in disparte
sarpar lor ferri e in opra por le sarte.

37
Tosto ch'essi lui veggiono sul lito,
il palischermo mandano a levarlo:
ma non s tosto ha Norandino udito
de l'Orco che venuto era a rubarlo,
che, senza pi pensar, piglia partito,
dovunque andato sia, di seguitarlo.
Vedersi tor Lucina s gli duole,
ch'o racquistarla, o non pi viver vuole.

38
Dove vede apparir lungo la sabbia
la fresca orma, ne va con quella fretta
con che lo spinge l'amorosa rabbia,
fin che giunge alla tana ch'io v'ho detta;
ove con tema la maggior che s'abbia
a patir mai, l'Orco da noi s'aspetta:
ad ogni suono di sentirlo parci,
ch'affamato ritorni a divorarci.

39
Quivi Fortuna il re da tempo guida,
che senza l'Orco in casa era la moglie.
Come ella 'l vede: - Fuggine! (gli grida)
misero te, se l'Orco ti ci coglie! -
- Coglia (disse) o non coglia, o salvi o uccida,
che miserrimo i'sia non mi si toglie.
Disir mi mena, e non error di via,
c'ho di morir presso alla moglie mia. -

40
Poi segu, dimandandole novella
di quei che prese l'Orco in su la riva;
prima degli altri, di Lucina bella,
se l'avea morta, o la tenea captiva.
La donna umanamente gli favella,
e lo conforta, che Lucina  viva,
e che non  alcun dubbio ch'ella muora;
che mai femina l'Orco non divora.

41
- Esser di ci argumento ti poss'io,
e tutte queste donne che son meco:
n a me n a lor mai l'Orco  stato rio,
pur che non ci scostian da questo speco.
A chi cerca fuggir, pon grave fio;
n pace mai puon ritrovar pi seco:
o le sotterra vive, o l'incatena,
o fa star nude al sol sopra l'arena.

42
Quando oggi egli port qui la tua gente,
le femine dai maschi non divise;
ma, s come gli avea, confusamente
dentro a quella spelonca tutti mise.
Sentir a naso il sesso differente.
Le donne non temer che sieno uccise:
gli uomini, siene certo; ed empieranne
di quattro, il giorno, o sei, l'avide canne.

43
Di levar lei di qui non ho consiglio
che dar ti possa; e contentar ti puoi
che ne la vita sua non  periglio:
star qui al ben e al mal ch'avremo noi.
Ma vattene, per Dio, vattene, figlio,
che l'Orco non ti senta e non t'ingoi.
Tosto che giunge, d'ogn'intorno annasa,
e sente sin a un topo che sia in casa. -

44
Rispose il re, non si voler partire,
se non vedea la sua Lucina prima;
e che pi tosto appresso a lei morire,
che viverne lontan, faceva stima.
Quando vede ella non potergli dire
cosa che 'l muova da la voglia prima,
per aiutarlo fa nuovo disegno,
e ponvi ogni sua industria, ogni suo ingegno.

45
Morte avea in casa, e d'ogni tempo appese,
con lor mariti, assai capre ed agnelle,
onde a s ed alle sue facea le spese;
e dal tetto pendea pi d'una pelle.
La donna fe'che 'l re del grasso prese,
ch'avea un gran becco intorno alle budelle,
e che se n'unse dal capo alle piante,
fin che l'odor cacci ch'egli ebbe inante.

46
E poi che 'l tristo puzzo aver le parve,
di che il fetido becco ognora sape,
piglia l'irsuta pelle, e tutto entrarve
lo fe'; ch'ella  s grande che lo cape.
Coperto sotto a cos strane larve,
facendol gir carpon, seco lo rape
l dove chiuso era d'un sasso grave
de la sua donna il bel viso soave.

47
Norandino ubidisce; ed alla buca
de la spelonca ad aspettar si mette,
acci col gregge dentro si conduca;
e fin a sera disiando stette.
Ode la sera il suon de la sambuca,
con che 'nvita a lassar l'umide erbette,
e ritornar le pecore all'albergo
il fier pastor che lor vena da tergo.

48
Pensate voi se gli tremava il core,
quando l'Orco sent che ritornava,
e che 'l viso crudel pieno d'orrore
vide appressare all'uscio de la cava;
ma pot la piet pi che 'l timore:
s'ardea, vedete, o se fingendo amava.
Vien l'Orco inanzi, e leva il sasso, ed apre:
Norandino entra fra pecore e capre.

49
Entrato il gregge, l'Orco a noi descende;
ma prima sopra s l'uscio si chiude.
Tutti ne va fiutando: al fin duo prende;
che vuol cenar de le lor carni crude.
Al rimembrar di quelle zanne orrende,
non posso far ch'ancor non trieme e sude.
Partito l'Orco, il re getta la gonna
ch'avea di becco, e abbraccia la sua donna.

50
Dove averne piacer deve e conforto,
vedendol quivi, ella n'ha affanno e noia:
lo vede giunto ov'ha da restar morto;
e non pu far per ch'essa non muoia.
- Con tutto 'l mal (diceagli) ch'io supporto,
signor, sentia non mediocre gioia,
che ritrovato non t'eri con nui
quando da l'Orco oggi qui tratta fui.

51
Che se ben il trovarmi ora in procinto
d'uscir di vita m'era acerbo e forte;
pur mi sarei, come  commune istinto,
dogliuta sol de la mia trista sorte:
ma ora, o prima o poi che tu sia estinto,
pi mi dorr la tua che la mia morte. -
E seguit, mostrando assai pi affanno
di quel di Norandin, che del suo danno.

52
- La speme (disse il re) mi fa venire,
c'ho di salvarti, e tutti questi teco:
e s'io nol posso far, meglio  morire,
che senza te, mio sol, viver poi cieco.
Come io ci venni, mi potr partire;
e voi tutt'altri ne verrete meco,
se non avrete, come io non ho avuto,
schivo a pigliare odor d'animal bruto. -

53
La fraude insegn a noi, che contra il naso
de l'Orco insegn a lui la moglie d'esso;
di vestirci le pelli, in ogni caso
ch'egli ne palpi ne l'uscir del fesso.
Poi che di questo ognun fu persuaso;
quanti de l'un, quanti de l'altro sesso
ci ritroviamo, uccidian tanti becchi,
quelli che pi fetean, ch'eran pi vecchi.

54
Ci ungemo i corpi di quel grasso opimo
che ritroviamo all'intestina intorno,
e de l'orride pelli ci vestimo.
Intanto usc da l'aureo albergo il giorno.
Alla spelonca, come apparve il primo
raggio del sol, fece il pastor ritorno;
e dando spirto alle sonore canne,
chiam il suo gregge fuor de le capanne.

55
Tenea la mano al buco de la tana,
acci col gregge non uscissin noi:
ci prendea al varco; e quando pelo o lana
sentia sul dosso, ne lasciava poi.
Uomini e donne uscimmo per s strana
strada, coperti dagl'irsuti cuoi:
e l'Orco alcun di noi mai non ritenne,
fin che con gran timor Lucina venne.

56
Lucina, o fosse perch'ella non volle
ungersi come noi, che schivo n'ebbe;
o ch'avesse l'andar pi lento e molle,
che l'imitata bestia non avrebbe;
o quando l'Orco la groppa toccolle,
gridasse per la tema che le accrebbe;
o che se le sciogliessero le chiome;
sentita fu, n ben so dirvi come.

57
Tutti eravam s intenti al caso nostro,
che non avemmo gli occhi agli altrui fatti.
Io mi rivolsi al grido; e vidi il mostro
che gi gl'irsuti spogli le avea tratti,
e fattola tornar nel cavo chiostro.
Noi altri dentro a nostre gonne piatti
col gregge andamo ove 'l pastor ci mena,
tra verdi colli in una piaggia amena.

58
Quivi attendiamo infin che steso all'ombra
d'un bosco opaco il nasuto Orco dorma.
Chi lungo il mar, chi verso 'l monte sgombra:
sol Norandin non vuol seguir nostr'orma.
L'amor de la sua donna s lo 'ngombra,
ch'alla grotta tornar vuol fra la torma,
n partirsene mai sin alla morte,
se non racquista la fedel consorte:

59
che quando dianzi avea all'uscir del chiuso
vedutala restar captiva sola,
fu per gittarsi, dal dolor confuso,
spontaneamente al vorace Orco in gola;
e si mosse, e gli corse infino al muso,
n fu lontano a gir sotto la mola:
ma pur lo tenne in mandra la speranza
ch'avea di trarla ancor di quella stanza.

60
La sera, quando alla spelonca mena
il gregge l'Orco, e noi fuggiti sente,
e c'ha da rimaner privo di cena,
chiama Lucina d'ogni mal nocente,
e la condanna a star sempre in catena
allo scoperto in sul sasso eminente.
Vedela il re per sua cagion patire,
e si distrugge, e sol non pu morire.

61
Matina e sera l'infelice amante
la pu veder come s'affliga e piagna;
che le va misto fra le capre avante,
torni alla stalla o torni alla campagna.
Ella con viso mesto e supplicante
gli accenna che per Dio non vi rimagna,
perch vi sta a gran rischio de la vita,
n per a lei pu dare alcuna aita.

62
Cos la moglie ancor de l'Orco priega
il re che se ne vada, ma non giova;
che d'andar mai senza Lucina niega,
e sempre pi costante si ritruova.
In questa servitude, in che lo lega
Pietate e Amor, stette con lunga pruova
tanto, ch'a capitar venne a quel sasso
il figlio d'Agricane e 'l re Gradasso.

63
Dove con loro audacia tanto fenno,
che liberaron la bella Lucina;
ben che vi fu aventura pi che senno:
e la portar correndo alla marina;
e al padre suo, che quivi era, la denno:
e questo fu ne l'ora matutina,
che Norandin con l'altro gregge stava
a ruminar ne la montana cava.

64
Ma poi che 'l giorno aperta fu la sbarra,
e seppe il re la donna esser partita
(che la moglie de l'Orco gli lo narra),
e come a punto era la cosa gita;
grazie a Dio rende, e con voto n'inarra,
ch'essendo fuor di tal miseria uscita,
faccia che giunga onde per arme possa,
per prieghi o per tesoro, esser riscossa.

65
Pien di letizia va con l'altra schiera
del simo gregge, e viene ai verdi paschi;
e quivi aspetta fin ch'all'ombra nera
il mostro per dormir ne l'erba caschi.
Poi ne vien tutto il giorno e tutta sera;
e al fin sicur che l'Orco non lo 'ntaschi,
sopra un navilio monta in Satalia;
e son tre mesi ch'arriv in Soria.

66
In Rodi, in Cipro, e per citt e castella
e d'Africa e d'Egitto e di Turchia,
il re cercar fe'di Lucina bella;
n fin l'altr'ieri aver ne pot spia.
L'altr'ier n'ebbe dal suocero novella,
che seco l'avea salva in Nicosia,
dopo che molti d vento crudele
era stato contrario alle sue vele.

67
Per allegrezza de la buona nuova
prepara il nostro re la ricca festa;
e vuol ch'ad ogni quarta luna nuova,
una se n'abbia a far simile a questa:
che la memoria rifrescar gli giova
dei quattro mesi che 'n irsuta vesta
fu tra il gregge de l'Orco; e un giorno, quale
sar dimane, usc di tanto male.

68
Questo ch'io v'ho narrato, in parte vidi,
in parte udi'da chi trovossi al tutto;
dal re, vi dico, che calende ed idi
vi stette, fin che volse in riso il lutto:
e se n'udite mai far altri gridi,
direte a chi gli fa, che mal n' istrutto. -
Il gentiluomo in tal modo a Grifone
de la festa narr l'alta cagione.

69
Un gran pezzo di notte si dispensa
dai cavallieri in tal ragionamento;
e conchiudon ch'amore e piet immensa
mostr quel re con grande esperimento.
Andaron, poi che si levar da mensa,
ove ebbon grato e buono alloggiamento.
Nel seguente matin sereno e chiaro,
al suon de l'allegrezze si destaro.

70
Vanno scorrendo timpani e trombette,
e ragunando in piazza la cittade.
Or, poi che de cavalli e de carrette
e ribombar de gridi odon le strade,
Grifon le lucide arme si rimette,
che son di quelle che si trovan rade;
che l'avea impenetrabili e incantate
la Fata bianca di sua man temprate.

71
Quel d'Antiochia, pi d'ogn'altro vile,
armossi seco, e compagnia gli tenne.
Preparate avea lor l'oste gentile
nerbose lance, e salde e grosse antenne,
e del suo parentado non umle
compagnia tolta; e seco in piazza venne;
e scudieri a cavallo, e alcuni a piede,
a tal servigi attissimi, lor diede.

72
Giunsero in piazza, e trassonsi in disparte,
n pel campo curar far di s mostra,
per veder meglio il bel popul di Marte,
ch'ad uno, o a dua, o a tre, veniano in giostra.
Chi con colori accompagnati ad arte
letizia o doglia alla sua donna mostra;
chi nel cimier, chi nel dipinto scudo
disegna Amor, se l'ha benigno o crudo.

73
Soriani in quel tempo aveano usanza
d'armarsi a questa guisa di Ponente.
Forse ve gli inducea la vicinanza
che de'Franceschi avean continuamente,
che quivi allor reggean la sacra stanza
dove in carne abit Dio onnipotente;
ch'ora i superbi e miseri cristiani,
con biasmi lor, lasciano in man de'cani.

74
Dove abbassar dovrebbono la lancia
in augumento de la santa fede,
tra lor si dan nel petto e ne la pancia
a destruzion del poco che si crede.
Voi, gente ispana, e voi, gente di Francia,
volgete altrove, e voi, Svizzeri, il piede,
e voi, Tedeschi, a far pi degno acquisto;
che quanto qui cercate  gi di Cristo.

75
Se Cristianissimi esser voi volete,
e voi altri Catolici nomati,
perch di Cristo gli uomini uccidete?
perch de'beni lor son dispogliati?
Perch Ierusalem non riavete,
che tolto  stato a voi da'rinegati?
Perch Costantinopoli e del mondo
la miglior parte occupa il Turco immondo?

76
Non hai tu, Spagna, l'Africa vicina,
che t'ha via pi di questa Italia offesa?
E pur, per dar travaglio alla meschina,
lasci la prima tua s bella impresa.
O d'ogni vizio fetida sentina,
dormi, Italia imbriaca, e non ti pesa
ch'ora di questa gente, ora di quella
che gi serva ti fu, sei fatta ancella?

77
Se 'l dubbio di morir ne le tue tane,
Svizzer, di fame, in Lombardia ti guida,
e tra noi cerchi o chi ti dia del pane,
o, per uscir d'inopia, chi t'uccida;
le richezze del Turco hai non lontane:
caccial d'Europa, o almen di Grecia snida;
cos potrai o del digiuno trarti,
o cader con pi merto in quelle parti.

78
Quel ch'a te dico, io dico al tuo vicino
tedesco ancor; l le richezze sono,
che vi port da Roma Costantino:
portonne il meglio, e fe'del resto dono.
Pattolo ed Ermo onde si tra'l'or fino,
Migdonia e Lidia, e quel paese buono
per tante laudi in tante istorie noto,
non , s'andar vi vuoi, troppo remoto.

79
Tu, gran Leone, a cui premon le terga
de le chiavi del ciel le gravi some,
non lasciar che nel sonno si sommerga
Italia, se la man l'hai ne le chiome.
Tu sei Pastore; e Dio t'ha quella verga
data a portare, e scelto il fiero nome,
perch tu ruggi, e che le braccia stenda,
s che dai lupi il grege tuo difenda.

80
Ma d'un parlar ne l'altro, ove sono ito
si lungi, dal camin ch'io faceva ora?
Non lo credo per s aver smarrito,
ch'io non lo sappia ritrovare ancora.
Io dicea ch'in Soria si tenea il rito
d'armarsi, che i Franceschi aveano allora:
s che bella in Damasco era la piazza
di gente armata d'elmo e di corazza.

81
Le vaghe donne gettano dai palchi
sopra i giostranti fior vermigli e gialli,
mentre essi fanno a suon degli oricalchi
levare a salti ed aggirar cavalli.
Ciascuno, o bene o mal ch'egli cavalchi,
vuol far quivi vedersi, e sprona e dlli:
di ch'altri ne riporta pregio e lode;
mentre altri a riso, e gridar dietro s'ode.

82
De la giostra era il prezzo un'armatura
che fu donata al re pochi d inante,
che su la strada ritrov a ventura,
ritornando d'Armenia, un mercatante.
Il re di nobilissima testura
le sopraveste all'arme aggiunse, e tante
perle vi pose intorno e gemme ed oro,
che la fece valer molto tesoro.

83
Se conosciute il re quell'arme avesse,
care avute l'avria sopra ogni arnese;
n in premio de la giostra l'avria messe,
come che liberal fosse e cortese.
Lungo saria chi raccontar volesse
chi l'avea s sprezzate e vilipese,
che 'n mezzo de la strada le lasciasse,
preda chiunque o inanzi o indietro andasse.

84
Di questo ho da contarvi pi di sotto:
or dir di Grifon, ch'alla sua giuuta
un paio e pi di lance trov rotto,
menato pi d'un taglio e d'una punta.
Dei pi cari e pi fidi al re fur otto
che quivi insieme avean lega congiunta;
gioveni; in arme pratichi ed industri,
tutti o signori o di famiglie illustri.

85
Quei rispondean ne la sbarrata piazza
per un d, ad uno ad uno, a tutto 'l mondo,
prima con lancia, e poi con spada o mazza,
fin ch'al re di guardarli era giocondo;
e si foravan spesso la corazza:
per giuoco in somma qui facean, secondo
fan gli nimici capitali, eccetto
che potea il re partirli a suo diletto.

86
Quel d'Antiochia, un uom senza ragione,
che Martano il codardo nominosse,
come se de la forza di Grifone,
poi ch'era seco, participe fosse,
audace entr nel marziale agone;
e poi da canto ad aspettar fermosse,
sin che finisce una battaglia fiera
che tra duo cavallier cominciata era.

87
Il signor di Seleucia, di quell'uno,
ch'a sostener l'impresa aveano tolto,
combattendo in quel tempo con Ombruno,
lo fer d'una punta in mezzo 'l volto,
s che l'uccise: e piet n'ebbe ognuno,
perch buon cavallier lo tenean molto;
ed oltra la bontade, il pi cortese
non era stato in tutto quel paese.

88
Veduto ci, Martano ebbe paura
che parimente a s non avvenisse;
e ritornando ne la sua natura,
a pensar cominci come fugisse.
Grifon, che gli era appresso e n'avea cura,
lo spinse pur, poi ch'assai fece e disse,
contra un gentil guerrier che s'era mosso,
come si spinge il cane al lupo adosso;

89
che dieci passi gli va dietro o venti,
e poi si ferma, ed abbaiando guarda
come digrigni i minacciosi denti,
come negli occhi orribil fuoco gli arda.
Quivi ov'erano e principi presenti
e tanta gente nobile e gagliarda,
fugg lo 'ncontro il timido Martano,
e torse 'l freno e 'l capo a destra mano.

90
Pur la colpa potea dar al cavallo,
chi di scusarlo avesse tolto il peso;
ma con la spada poi fe's gran fallo,
che non l'avria Demostene difeso.
Di carta armato par, non di metallo;
s teme da ogni colpo essere offeso.
Fuggesi al fine, e gli ordini disturba,
ridendo intorno a lui tutta la turba.

91
Il batter de le mani, il grido intorno
se gli lev del populazzo tutto.
Come lupo cacciato, fe'ritorno
Martano in molta fretta al suo ridutto.
Resta Grifone; e gli par de lo scorno
del suo compagno esser macchiato e brutto:
esser vorrebbe stato in mezzo il foco,
pi tosto che trovarsi in questo loco.

92
Arde nel core, e fuor nel viso avampa,
come sia tutta sua quella vergogna;
perch l'opere sue di quella stampa
vedere aspetta il populo ed agogna:
s che rifulga chiara pi che lampa
sua virt, questa volta gli bisogna;
ch'un'oncia, un dito sol d'error che faccia,
per la mala impression parr sei braccia.

93
Gi la lancia avea tolta su la coscia
Grifon, ch'errare in arme era poco uso:
spinse il cavallo a tutta briglia, e poscia
ch'alquanto andato fu, la messe suso,
e port nel ferire estrema angoscia
al baron di Sidonia, ch'and guiso.
Ognun maravigliando in pi si leva;
che 'l contrario di ci tutto attendeva.

94
Torn Grifon con la medesma antenna,
che 'ntiera e ferma ricovrata avea,
ed in tre pezzi la roppe alla penna
de lo scudo al signor di Lodicea.
Quel per cader tre volte e quattro accenna,
che tutto steso alla groppa giacea:
pur rilevato al fin la spada strinse,
volt il cavallo, e vr Grifon si spinse.

95
Grifon, che 'l vede in sella, e che non basta
s fiero incontro perch a terra vada,
dice fra s: - Quel che non pot l'asta,
in cinque colpi o 'n sei far la spada. -
E su la tempia subito l'attasta
d'un dritto tal, che par che dal ciel cada;
e un altro gli accompagna e un altro appresso,
tanto che l'ha stordito e in terra messo.

96
Quivi erano d'Apamia duo germani,
soliti in giostra rimaner di sopra,
Tirse e Corimbo; ed ambo per le mani
del figlio d'Uliver cader sozzopra.
L'uno gli arcion lascia allo scontro vani;
con l'altro messa fu la spada in opra.
Gi per commun giudicio si tien certo
che di costui fia de la giostra il merto.

97
Ne la lizza era entrato Salinterno,
gran diodarro e maliscalco regio,
e che di tutto 'l regno avea il governo,
e di sua mano era guerriero egregio.
Costui, sdegnoso ch'un guerriero esterno
debba portar di quella giostra il pregio,
piglia una lancia, e verso Grifon grida,
e molto minacciandolo lo sfida.

98
Ma quel con un lancion gli fa risposta,
ch'avea per lo miglior fra dieci eletto,
e per non far error, lo scudo apposta,
e via lo passa e la corazza e 'l petto:
passa il ferro crudel tra costa e costa,
e fuor pel tergo un palmo esce di netto.
Il colpo, eccetto al re, fu a tutti caro;
ch'ognuno odiava Salinterno avaro.

99
Grifone, appresso a questi, in terra getta
duo di Damasco, Ermofilo e Carmondo.
La milizia del re dal primo  retta;
del mar grande almiraglio  quel secondo.
Lascia allo scontro l'un la sella in fretta:
adosso all'altro si riversa il pondo
del rio destrier, che sostener non puote
l'alto valor con che Grifon percuote.

100
Il signor di Seleucia ancor restava,
miglior guerrier di tutti gli altri sette;
e ben la sua possanza accompagnava
con destrier buono e con arme perfette.
Dove de l'elmo la vista si chiava,
l'asta allo scontro l'uno e l'altro mette;
pur Grifon maggior colpo al pagan diede,
che lo fe'staffeggiar dal manco piede.

101
Gittaro i tronchi, e si tornaro adosso
pieni di molto ardir coi brandi nudi.
Fu il pagan prima da Grifon percosso
d'un colpo che spezzato avria gl'incudi.
Con quel fender si vide e ferro ed osso
d'un ch'eletto s'avea tra mille scudi;
e se non era doppio e fin l'arnese,
fera la coscia ove cadendo scese.

102
Fer quel di Seleucia alla visera
Grifone a un tempo; e fu quel colpo tanto,
che l'avria aperta e rotta, se non era
fatta, come l'altr'arme, per incanto.
Gli  un perder tempo che 'l pagan pi fera:
cos son l'arme dure in ogni canto:
e 'n pi parti Grifon gi fessa e rotta
ha l'armatura a lui, n perde botta.

103
Ognun potea veder quanto di sotto
il signor di Seleucia era a Grifone;
e se partir non li fa il re di botto,
quel che sta peggio, la vita vi pone.
Fe'Norandino alla sua guardia motto
ch'entrasse a distaccar l'aspra tenzone.
Quindi fu l'uno, e quindi l'altro tratto;
e fu lodato il re di s buon atto.

104
Gli otto che dianzi avean col mondo impresa,
e non potuto durar poi contra uno,
avendo mal la parte lor difesa,
usciti eran dal campo ad uno ad uno.
Gli altri ch'eran venuti a lor contesa,
quivi restar senza contrasto alcuno,
avendo lor Grifon, solo, interrotto
quel che tutti essi avean da far contra otto.

105
E dur quella festa cos poco,
ch'in men d'un'ora il tutto fatto s'era:
ma Norandin, per far pi lungo il giuoco
e per continuarlo infino a sera,
dal palco scese, e fe'sgombrare il loco;
e poi divise in due la grossa schiera,
indi, secondo il sangue e la lor prova,
gli and accoppiando, e fe'una giostra nova.

106
Grifone intanto avea fatto ritorno
alla sua stanza pien d'ira e di rabbia
e pi gli preme di Martan lo scorno
che non giova l'onor ch'esso vinto abbia.
Quivi, per tor l'obbrobrio ch'avea intorno,
Martano adopra le mendaci labbia:
e l'astuta e bugiarda meretrice,
come meglio sapea, gli era adiutrice.

107
O s o no che 'l giovin gli credesse,
pur la scusa accett, come discreto:
e pel suo meglio allora allora elesse
quindi levarsi tacito e secreto,
per tema che, se 'l populo vedesse
Martano comparir, non stesse cheto.
Cos per una via nascosa e corta
usciro al camin lor fuor de la porta.

108
Grifone, o ch'egli o che 'l cavallo fosse
stanco, o gravasse il sonno pur le ciglia,
al primo albergo che trovar, fermosse,
che non erano andati oltre a dua miglia.
Si trasse l'elmo, e tutto disarmosse,
e trar fece a'cavalli e sella e briglia;
e poi serrossi in camera soletto,
e nudo per dormire entr nel letto.

109
Non ebbe cos tosto il capo basso,
che chiuse gli occhi, e fu dal sonno oppresso
cos profundamente, che mai tasso
n ghiro mai s'addorment quanto esso.
Martano in tanto ed Orrigille a spasso
entraro in un giardin ch'era l appresso;
ed un inganno ordir, che fu il pi strano
che mai cadesse in sentimento umano.

110
Martano disegn torre il destriero,
i panni e l'arme che Grifon s'ha tratte;
e andare inanzi al re pel cavalliero
che tante pruove avea giostrando fatte.
L'effetto ne segu, fatto il pensiero:
tolle il destrier pi candido che latte,
scudo e cimiero ed arme e sopraveste,
e tutte di Grifon l'insegne veste.

111
Con gli scudieri e con la donna, dove
era il popolo ancora, in piazza venne;
e giunse a tempo che finian le pruove
di girar spade e d'arrestare antenne.
Commanda il re che 'l cavallier si truove,
che per cimier avea le bianche penne,
bianche le vesti e bianco il corridore;
che 'l nome non sapea del vincitore.

112
Colui ch'indosso il non suo cuoio aveva,
come l'asino gi quel del leone,
chiamato, se n'and, come attendeva,
a Norandino, in loco di Grifone.
Quel re cortese incontro se gli leva,
l'abbraccia e bacia, e allato se lo pone:
n gli basta onorarlo e dargli loda,
che vuol che 'l suo valor per tutto s'oda.

113
E fa gridarlo al suon degli oricalchi
vincitor de la giostra di quel giorno.
L'alta voce ne va per tutti i palchi,
che 'l nome indegno udir fa d'ogn'intorno.
Seco il re vuol ch'a par a par cavalchi,
quando al palazzo suo poi fa ritorno;
e di sua grazia tanto gli comparte,
che basteria, se fosse Ercole o Marte.

114
Bello ed ornato alloggiamento dielli
in corte, ed onorar fece con lui
Orrigille anco; e nobili donzelli
mand con essa, e cavallieri sui.
Ma tempo  ch'anco di Grifon favelli,
il qual n dal compagno n d'altrui
temendo inganno, addormentato s'era,
n mai si risvegli fin alla sera.

115
Poi che fu desto, e che de l'ora tarda
s'accorse, usc di camera con fretta,
dove il falso cognato e la bugiarda
Orrigille lasci con l'altra setta;
e quando non gli truova, e che riguarda
non v'esser l'arme n i panni, sospetta;
ma il veder poi pi sospettoso il fece
l'insegne del compagno in quella vece.

116
Sopravien l'oste, e di colui l'informa
che gi gran pezzo, di bianch'arme adorno,
con la donna e col resto de la torma
avea ne la citt fatto ritorno.
Truova Grifone a poco a poco l'orma
ch'ascosa gli avea Amor fin a quel giorno;
e con suo gran dolor vede esser quello
adulter d'Orrigille, e non fratello.

117
Di sua sciocchezza indarno ora si duole,
ch'avendo il ver dal peregrino udito,
lasciato mutar s'abbia alle parole
di chi l'avea pi volte gi tradito.
Vendicar si potea, n seppe; or vuole
l'inimico punir, che gli  fuggito;
ed  costretto con troppo gran fallo
a tor di quel vil uom l'arme e 'l cavallo.

118
Eragli meglio andar senz'arme e nudo,
che porsi indosso la corazza indegna,
o ch'imbracciar l'abominato scudo,
o por su l'elmo la beffata insegna;
ma per seguir la meretrice e 'l drudo,
ragione in lui pari al disio non regna.
A tempo venne alla citt, ch'ancora
il giorno avea quasi di vivo un'ora.

119
Presso alla porta ove Grifon vena,
siede a sinistra un splendido castello,
che, pi che forte e ch'a guerre atto sia,
di ricche stanze  accommodato e bello.
I re, i signori, i primi di Soria
con alte donne in un gentil drappello
celebravano quivi in loggia amena
la real sontuosa e lieta cena.

120
La bella loggia sopra 'l muro usciva
con l'alta rocca fuor de la cittade;
e lungo tratto di lontan scopriva
i larghi campi e le diverse strade.
Or che Grifon verso la porta arriva
con quell'arme d'obbrobrio e di viltade,
fu con non troppa aventurosa sorte
dal re veduto e da tutta la corte:

121
e riputato quel di ch'avea insegna,
mosse le donne e i cavallieri a riso.
Il vil Martano, come quel che regna
in gran favor, dopo 'l re  'l primo assiso,
e presso a lui la donna di s degna;
dai quali Norandin con lieto viso
volse saper chi fosse quel codardo
che cos avea al suo onor poco riguardo;

122
che dopo una s trista e brutta pruova,
con tanta fronte or gli tornava inante.
Dicea: - Questa mi par cosa assai nuova,
ch'essendo voi guerrier degno e prestante,
costui compagno abbiate, che non truova,
di vilt, pari in terra di Levante.
Il fate forse per mostrar maggiore,
per tal contrario, il vostro alto valore.

123
Ma ben vi giuro per gli eterni dei,
che se non fosse ch'io riguardo a vui,
la publica ignominia gli farei,
ch'io soglio fare agli altri pari a lui.
Perpetua ricordanza gli darei,
come ognor di vilt nimico fui.
Ma sappia, s'impunito se ne parte,
grado a voi che 'l menaste in questa parte. -

124
Colui che fu de tutti i vizi il vaso,
rispose: - Alto signor, dir non sapria
chi sia costui; ch'io l'ho trovato a caso,
venendo d'Antiochia, in su la via.
ll suo smnbiante m'avea persuaso
che fosse degno di mia compagnia;
ch'intesa non n'avea pruova n vista,
se non quella che fece oggi assai trista.

125
La qual mi spiacque s, che rest poco,
che per punir l'estrema sua viltade,
non gli facessi allora allora un gioco,
che non toccasse pi lance n spade:
ma ebbi, pi ch'a lui, rispetto al loco,
e riverenza a vostra maestade.
N per me voglio che gli sia guadagno
l'essermi stato un giorno o dua compagno:

126
di che contaminato anco esser parme;
e sopra il cor mi sar eterno peso,
se, con vergogna del mestier de l'arme,
io lo vedr da noi partire illeso:
e meglio che lasciarlo, satisfarme
potrete, se sar d'un merlo impeso;
e fia lodevol opra e signorile,
perch'el sia esempio e specchio ad ogni vile. -

127
Al detto suo Martano Orrigille have,
senza accennar, confermatrice presta.
- Non son (rispose il re) l'opre s prave,
ch'al mio parer v'abbia d'andar la testa.
Voglio per pena del peccato grave,
che sol rinuovi al populo la festa. -
E tosto a un suo baron, che fe'venire,
impose quanto avesse ad esequire.

128
Quel baron molti armati seco tolse,
ed alla porta de la terra scese;
e quivi con silenzio li raccolse,
e la venuta di Grifone attese:
e ne l'entrar s d'improviso il colse,
che fra i duo ponti a salvamento il prese;
e lo ritenne con beffe e con scorno
in una oscura stanza insin al giorno.

129
Il Sole a pena avea il dorato crine
tolto di grembio alla nutrice antica,
e cominciava da le piagge alpine
a cacciar l'ombre e far la cima aprica;
quando temendo il vil Martan ch'al fine
Grifone ardito la sua causa dica,
e ritorni la colpa ond'era uscita,
tolse licenza, e fece indi partita,

130
trovando idonia scusa al priego regio,
che non stia allo spettacolo ordinato.
Altri doni gli avea fatto, col pregio
de la non sua vittoria, il signor grato;
e sopra tutto un amplo privilegio,
dov'era d'altri onori al sommo ornato.
Lascinlo andar; ch'io vi prometto certo,
che la mercede avr secondo il merto.

131
Fu Grifon tratto a gran vergogna in piazza,
quando pi si trov piena di gente.
Gli avean levato l'elmo e la corazza,
e lasciato in farsetto assai vilmente;
e come il conducessero alla mazza,
posto l'avean sopra un carro eminente,
che lento lento tiravan due vacche
da lunga fame attenuate e fiacche.

132
Venian d'intorno alla ignobil quadriga
vecchie sfacciate e disoneste putte,
di che n'era una ed or un'altra auriga,
e con gran biasmo lo mordeano tutte.
Lo poneano i fanciulli in maggior briga,
che, oltre le parole infami e brutte,
l'avrian coi sassi insino a morte offeso,
se dai pi saggi non era difeso.

133
L'arme che del suo male erano state
cagion, che di lui fer non vero indicio,
da la coda del carro strascinate
patian nel fango debito supplicio.
Le ruote inanzi a un tribunal fermate
gli fero udir de l'altrui maleficio
la sua ignominia, che 'n sugli occhi detta
gli fu, gridando un publico trombetta.

134
Lo levar quindi, e lo mostrar per tutto
dinanzi a templi, ad officine e a case,
dove alcun nome scelerato e brutto,
che non gli fosse detto, non rimase.
Fuor de la terra all'ultimo cundutto
fu da la turba, che si persuase
bandirlo e cacciare indi a suon di busse,
non conoscendo ben ch'egli si fusse.

135
Si tosto a pena gli sferraro i piedi
e liberargli l'una e l'altra mano,
che tor lo scudo ed impugnar gli vedi
la spada, che rig gran pezzo il piano.
Non ebbe contra s lance n spiedi;
che senz'arme vena il populo insano.
Ne l'altro canto diferisco il resto;
che tempo  omai, Signor, di finir questo.


CANTO DICIOTTESIMO.


1
Magnanimo Signore, ogni vostro atto
ho sempre con ragion laudato e laudo:
ben che col rozzo stil duro e mal atto
gran parte de la gloria vi defraudo.
Ma pi de l'altre una virt m'ha tratto,
a cui col core e con la lingua applaudo;
che s'ognun truova in voi ben grata udienza,
non vi truova per facil credenza.

2
Spesso in difesa deI biasmato assente
indur vi sento una ed un'altra scusa,
o riserbargli almen, fin che presente
sua causa dica, l'altra orecchia chiusa;
e sempre, prima che dannar la gente,
vederla in faccia, e udir la ragion ch'usa;
differir anco e giorni e mesi ed anni,
prima che giudicar negli altrui danni.

3
Se Norandino il simil fatto avesse,
fatto a Grifon non avria quel che fece.
A voi utile e onor sempre successe:
denigr sua fama egli pi che pece.
Per lui sue genti a morte furon messe;
che fe'Grifone in dieci tagli, e in diece
punte che trasse pien d'ira e bizzarro,
che trenta ne cascaro appresso al carro.

4
Van gli altri in rotta ove il timor li caccia,
chi qua chi l, pei campi e per le strade;
e chi d'entrar ne la citt procaccia,
e l'un su l'altro ne la porta cade.
Grifon non fa parole e non minaccia;
ma lasciando lontana ogni pietade,
mena tra il vulgo inerte il ferro intorno,
e gran vendetta fa d'ogni suo scorno.

5
Di quei che primi giunsero alla porta,
che le piante a levarsi ebbeno pronte,
parte, al bisogno suo molto pi accorta
che degli amici, alz subito il ponte;
piangendo parte, o con la faccia smorta
fuggendo and senza mai volger fronte,
e ne la terra per tutte le bande
lev grido e tumulto e rumor grande.

6
Grifon gagliardo duo ne piglia in quella
che 'l ponte si lev per lor sciagura.
Sparge de l'uno al campo le cervella;
che lo percuote ad una cote dura:
prende l'altro nel petto, e l'arrandella
in mezzo alla citt sopra le mura.
Scorse per l'ossa ai terrazzani il gelo,
quando vider colui venir dal cielo.

7
Fur molti che temer che 'l fier Grifone
sopra le mura avesse preso un salto.
Non vi sarebbe pi confusione,
s'a Damasco il soldan desse l'assalto.
Un muover d'arme, un correr di persone,
e di talacimanni un gridar d'alto,
e di tamburi un suon misto e di trombe
il mondo assorda, e 'l ciel par ne rimbombe.

8
Ma voglio a un'altra volta differire
a ricontar ci che di questo avenne.
Del buon re Carlo mi convien seguire,
che contra Rodomonte in fretta venne,
il qual le genti gli facea morire.
Io vi dissi ch'al re compagnia tenne
il gran Danese e Namo ed Oliviero
e Avino e Avolio e Otone e Berlingiero.

9
Otto scontri di lance, che da forza
di tali otto guerrier cacciati foro,
sostenne a un tempo la scagliosa scorza
di ch'avea armato il petto il crudo Moro.
Come legno si drizza, poi che l'orza
lenta il nochier che crescer sente il Coro,
cos presto rizzossi Rodomonte
dai colpi che gittar doveano un monte.

10
Guido, Ranier, Ricardo, Salamone,
Ganelon traditor, Turpin fedele,
Angioliero, Angiolino, Ughetto, Ivone,
Marco e Matteo dal pian di san Michele,
e gli otto di che dianzi fei menzione,
son tutti intorno al Saracin crudele,
Arimanno e Odoardo d'Inghilterra,
ch'entrati eran pur dianzi ne la terra.

11
Non cos freme in su lo scoglio alpino
di ben fondata rocca alta parete,
quando il furor di borea o di garbino
svelle dai monti il frassino e l'abete;
come freme d'orgoglio il Saracino,
di sdegno acceso e di sanguigna sete:
e com'a un tempo  il tuono e la saetta,
cos l'ira de l'empio e la vendetta.

12
Mena alla testa a quel che gli  pi presso,
che gli  il misero Ughetto di Dordona:
lo pone in terra insino ai denti fesso,
come che l'elmo era di tempra buona.
Percosso fu tutto in un tempo anch'esso
da molti colpi in tutta la persona;
ma non gli fan pi ch'all'incude l'ago:
s duro intorno ha lo scaglioso drago.

13
Furo tutti i ripar, fu la cittade
d'intorno intorno abandonata tutta;
che la gente alla piazza, dove accade
maggior bisogno, Carlo avea ridutta.
Corre alla piazza da tutte le strade
la turba, a chi il fuggir s poco frutta.
La persona del re s i cori accende,
ch'ognun prend'arme, ognuno animo prende.

14
Come se dentro a ben rinchiusa gabbia
d'antiqua leonessa usata in guerra,
perch'averne piacere il popul abbia,
talvolta il tauro indomito si serra;
i leoncin che veggion per la sabbia
come altiero e mugliando animoso erra,
e veder s gran corna non son usi,
stanno da parte timidi e confusi:

15
ma se la fiera madre a quel si lancia,
e ne l'orecchio attacca il crudel dente,
vogliono anch'essi insanguinar la guancia,
e vengono in soccorso arditamente;
chi morde al tauro il dosso e chi la pancia:
cos contra il pagan fa quella gente.
Da tetti e da finestre e pi d'appresso
sopra gli piove un nembo d'arme e spesso.

16
Dei cavallieri e de la fanteria
tanta  la calca, ch'a pena vi cape.
La turba che vi vien per ogni via,
v'abbonda ad or ad or spessa come ape;
che quando, disarmata e nuda, sia
pi facile a tagliar che torsi o rape,
non la potria, legata a monte a monte,
in venti giorni spenger Rodomonte.

17
Al pagan, che non sa come ne possa
venir a capo, omai quel gioco incresce.
Poco, per far di mille, o di pi, rossa
la terra intorno, il populo discresce.
Il fiato tuttavia pi se gl'ingrossa,
si che comprende al fin che, se non esce
or c'ha vigore e in tutto il corpo  sano,
vorr da tempo uscir, che sar invano.

18
Rivolge gli occhi orribili, e pon mente
che d'ogn'intorno sta chiusa l'uscita;
ma con ruina d'infinita gente
l'aprir tosto, e la far espedita.
Ecco, vibrando la spada tagliente,
che vien quel empio, ove il furor lo 'nvita,
ad assalire il nuovo stuol britanno,
che vi trasse Odoardo ed Arimanno.

19
Chi ha visto in piazza rompere steccato,
a cui la folta turba ondeggi intorno,
immansueto tauro accaneggiato,
stimulato e percosso tutto 'l giorno;
che 'l popul se ne fugge ispaventato,
ed egli or questo or quel leva sul corno:
pensi che tale o pi terribil fosse
il crudele African quando si mosse.

20
Quindici o venti ne tagli a traverso,
altritanti lasci del capo tronchi,
ciascun d'un colpo sol dritto o riverso;
che viti o salci par che poti e tronchi.
Tutto di sangue il fier pagano asperso,
lasciando capi fessi e bracci monchi,
e spalle e gambe ed altre membra sparte,
ovunque il passo volga, al fin si parte.

21
De la piazza si vede in guisa torre,
che non si pu notar ch'abbia paura;
ma tuttavolta col pensier discorre,
dove sia per uscir via pi sicura.
Capita al fin dove la Senna corre
sotto all'isola, e va fuor de le mura.
La gente d'arme e il popul fatto audace
lo stringe e incalza, e gir nol lascia in pace.

22
Qual per le selve nomade o massile
cacciata va la generosa belva,
ch'ancor fuggendo mostra il cor gentile,
e minacciosa e lenta si rinselva;
tal Rodomonte, in nessun atto vile,
da strana circondato e fiera selva
d'aste e di spade e di volanti dardi,
si tira al fiume a passi lunghi e tardi.

23
E s tre volte e pi l'ira il sospinse,
ch'essendone gi fuor, vi torn in mezzo,
ove di sangue la spada ritinse,
e pi di cento ne lev di mezzo.
Ma la ragione al fin la rabbia vinse
di non far s, ch'a Dio n'andasse il lezzo;
e da la ripa, per miglior consiglio,
si gitt all'acqua, e usc di gran periglio.

24
Con tutte l'arme and per mezzo l'acque,
come s'intorno avesse tante galle.
Africa, in te pare a costui non nacque,
ben che d'Anteo ti vanti e d'Anniballe.
Poi che fu giunto a proda, gli dispiacque,
che si vide restar dopo le spalle
quella citt ch'avea trascorsa tutta,
e non l'avea tutta arsa n distrutta.

25
E s lo rode la superbia e l'ira,
che, per tornarvi un'altra volta, guarda,
e di profondo cor geme e sospira,
n vuolne uscir, che non la spiani ed arda.
Ma lungo il fiume, in questa furia, mira
venir chi l'odio estingue e l'ira tarda.
Chi fosse io vi far ben tosto udire;
ma prima un'altra cosa v'ho da dire.

26
Io v'ho da dir de la Discordia altiera,
a cui l'angel Michele avea commesso
ch'a battaglia accendesse e a lite fiera
quei che pi forti avea Agramante appresso.
Usc de'frati la medesma sera,
avendo altrui l'ufficio suo commesso:
lasci la Fraude a guerreggiare il loco,
fin che tornasse, e a mantenervi il fuoco.

27
E le parve ch'andria con pi possanza,
se la Superbia ancor seco menasse;
e perch stavan tutte in una stanza,
non fu bisogno ch'a cercar l'andasse.
La Superbia v'and, ma non che sanza
la sua vicaria il monaster lasciasse:
per pochi d che credea starne assente,
lasci l'Ipocrisia locotenente.

28
L'implacabil Discordia in compagnia
de la Superbia si messe in camino,
e ritrov che la medesma via
facea, per gire al campo saracino,
l'afflitta e sconsolata Gelosia;
e vena seco un nano piccolino,
il qual mandava Doralice bella
al re di Sarza a dar di s novella.

29
Quando ella venne a Mandricardo in mano
(ch'io v'ho gi raccontato e come e dove),
tacitamente avea commesso al nano,
che ne portasse a questo re le nuove.
Ella sper che nol saprebbe invano,
ma che far si vedria mirabil pruove,
per riaverla con crudel vendetta
da quel ladron che gli l'avea intercetta.

30
La Gelosia quel nano avea trovato;
e la cagion del suo venir compresa,
a caminar se gli era messa allato,
parendo d'aver luogo a questa impresa.
Alla Discordia ritrovar fu grato
la Gelosia; ma pi quando ebbe intesa
la cagion del venir, che le potea
molto valere in quel che far volea.

31
D'inimicar con Rodomonte il figlio
del re Agrican le pare aver suggetto:
trover a sdegnar gli altri altro consiglio;
a sdegnar questi duo questo  perfetto.
Col nano se ne vien dove l'artiglio
del fier pagano avea Parigi astretto;
e capitaro a punto in su la riva,
quando il crudel del fiume a nuoto usciva.

32
Tosto che riconobbe Rodomonte
costui de la sua donna esser messaggio,
estinse ogn'ira, e seren la fronte,
e si sent brillar dentro il coraggio.
Ogn'altra cosa aspetta che gli conte,
prima ch'alcuno abbia a lei fatto oltraggio.
Va contra il nano, e lieto gli domanda:
- Ch' de la donna nostra? ove ti manda? -

33
Rispose il nano: - N pi tua n mia
donna dir quella ch' serva altrui.
Ieri scontrammo un cavallier per via,
che ne la tolse, e la men con lui. -
A quello annunzio entr la Gelosia,
fredda come aspe, ed abbracci costui.
Seguita il nano, e narragli in che guisa
un sol l'ha presa, e la sua gente uccisa.

34
L'acciaio allora la Discordia prese,
e la pietra focaia, e picchi un poco,
e l'esca sotto la Superbia stese,
e fu attaccato in un momento il fuoco;
e s di questo l'anima s'accese
del Saracin, che non trovava loco:
sospira e freme con s orribil faccia,
che gli elementi e tutto il ciel minaccia.

35
Come la tigre, poi ch'invan discende
nel voto albergo, e per tutto s'aggira,
e i cari figli all'ultimo comprende
essergli tolti, avampa di tant'ira,
a tanta rabbia, a tal furor s'estende,
che n a monte n a rio n a notte mira;
n lunga via, n grandine raffrena
l'odio che dietro al predator la mena:

36
cos furendo il Saracin bizzarro
si volge al nano, e dice: - Or l t'invia; -
e non aspetta n destrier n carro,
e non fa motto alla sua compagnia.
Va con pi fretta che non va il ramarro,
quando il ciel arde, a traversar la via.
Destrier non ha, ma il primo tor disegna,
sia di chi vuol, ch'ad incontrar lo vegna.

37
La Discordia ch'ud questo pensiero,
guard, ridendo, la Superbia, e disse
che volea gire a trovare un destriero
che gli apportasse altre contese e risse;
e far volea sgombrar tutto il sentiero,
ch'altro che quello in man non gli venisse:
e gi pensato avea dove trovarlo.
Ma costei lascio, e torno a dir di Carlo.

38
Poi ch'al partir del Saracin si estinse
Carlo d'intorno il periglioso fuoco,
tutte le genti all'ordine ristrinse.
Lascionne parte in qualche debol loco:
adosso il resto ai Saracini spinse,
per dar lor scacco, e guadagnarsi il giuoco;
e gli mand per ogni porta fuore,
da San Germano infin a San Vittore.

39
E command ch'a porta San Marcello,
dov'era gran spianata di campagna,
aspettasse l'un l'altro, e in un drappello
si ragunasse tutta la compagna.
Quindi animando ognuno a far macello
tal, che sempre ricordo ne rimagna,
ai lor ordini andar fe'le bandiere,
e di battaglia dar segno alle schiere.

40
Il re Agramante in questo mezzo in sella,
mal grado dei cristian, rimesso s'era;
e con l'inamorato d'Isabella
facea battaglia perigliosa e fiera:
col re Sobrin Lurcanio si martella:
Rinaldo incontra avea tutta una schiera;
e con virtude e con fortuna molta
l'urta, l'apre, ruina e mette in volta.

41
Essendo la battaglia in questo stato,
l'imperatore assalse il retroguardo
dal canto ove Marsilio avea fermato
il fior di Spagna intorno al suo stendardo.
Con fanti in mezzo e cavallieri allato,
re Carlo spinse il suo popul gagliardo
con tal rumor di timpani e di trombe,
che tutto 'l mondo par che ne rimbombe.

42
Cominciavan le schiere a ritirarse
de'Saracini, e si sarebbon volte
tutte a fuggir, spezzate, rotte e sparse,
per mai pi non potere esser raccolte;
ma 'l re Grandonio e Falsiron comparse,
che stati in maggior briga eran pi volte,
e Balugante e Serpentin feroce,
e Ferra che lor dicea a gran voce:

43
- Ah (dicea) valentuomini, ah compagni,
ah fratelli, tenete il luogo vostro.
I nimici faranno opra di ragni,
se non manchiamo noi del dover nostro.
Guardate l'alto onor, gli ampli guadagni
che Fortuna, vincendo, oggi ci ha mostro:
guardate la vergogna e il danno estremo,
ch'essendo vinti, a patir sempre avremo. -

44
Tolto in quel tempo una gran lancia avea,
e contra Berlingier venne di botto,
che sopra Largaliffa combattea,
e l'elmo ne la fronte gli avea rotto:
gittollo in terra, e con la spada rea
appresso a lui ne fe'cader forse otto.
Per ogni botta almanco, che disserra,
cader fa sempre un cavalliero in terra.

45
In altra parte ucciso avea Rinaldo
tanti pagan, ch'io non potrei contarli.
Dinanzi a lui non stava ordine saldo:
vedreste piazza in tutto 'l campo darli.
Non men Zerbin, non men Lurcanio  caldo:
per modo fan, ch'ognun sempre ne parli:
questo di punta avea Balastro ucciso,
e quello a Finadur l'elmo diviso.

46
L'esercito d'Alzerbe avea il primiero,
che poco inanzi aver solea Tardocco;
l'altro tenea sopra le squadre impero
di Zamor e di Saffi e di Marocco.
- Non  tra gli Africani un cavalliero
che di lancia ferir sappia o di stocco? -
mi si potrebbe dir: ma passo passo
nessun di gloria degno a dietro lasso.

47
Del re de la Zumara non si scorda
il nobil Dardinel figlio d'Almonte,
che con la lancia Uberto da Mirforda,
Claudio dal Bosco, Elio e Dulfin dal Monte,
e con la spada Anselmo da Stanforda,
e da Londra Raimondo e Pinamonte
getta per terra (ed erano pur forti),
dui storditi, un piagato, e quattro morti.

48
Ma con tutto 'l valor che di s mostra,
non pu tener s ferma la sua gente,
s ferma, ch'aspettar voglia la nostra
di numero minor, ma pi valente.
Ha pi ragion di spada e pi di giostra
e d'ogni cosa a guerra appertinente.
Fugge la gente maura, di Zumara,
di Setta, di Marocco e di Canara.

49
Ma pi degli altri fuggon quei d'Alzerbe,
a cui s'oppose il nobil giovinetto;
ed or con prieghi, or con parole acerbe
ripor lor cerca l'animo nel petto.
- S'Almonte merit ch'in voi si serbe
di lui memoria, or ne vedr l'effetto:
io vedr (dicea lor) se me, suo figlio,
lasciar vorrete in cos gran periglio.

50
State, vi priego per mia verde etade,
in cui solete aver s larga speme:
deh non vogliate andar per fil di spade,
ch'in Africa non torni di noi seme.
Per tutto ne saran chiuse le strade,
se non andiam raccolti e stretti insieme:
troppo alto muro e troppo larga fossa
 il monte e il mar, pria che tornar si possa.

51
Molto  meglio morir qui, ch'ai supplici
darsi e alla discrezion di questi cani.
State saldi, per Dio, fedeli amici;
che tutti son gli altri rimedi vani.
Non han di noi pi vita gli nimici;
pi d'un'alma non han, pi di due mani. -
Cos dicendo, il giovinetto forte
al conte d'Otonlei diede la morte.

52
Il rimembrare Almonte cos accese
l'esercito african che fuggia prima,
che le braccia e le mani in sue difese
meglio, che rivoltar le spalle, estima.
Guglielmo da Burnich era uno Inglese
maggior di tutti, e Dardinello il cima,
e lo pareggia agli altri; e apresso taglia
il capo ad Aramon di Cornovaglia.

53
Morto cadea questo Aramone a valle;
e v'accorse il fratel per dargli aiuto:
ma Dardinel l'aperse per le spalle
fin gi dove lo stomaco  forcuto.
Poi for il ventre a Bogio da Vergalle,
e lo mand del debito assoluto:
avea promesso alla moglier fra sei
mesi, vivendo, di tornare a lei.

54
Vide non lungi Dardinel gagliardo
venir Lurcanio, ch'avea in terra messo
Dorchin, passato ne la gola, e Gardo
per mezzo il capo e insin ai denti fesso;
e ch'Alteo fuggir volse, ma fu tardo,
Alteo ch'am quanto il suo core istesso;
che dietro alla collottola gli mise
il fier Lurcanio un colpo che l'uccise.

55
Piglia una lancia, e va per far vendetta,
dicendo al suo Macon (s'udir lo puote),
che se morto Lurcanio in terra getta,
ne la moschea ne porr l'arme vote.
Poi traversando la campagna in fretta,
con tanta forza il fianco gli percuote,
che tutto il passa sin all'altra banda;
ed ai suoi, che lo spoglino, commanda.

56
Non  da domandarmi, se dolere
se ne dovesse Ariodante il frate;
se desiasse di sua man potere
por Dardinel fra l'anime dannate:
ma nol lascian le genti adito avere,
non men de le 'nfedel le battezzate.
Vorria pur vendicarsi, e con la spada
di qua di l spianando va la strada.

57
Urta, apre, caccia, atterra, taglia e fende
qualunque lo 'mpedisce o gli contrasta.
E Dardinel che quel disire intende,
a volerlo saziar gi non sovrasta:
ma la gran moltitudine contende
con questa ancora, e i suoi disegni guasta.
Se'Mori uccide l'un, l'altro non manco
gli Scotti uccide e il campo inglese e 'l franco.

58
Fortuna sempremai la via lor tolse,
che per tutto quel d non s'accozzaro.
A pi famosa man serbar l'un volse;
che l'uomo il suo destin fugge di raro.
Ecco Rinaldo a questa strada volse,
perch'alla vita d'un non sia riparo:
ecco Rinaldo vien: Fortuna il guida
per dargli onor che Dardinello uccida.

59
Ma sia per questa volta detto assai
dei gloriosi fatti di Ponente.
Tempo  ch'io torni ove Grifon lasciai,
che tutto d'ira e di disdegno ardente
facea, con pi timor ch'avesse mai,
tumultuar la sbigottita gente.
Re Norandino a quel rumor corso era
con pi di mille armati in una schiera.

60
Re Norandin con la sua corte armata,
vedendo tutto 'l populo fuggire,
venne alla porta in battaglia ordinata,
e quella fece alla sua giunta aprire.
Grifone intanto avendo gi cacciata
da s la turba sciocca e senza ardire,
la sprezzata armatura in sua difesa
(qual la si fosse) avea di nuovo presa;

61
e presso a un tempio ben murato e forte,
che circondato era d'un'alta fossa,
in capo un ponticel si fece forte,
perch chiuderlo in mezzo alcun non possa.
Ecco, gridando e minacciando forte,
fuor de la porta esce una squadra grossa.
L'animoso Grifon non muta loco,
e fa sembiante che ne tema poco.

62
E poi ch'avicinar questo drappello
si vide, and a trovarlo in su la strada;
e molta strage fattane e macello
(che menava a due man sempre la spada),
ricorso avea allo stretto ponticello,
e quindi li tenea non troppo a bada:
di nuovo usciva e di nuovo tornava;
e sempre orribil segno vi lasciava.

63
Quando di dritto e quando di riverso
getta or pedoni or cavallieri in terra.
Il popul contra lui tutto converso
pi e pi sempre inaspera la guerra.
Teme Grifone al fin restar sommerso:
s cresce il mar che d'ogn'intorno il serra;
e ne la spalla e ne la coscia manca
 gi ferito, e pur la lena manca.

64
Ma la virt, ch'ai suoi spesso soccorre,
gli fa appo Norandin trovar perdono.
Il re, mentre al tumulto in dubbio corre,
vede che morti gi tanti ne sono:
vede le piaghe che di man d'Ettorre
pareano uscite: un testimonio buono,
che dianzi esso avea fatto indegnamente
vergogna a un cavallier molto eccellente.

65
Poi, come gli  pi presso, e vede in fronte
quel che la gente a morte gli ha condutta,
e fattosene avanti orribil monte,
e di quel sangue il fosso e l'acqua brutta;
gli  aviso di veder proprio sul ponte
Orazio sol contra Toscana tutta:
e per suo onore, e perch gli ne 'ncrebbe,
ritrasse i suoi, n gran fatica v'ebbe.

66
Ed alzando la man nuda e senz'arme,
antico segno di tregua o di pace,
disse a Grifon: - Non so, se non chiamarme
d'avere il torto, e dir che mi dispiace:
ma il mio poco giudicio, e lo istigarme
altrui, cadere in tanto error mi face.
Quel che di fare io mi credea al pi vile
guerrier del mondo, ho fatto al pi gentile.

67
E se bene alla ingiuria ed a quell'onta
ch'oggi fatta ti fu per ignoranza,
l'onor che ti fai qui s'adegua e sconta,
o (per pi vero dir) supera e avanza;
la satisfazion ci ser pronta
a tutto mio sapere e mia possanza,
quando io conosca di poter far quella
per oro o per cittadi o per castella.

68
Chiedimi la met di questo regno,
ch'io son per fartene oggi possessore;
che l'alta tua virt non ti fa degno
di questo sol, ma ch'io ti doni il core:
e la tua mano in questo mezzo, pegno
di f mi dona e di perpetuo amore. -
Cos dicendo, da cavallo scese,
e vr Grifon la destra mano stese.

69
Grifon, vedendo il re fatto benigno
venirgli per gittar le braccia al collo,
lasci la spada e l'animo maligno,
e sotto l'anche ed umile abbracciollo.
Lo vide il re di due piaghe sanguigno,
e tosto fe'venir chi medicollo;
indi portar ne la cittade adagio,
e riposar nel suo real palagio.

70
Dove, ferito, alquanti giorni, inante
che si potesse armar, fece soggiorno.
Ma lascio lui, ch'al suo frate Aquilante
ed ad Astolfo in Palestina torno,
che di Grifon, poi che lasci le sante
mura, cercare han fatto pi d'un giorno
in tutti i lochi in Solima devoti,
e in molti ancor da la citt remoti.

71
Or n l'uno n l'altro  s indovino,
che di Grifon possa saper che sia:
ma venne lor quel Greco peregrino,
nel ragionare, a caso a darne spia,
dicendo ch'Orrigille avea il camino
verso Antiochia preso di Soria,
d'un nuovo drudo, ch'era di quel loco,
di subito arsa e d'improviso fuoco.

72
Dimandgli Aquilante, se di questo
cos notizia avea data a Grifone:
e come l'afferm, s'avis il resto,
perch fosse partito, e la cagione.
Ch'Orrigille ha seguito  manifesto
in Antiochia con intenzione
di levarla di man del suo rivale
con gran vendetta e memorabil male.

73
Non toler Aquilante che 'l fratello
solo e senz'esso a quell'impresa andasse;
e prese l'arme, e venne dietro a quello:
ma prima preg il duca che tardasse
l'andata in Francia ed al paterno ostello,
fin ch'esso d'Antiochia ritornasse.
Scende al Zaffo e s'imbarca, che gli pare
e pi breve e miglior la via del mare.

74
Ebbe un ostro-silocco allor possente
tanto nel mare, e s per lui disposto,
che la terra del Surro il d seguente
vide e Saffetto, un dopo l'altro tosto.
Passa Barutti e il Zibeletto, e sente
che da man manca gli  Cipro discosto.
A Tortosa da Tripoli, e alla Lizza
e al golfo di Laiazzo il camin drizza.

75
Quindi a levante fe'il nocchier la fronte
del navilio voltar snello e veloce;
ed a sorger n'and sopra l'Oronte,
e colse il tempo, e ne pigli la foce.
Gittar fece Aquilante in terra il ponte,
e n'usc armato sul destrier feroce;
e contra il fiume il camin dritto tenne,
tanto ch'in Antiochia se ne venne.

76
Di quel Martano ivi ebbe ad informarse;
ed ud ch'a Damasco se n'era ito
con Orrigille, ove una giostra farse
dovea solenne per reale invito.
Tanto d'andargli dietro il desir l'arse,
certo che 'l suo german l'abbia seguito,
che d'Antiochia anco quel d si tolle;
ma gi per mar pi ritornar non volle.

77
Verso Lidia e Larissa il camin piega:
resta pi sopra Aleppe ricca e piena.
Dio, per mostrar ch'ancor di qua non niega
mercede al bene, ed al contrario pena,
Martano appresso a Mamuga una lega
ad incontrarsi in Aquilante mena.
Martano si facea con bella mostra
portare inanzi il pregio de la giostra.

78
Pens Aquilante al primo comparire,
che 'l vil Martano il suo fratello fosse;
che l'ingannaron l'arme, e quel vestire
candido pi che nievi ancor non mosse:
e con quell'oh! che d'allegrezza dire
si suole, incominci; ma poi cangiosse
tosto di faccia e di parlar, ch'appresso
s'avide meglio, che non era desso.

79
Dubit che per fraude di colei
ch'era con lui, Grifon gli avesse ucciso;
e: - Dimmi (gli grid) tu ch'esser di
un ladro e un traditor, come n'hai viso,
onde hai quest'arme avute? onde ti sei
sul buon destrier del mio fratello assiso?
Dimmi se 'l mio fratello  morto o vivo;
come de l'arme e del destrier l'hai privo. -

80
Quando Orrigille ud l'irata voce,
a dietro il palafren per fuggir volse;
ma di lei fu Aquilante pi veloce,
e fecela fermar, volse o non volse.
Martano al minacciar tanto feroce
del cavallier, che s improviso il colse,
pallido triema, come al vento fronda,
n sa quel che si faccia o che risponda.

81
Grida Aquilante, e fulminar non resta,
e la spada gli pon dritto alla strozza;
e giurando minaccia che la testa
ad Orrigille e a lui rimarr mozza,
se tutto il fatto non gli manifesta.
Il mal giunto Martano alquanto ingozza,
e tra s volve se pu sminuire
sua grave colpa, e poi comincia a dire:

82
- Sappi, signor, che mia sorella  questa,
nata di buona e virtuosa gente,
ben che tenuta in vita disonesta
l'abbia Grifone obbrobriosamente:
e tale infamia essendomi molesta,
n per forza sentendomi possente
di torla a s grande uom, feci disegno
d'averla per astuzia e per ingegno.

83
Tenni modo con lei, ch'avea desire
di ritornare a pi lodata vita,
ch'essendosi Grifon messo a dormire,
chetamente da lui fsse partita.
Cos fece ella; e perch egli a seguire
non n'abbia, ed a turbar la tela ordita,
noi lo lasciammo disarmato e a piedi;
e qua venuti sin, come tu vedi. -

84
Poteasi dar di somma astuzia vanto,
che colui facilmente gli credea;
e, fuor che 'n torgli arme e destrier e quanto
tenesse di Grifon, non gli nocea;
se non volea pulir sua scusa tanto,
che la facesse di menzogna rea:
buona era ogn'altra parte, se non quella
che la femina a lui fosse sorella.

85
Avea Aquilante in Antiochia inteso
essergli concubina, da pi genti;
onde gridando, di furore acceso:
- Falsissimo ladron, tu te ne menti! -
un pugno gli tir di tanto peso,
che ne la gola gli cacci duo denti:
e senza pi contesa, ambe le braccia
gli volge dietro, e d'una fune allaccia;

86
e parimente fece ad Orrigille,
ben che in sua scusa ella dicesse assai.
Quindi li trasse per casali e ville,
n li lasci fin a Damasco mai;
e de le miglia mille volte mille
tratti gli avrebbe con pene e con guai,
fin ch'avesse trovato il suo fratello,
per farne poi come piacesse a quello.

87
Fece Aquilante lor scudieri e some
seco tornare, ed in Damasco venne,
e trov di Grifon celebre il nome
per tutta la citt batter le penne:
piccoli e grandi, ognun sapea gi come
egli era, che s ben corse l'antenne,
ed a cui tolto fu con falsa mostra
dal compagno la gloria de la giostra.

88
Il popul tutto al vil Martano infesto,
l'uno all'altro additandolo, lo scuopre.
- Non  (dicean), non  il ribaldo questo,
che si fa laude con l'altrui buone opre?
e la virt di chi non  ben desto,
con la sua infamia e col suo obbrobrio copre?
Non  l'ingrata femina costei,
la qual tradisce i buoni e aiuta i rei? -

89
Altri dicean: - Come stan bene insieme
segnati ambi d'un marchio e d'una razza! -
Chi li bestemmia, chi lor dietro freme,
chi grida: - Impicca, abrucia, squarta, amazza! -
La turba per veder s'urta, si preme,
e corre inanzi alle strade, alla piazza.
Venne la nuova al re, che mostr segno
d'averla cara pi ch'un altro regno.

90
Senza molti scudier dietro o davante,
come si ritrov, si mosse in fretta,
e venne ad incontrarsi in Aquilante,
ch'avea del suo Grifon fatto vendetta;
e quello onora con gentil sembiante,
seco lo 'nvita, e seco lo ricetta;
di suo consenso avendo fatto porre
i duo prigioni in fondo d'una torre.

91
Andaro insieme ove del letto mosso
Grifon non s'era, poi che fu ferito,
che vedendo il fratel, divenne rosso;
che ben stim ch'avea il suo caso udito.
E poi che motteggiando un poco adosso
gli and Aquilante, messero a partito
di dare a quelli duo iusto martoro,
venuti in man degli avversari loro.

92
Vuole Aquilante, vuole il re che mille
strazi ne sieno fatti; ma Grifone
(perch non osa dir sol d'Orrigille)
all'uno e all'altro vuol che si perdone.
Disse assai cose, e molto ben ordille;
fugli risposto; or per conclusione
Martano  disegnato in mano al boia,
ch'abbia a scoparlo, e non per che moia.

93
Legar lo fanno, e non tra'fiori e l'erba,
e per tutto scopar l'altra matina.
Orrigille captiva si riserba
fin che ritorni la bella Lucina,
al cui saggio parere, o lieve o acerba,
rimetton quei signor la disciplina.
Quivi stette Aquilante a ricrearsi
fin che 'l fratel fu sano e pot armarsi.

94
Re Norandin, che temperato e saggio
divenuto era dopo un tanto errore,
non potea non aver sempre il coraggio
di penitenza pieno e di dolore,
d'aver fatto a colui danno ed oltraggio,
che degno di mercede era e d'onore:
s che d e notte avea il pensiero intento
par farlo rimaner di s contento.

95
E statu nel publico cospetto
de la citt, di tanta ingiuria rea,
con quella maggior gloria ch'a perfetto
cavallier per un re dar si potea,
di rendergli quel premio ch'intercetto
con tanto inganno il traditor gli avea:
e perci fe'bandir per quel paese,
che faria un'altra giostra indi ad un mese.

96
Di ch'apparecchio fa tanto solenne,
quanto a pompa real possibil sia:
onde la Fama con veloci penne
port la nuova per tutta Soria;
ed in Fenicia e in Palestina venne,
e tanto, ch'ad Astolfo ne di spia,
il qual col vicer deliberosse
che quella giostra senza lor non fosse.

97
Per guerrier valoroso e di gran nome
la vera istoria Sansonetto vanta.
Gli di battesmo Orlando, e Carlo (come
v'ho detto) a governar la Terra Santa.
Astolfo con costui lev le some,
per ritrovarsi ove la Fama canta,
s che d'intorno n'ha piena ogni orecchia,
ch'in Damasco la giostra s'apparecchia.

98
Or cavalcando per quelle contrade
con non lunghi viaggi, agiati e lenti,
per ritrovarsi freschi alla cittade
poi di Damasco il d de'torniamenti,
scontraro in una croce di due strade
persona ch'al vestire e a'movimenti
avea sembianza d'uomo, e femin'era,
ne le battaglie a maraviglia fiera.

99
La vergine Marfisa si nomava,
di tal valor, che con la spada in mano
fece pi volte al gran signor di Brava
sudar la fronte e a quel di Montalbano;
e 'l d e la notte armata sempre andava
di qua di l cercando in monte e in piano
con cavallieri erranti riscontrarsi,
ed immortale e gloriosa farsi.

100
Com'ella vide Astolfo e Sansonetto,
ch'appresso le venian con l'arme indosso,
prodi guerrier le parvero all'aspetto;
ch'erano ambeduo grandi e di buono osso:
e perch di provarsi avria diletto,
per isfidarli avea il destrier gi mosso;
quando, affissando l'occhio pi vicino,
conosciuto ebbe il duca paladino.

101
De la piacevolezza le sovenne
del cavallier, quando al Catai seco era:
e lo chiam per nome, e non si tenne
la man nel guanto, e alzossi la visiera;
e con gran festa ad abbracciarlo venne,
come che sopra ogn'altra fosse altiera.
Non men da l'altra parte riverente
fu il paladino alla donna eccellente.

102
Tra lor si domandaron di lor via:
e poi ch'Astolfo, che prima rispose,
narr come a Damasco se ne ga,
dove le genti in arme valorose
avea invitato il re de la Soria
a dimostrar lor opre virtuose;
Marfisa, sempre a far gran pruove accesa,
- Voglio esser con voi (disse) a questa impresa. -

103
Sommamente ebbe Astolfo grata questa
compagna d'arme, e cos Sansonetto.
Furo a Damasco il d inanzi la festa,
e di fuora nel borgo ebbon ricetto:
e sin all'ora che dal sonno desta
l'Aurora il vecchiarel gi suo diletto,
quivi si riposar con maggior agio,
che se smontati fossero al palagio.

104
E poi che 'l nuovo sol lucido e chiaro
per tutto sparsi ebbe i fulgenti raggi,
la bella donna e i duo guerrier s'armaro,
mandato avendo alla citt messaggi;
che, come tempo fu, lor rapportaro
che per veder spezzar frassini e faggi
re Norandino era venuto al loco
ch'avea costituito al fiero gioco.

105
Senza pi indugio alla citt ne vanno,
e per la via maestra alla gran piazza,
dove aspettando il real segno stanno
quinci e quindi i guerrier di buona razza.
I premi che quel giorno si daranno
a chi vince,  uno stocco ed una mazza
guerniti riccamente, e un destrier, quale
sia convenevol dono a un signor tale.

106
Avendo Norandin fermo nel core
che, come il primo pregio, il secondo anco,
e d'ambedue le giostre il sommo onore
si debba guadagnar Grifone il bianco;
per dargli tutto quel ch'uom di valore
dovrebbe aver, n debbe far con manco,
posto con l'arme in questo ultimo pregio
ha stocco e mazza e destrier molto egregio.

107
L'arme che ne la giostra fatta dianzi
si doveano a Grifon che 'l tutto vinse,
e che usurpate avea con tristi avanzi
Martano che Grifone esser si finse,
quivi si fece il re pendere inanzi,
e il ben guernito stocco a quelle cinse,
e la mazza all'arcion del destrier messe,
perch Grifon l'un pregio e l'altro avesse.

108
Ma che sua intenzione avesse effetto
viet quella magnanima guerriera,
che con Astolfo e col buon Sansonetto
in piazza nuovamente venuta era.
Costei, vedendo l'arme ch'io v'ho detto,
subito n'ebbe conoscenza vera:
per che gi sue furo, e l'ebbe care
quanto si suol le cose ottime e rare;

109
ben che l'avea lasciate in su la strada
a quella volta che le fur d'impaccio,
quando per riaver sua buona spada
correa dietro a Brunel degno di laccio.
Questa istoria non credo che m'accada
altrimenti narrar; per la taccio.
Da me vi basti intendere a che guisa
quivi trovasse l'arme sue Marfisa.

110
Intenderete ancor, che come l'ebbe
riconosciute a manifeste note,
per altro che sia al mondo, non le avrebbe
lasciate un d di sua persona vote.
Se pi tenere un modo o un altro debbe
per racquistarle, ella pensar non puote:
ma se gli accosta a un tratto, e la man stende,
e senz'altro rispetto se le prende;

111
e per la fretta ch'ella n'ebbe, avenne
ch'altre ne prese, altre mandonne in terra.
Il re, che troppo offeso se ne tenne,
con uno sguardo sol le mosse guerra;
che 'l popul, che l'ingiuria non sostenne,
per vendicarlo e lance e spade afferra,
non rammentando ci ch'i giorni inanti
nocque il dar noia ai cavallieri erranti.

112
N fra vermigli fiori, azzurri e gialli
vago fanciullo alla stagion novella,
n mai si ritrov fra suoni e balli
pi volentieri ornata donna e bella;
che fra strepito d'arme e di cavalli,
e fra punte di lance e di quadrella,
dove si sparga sangue e si dia morte,
costei si truovi, oltre ogni creder forte.

113
Spinge il cavallo, e ne la turba sciocca
con l'asta bassa impetuosa fere;
e chi nel collo e chi nel petto imbrocca,
e fa con l'urto or questo or quel cadere:
poi con la spada uno ed un altro tocca,
e fa qual senza capo rimanere,
e qual rotto, e qual passato al fianco,
e qual del braccio privo o destro o manco.

114
L'ardito Astolfo e il forte Sansonetto,
ch'avean con lei vestita e piastra e maglia,
ben che non venner gi per tal effetto,
pur, vedendo attaccata la battaglia,
abbassan la visiera de l'elmetto,
e poi la lancia per quella canaglia;
ed indi van con la tagliente spada
di qua di l facendosi far strada.

115
I cavallieri di nazion diverse,
ch'erano per giostrar quivi ridutti,
vedendo l'arme in tal furor converse,
e gli aspettati giuochi in gravi lutti
(che la cagion ch'avesse di dolerse
la plebe irata non sapeano tutti,
n ch'al re tanta ingiuria fosse fatta),
stavan con dubbia mente e stupefatta.

116
Di ch'altri a favorir la turba venne,
che tardi poi non se ne fu a pentire;
altri, a cui la citt pi non attenne
che gli stranieri, accorse a dipartire;
altri, pi saggio, in man la briglia tenne,
mirando dove questo avesse a uscire.
Di quelli fu Grifone ed Aquilante,
che per vendicar l'arme andaro inante.

117
Essi vedendo il re che di veneno
avea le luci inebriate e rosse,
ed essendo da molti istrutti a pieno
de la cagion che la discordia mosse,
e parendo a Grifon che sua, non meno
che del re Norandin, l'ingiuria fosse;
s'avean le lance fatte dar con fretta,
e venian fulminando alla vendetta.

118
Astolfo d'altra parte Rabicano
vena spronando a tutti gli altri inante,
con l'incantata lancia d'oro in mano,
ch'al fiero scontro abbatte ogni giostrante.
Fer con essa e lasci steso al piano
prima Grifone, e poi trov Aquilante;
e de lo scudo tocc l'orlo a pena,
che lo gitt riverso in su l'arena.

119
I cavallier di pregio e di gran pruova
votan le selle inanzi a Sansonetto.
L'uscita de la piazza il popul truova:
il re n'arrabbia d'ira e di dispetto.
Con la prima corazza e con la nuova
Marfisa intanto, e l'uno e l'altro elmetto,
poi che si vide a tutti dare il tergo,
vincitrice vena verso l'albergo.

120
Astolfo e Sansonetto non fur lenti
a seguitarla, e seco a ritornarsi
verso la porta (che tutte le genti
gli davan loco), ed al rastrel fermarsi.
Aquilante e Grifon, troppo dolenti
di vedersi a uno incontro riversarsi,
tenean per gran vergogna il capo chino,
n ardian venire inanzi a Norandino.

121
Presi e montati c'hanno i lor cavalli,
spronano dietro agli nimici in fretta.
Li segue il re con molti suoi vasalli,
tutti pronti o alla morte o alla vendetta.
La sciocca turba grida: - Dlli dlli -;
e sta lontana, e le novelle aspetta.
Grifone arriva ove volgean la fronte
i tre compagni, ed avean preso il ponte.

122
A prima giunta Astolfo raffigura,
ch'avea quelle medesime divise,
avea il cavallo, avea quella armatura
ch'ebbe dal d ch'Orril fatale uccise.
N miratol, n posto gli avea cura,
quando in piazza a giostrar seco si mise:
quivi il conobbe e salutollo; e poi
gli domand de li compagni suoi;

123
e perch tratto avean quell'arme a terra,
portando al re s poca riverenza.
Di suoi compagni il duca d'Inghilterra
diede a Grifon non falsa conoscenza:
de l'arme ch'attaccate avean la guerra,
disse che non n'avea troppa scienza;
ma perch con Marfisa era venuto,
dar le volea con Sansonetto aiuto.

124
Quivi con Grifon stando il paladino,
viene Aquilante, e lo conosce tosto
che parlar col fratel l'ode vicino,
e il voler cangia, ch'era mal disposto.
Giungean molti di quei di Norandino,
ma troppo non ardian venire accosto;
e tanto pi, vedendo i parlamenti,
stavano cheti, e per udire intenti.

125
Alcun ch'intende quivi esser Marfisa,
che tiene al mondo il vanto in esser forte,
volta il cavallo, e Norandino avisa
che s'oggi non vuol perder la sua corte,
proveggia, prima che sia tutta uccisa,
di man trarla a Tesifone e alla Morte;
perch Marfisa veramente  stata,
che l'armatura in piazza gli ha levata.

126
Come re Norandino ode quel nome
cos temuto per tutto Levante,
che facea a molti anco arricciar le chiome,
ben che spesso da lor fosse distante,
 certo che ne debbia venir come
dice quel suo, se non provede inante;
per gli suoi, che gi mutata l'ira
hanno in timore, a s richiama e tira.

127
Da l'altra parte i figli d'Oliviero
con Sansonetto e col figliuol d'Otone,
supplicando a Marfisa, tanto fero,
che si di fine alla crudel tenzone.
Marfisa, giunta al re, con viso altiero
disse: - Io non so, signor, con che ragione
vogli quest'arme dar, che tue non sono,
al vincitor de le tue giostre in dono.

128
Mie sono l'arme, e 'n mezzo de la via
che vien d'Armenia, un giorno le lasciai,
perch seguire a pi mi convenia
un rubator che m'avea offesa assai:
e la mia insegna testimon ne fia,
che qui si vede, se notizia n'hai. -
E la mostr ne la corazza impressa,
ch'era in tre parti una corona fessa.

129
- Gli  ver (rispose il re) che mi fur date,
son pochi d, da un mercatante armeno;
e se voi me l'avesse domandate,
l'avreste avute, o vostre o no che sino;
ch'avenga ch'a Grifon gi l'ho donate,
ho tanta fede in lui, che nondimeno,
acci a voi darle avessi anche potuto,
volentieri il mio don m'avria renduto.

130
Non bisogna allegar, per farmi fede
che vostre sien, che tengan vostra insegna:
basti il dirmelo voi; che vi si crede
pi ch'a qual altro testimonio vegna.
Che vostre sian vostr'arme si concede
alla virt di maggior premio degna.
Or ve l'abbiate, e pi non si contenda;
e Grifon maggior premio da me prenda. -

131
Grifon che poco a cor avea quell'arme,
ma gran disio che 'l re si satisfaccia,
gli disse: - Assai potete compensarme,
se mi fate saper ch'io vi compiaccia. -
Tra s disse Marfisa: - Esser qui parme
l'onor mio in tutto: - e con benigna faccia
volle a Grifon de l'arme esser cortese;
e finalmente in don da lui le prese.

132
Ne la citt con pace e con amore
tornaro, ove le feste raddoppiarsi.
Poi la giostra si fe', di che l'onore
e 'l pregio Sansonetto fece darsi;
ch'Astolfo e i duo fratelli e la migliore
di lor, Marfisa, non volson provarsi,
cercando, com'amici e buon compagni,
che Sansonetto il pregio ne guadagni.

133
Stati che sono in gran piacere e in festa
con Norandino otto giornate o diece,
perch l'amor di Francia gli molesta,
che lasciar senza lor tanto non lece,
tolgon licenza; e Marfisa, che questa
via disiava, compagnia lor fece.
Marfisa avuto avea lungo disire
al paragon dei paladin venire;

134
e far esperienza se l'effetto
si pareggiava a tanta nominanza.
Lascia un altro in suo loco Sansonetto,
che di Ierusalem regga la stanza.
Or questi cinque in un drappello eletto,
che pochi pari al mondo han di possanza,
licenziati dal re Norandino,
vanno a Tripoli e al mar che v' vicino.

135
E quivi una caracca ritrovaro,
che per Ponente mercanzie raguna.
Per loro e pei cavalli s'accordaro
con un vecchio patron ch'era da Luna.
Mostrava d'ogn'intorno il tempo chiaro,
ch'avrian per molti d buona fortuna.
Sciolser dal lito, avendo aria serena,
e di buon vento ogni lor vela piena.

136
L'isola sacra all'amorosa dea
diede lor sotto un'aria il primo porto,
che non ch'a offender gli uomini sia rea,
ma stempra il ferro, e quivi  'l viver corto.
Cagion n' un stagno: e certo non dovea
Natura a Famagosta far quel torto
d'appressarvi Costanza acre e maligna,
quando al resto di Cipro  s benigna.

137
Il grave odor che la palude esala
non lascia al legno far troppo soggiorno.
Quindi a un greco-levante spieg ogni ala,
volando da man destra a Cipro intorno,
e surse a Pafo, e pose in terra scala;
e i naviganti uscir nel lito adorno,
chi per merce levar, chi per vedere
la terra d'amor piena e di piacere.

138
Dal mar sei miglia o sette, a poco a poco
si va salendo inverso il colle ameno.
Mirti e cedri e naranci e lauri il loco,
e mille altri soavi arbori han pieno.
Serpillo e persa e rose e gigli e croco
spargon da l'odorifero terreno
tanta suavit, ch'in mar sentire
la fa ogni vento che da terra spire.

139
Da limpida fontana tutta quella
piaggia rigando va un ruscel fecondo.
Ben si pu dir che sia di Vener bella
il luogo dilettevole e giocondo;
che v' ogni donna affatto, ogni donzella
piacevol pi ch'altrove sia nel mondo:
e fa la dea che tutte ardon d'amore,
giovani e vecchie, infino all'ultime ore.

140
Quivi odono il medesimo ch'udito
di Lucina e de l'Orco hanno in Soria,
e come di tornare ella a marito
facea nuovo apparecchio in Nicosia.
Quindi il padrone (essendosi espedito,
e spirando buon vento alla sua via)
l'ancore sarpa, e fa girar la proda
verso ponente, ed ogni vela snoda.

141
Al vento di maestro alz la nave
le vele all'orza, ed allargossi in alto.
Un ponente-libecchio, che soave
parve a principio e fin che 'l sol stette alto,
e poi si fe'verso la sera grave,
le leva incontra il mar con fiero assalto,
con tanti tuoni e tanto ardor di lampi,
che par che 'l ciel si spezzi e tutto avampi.

142
Stendon le nubi un tenebroso velo
che n sole apparir lascia n stella.
Di sotto il mar, di sopra mugge il cielo,
il vento d'ogn'intorno, e la procella
che di pioggia oscurissima e di gelo
i naviganti miseri flagella:
e la notte pi sempre si diffonde
sopra l'irate e formidabil onde.

143
I naviganti a dimostrare effetto
vanno de l'arte in che lodati sono:
chi discorre fischiando col fraschetto,
e quanto han gli altri a far, mostra col suono;
chi l'ancore apparechia da rispetto,
e chi al mainare e chi alla scotta  buono;
chi 'l timone, chi l'arbore assicura,
chi la coperta di sgombrare ha cura.

144
Crebbe il tempo crudel tutta la notte,
caliginosa e pi scura ch'inferno.
Tien per l'alto il padrone, ove men rotte
crede l'onde trovar, dritto il governo;
e volta ad or ad or contra le botte
del mar la proda, e de l'orribil verno,
non senza speme mai che, come aggiorni,
cessi fortuna, o pi placabil torni.

145
Non cessa e non si placa, e pi furore
mostra nel giorno, se pur giorno  questo,
che si conosce al numerar de l'ore,
non che per lume gi sia manifesto.
Or con minor speranza e pi timore
si d in poter del vento il padron mesto:
volta la poppa all'onde, e il mar crudele
scorrendo se ne va con umil vele.

146
Mentre Fortuna in mar questi travaglia,
non lascia anco posar quegli altri in terra,
che sono in Francia, ove s'uccide e taglia
coi Saracini il popul d'Inghilterra.
Quivi Rinaldo assale, apre e sbaraglia
le schiere avverse, e le bandiere atterra.
Dissi di lui, che 'l suo destrier Baiardo
mosso avea contra a Dardinel gagliardo.

147
Vide Rinaldo il segno del quartiero,
di che superbo era il figliuol d'Almonte;
e lo stim gagliardo e buon guerriero,
che concorrer d'insegna ardia col conte.
Venne pi appresso, e gli parea pi vero;
ch'avea d'intorno uomini uccisi a monte.
- Meglio  (grid) che prima io svella e spenga
questo mal germe, che maggior divenga. -

148
Dovunque il viso drizza il paladino,
levasi ognuno, e gli d larga strada;
n men sgombra il fedel, che 'l Saracino,
si reverita  la famosa spada.
Rinaldo, fuor che Dardinel meschino,
non vede alcuno, e lui seguir non bada.
Grida: - Fanciullo, gran briga ti diede
chi ti lasci di questo scudo erede.

149
Vengo a te per provar, se tu m'attendi,
come ben guardi il quartier rosso e bianco;
che s'ora contra me non lo difendi,
difender contra Orlando il potrai manco. -
Rispose Dardinello: - Or chiaro apprendi
che s'io lo porto, il so difender anco;
e guadagnar pi onor, che briga, posso
del paterno quartier candido e rosso.

150
Perch fanciullo io sia, non creder farme
per fuggire, o che 'l quartier ti dia:
la vita mi torrai, se mi toi l'arme;
ma spero in Dio ch'anzi il contrario fia.
Sia quel che vuol, non potr alcun biasmarme
che mai traligni alla progenie mia. -
Cos dicendo, con la spada in mano
assalse il cavallier da Montalbano.

151
Un timor freddo tutto 'l sangue oppresse,
che gli Africani aveano intorno al core,
come vider Rinaldo che si messe
con tanta rabbia incontra a quel signore,
con quanta andria un leon ch'al prato avesse
visto un torel ch'ancor non senta amore.
Il primo che fer, fu 'l Saracino;
ma picchi invan su l'elmo di Mambrino.

152
Rise Rinaldo, e disse: - Io vo'tu senta,
s'io so meglio di te trovar la vena. -
Sprona, e a un tempo al destrier la briglia allenta,
e d'una punta con tal forza mena,
d'una punta ch'al petto gli appresenta,
che gli la fa apparir dietro alla schena.
Quella trasse, al tornar, l'alma col sangue:
di sella il corpo usc freddo ed esangue.

153
Come purpureo fior languendo muore,
che 'l vomere al passar tagliato lassa;
o come carco di superchio umore
il papaver ne l'orto il capo abbassa:
cos, gi de la faccia ogni colore
cadendo, Dardinel di vita passa;
passa di vita, e fa passar con lui
l'ardire e la virt de tutti i sui.

154
Qual soglion l'acque per umano ingegno
stare ingorgate alcuna volta e chiuse,
che quando lor vien poi rotto il sostegno,
cascano, e van con gran rumor difuse;
tal gli African, ch'avean qualche ritegno
mentre virt lor Dardinello infuse,
ne vanno or sparti in questa parte e in quella,
che l'han veduto uscir morto di sella.

155
Chi vuol fuggir, Rinaldo fuggir lassa,
ed attende a cacciar chi vuol star saldo.
Si cade ovunque Ariodante passa,
che molto va quel d presso a Rinaldo.
Altri Lionetto, altri Zerbin fracassa,
a gara ognuno a far gran prove caldo.
Carlo fa il suo dover, lo fa Oliviero,
Turpino e Guido e Salamone e Ugiero.

156
I Mori fur quel giorno in gran periglio
che 'n Pagania non ne tornasse testa;
ma 'l saggio re di Spagna d di piglio,
e se ne va con quel che in man gli resta.
Restar in danno tien miglior consiglio,
che tutti i denar perdere e la vesta:
meglio  ritrarsi e salvar qualche schiera,
che, stando, esser cagion che 'l tutto pra.

157
Verso gli alloggiamenti i segni invia,
ch'eron serrati d'argine e di fossa,
con Stordilan, col re d'Andologia,
col Portughese in una squadra grossa.
Manda a pregar il re di Barbaria,
che si cerchi ritrar meglio che possa;
e se quel giorno la persona e 'l loco
potr salvar, non avr fatto poco.

158
Quel re che si tenea spacciato al tutto,
n mai credea pi riveder Biserta,
che con viso s orribile e s brutto
unquanco non avea Fortuna esperta,
s'allegr che Marsilio avea ridutto
parte del campo in sicurezza certa:
ed a ritrarsi cominci, e a dar volta
alle bandiere, e fe'sonar raccolta.

159
Ma la pi parte de la gente rotta
n tromba n tambur n segno ascolta:
tanta fu la vilt, tanta la dotta,
ch'in Senna se ne vide affogar molta.
Il re Agramante vuol ridur la frotta:
seco ha Sobrino, e van scorrendo in volta;
e con lor s'affatica ogni buon duca,
che nei ripari il campo si riduca.

160
Ma n il re, n Sobrin, n duca alcuno
con prieghi, con minacce, con affanno
ritrar pu il terzo, non ch'io dica ognuno,
dove l'insegne mal seguite vanno.
Morti o fuggiti ne son dua, per uno
che ne rimane, e quel non senza danno:
ferito  chi di dietro e chi davanti;
ma travagliati e lassi tutti quanti.

161
E con gran tema fin dentro alle porte
dei forti alloggiamenti ebbon la caccia:
ed era lor quel luogo anco mal forte,
con ogni proveder che vi si faccia
(che ben pigliar nel crin la buona sorte
Carlo sapea, quando volgea la faccia),
se non venia la notte tenebrosa,
che stacc il fatto, ed acquet ogni cosa;

162
dal Creator accelerata forse,
che de la sua fattura ebbe pietade.
Ondeggi il sangue per campagna, e corse
come un gran fiume, e dilag le strade.
Ottantamila corpi numerorse,
che fur quel d messi per fil di spade.
Villani e lupi uscir poi de le grotte
a dispogliargli e a devorar la notte.

163
Carlo non torna pi dentro alla terra,
ma contra gli nimici fuor s'accampa,
ed in assedio le lor tende serra,
ed alti e spessi fuochi intorno avampa.
Il pagan si provede, e cava terra,
fossi e ripari e bastioni stampa;
va rivedendo, e tien le guardie deste,
n tutta notte mai l'arme si sveste.

164
Tutta la notte per gli alloggiamenti
dei malsicuri Saracini oppressi
si versan pianti, gemiti e lamenti,
ma quanto pi si pu, cheti e soppressi.
Altri, perch gli amici hanno e i parenti
lasciati morti, ed altri per se stessi,
che son feriti, e con disagio stanno:
ma pi  la tema del futuro danno.

165
Duo Mori ivi fra gli altri si trovaro,
d'oscura stirpe nati in Tolomitta;
de'quai l'istoria, per esempio raro
di vero amore,  degna esser descritta.
Cloridano e Medor si nominaro,
ch'alla fortuna prospera e alla afflitta
aveano sempre amato Dardinello,
ed or passato in Francia il mar con quello.

166
Cloridan, cacciator tutta sua vita,
di robusta persona era ed isnella:
Medoro avea la guancia colorita
e bianca e grata ne la et novella;
e fra la gente a quella impresa uscita
non era faccia pi gioconda e bella:
occhi avea neri, e chioma crespa d'oro:
angel parea di quei del sommo coro.

167
Erano questi duo sopra i ripari
con molti altri a guardar gli alloggiamenti,
quando la Notte fra distanze pari
mirava il ciel con gli occhi sonnolenti.
Medoro quivi in tutti i suoi parlari
non pu far che 'l signor suo non rammenti,
Dardinello d'Almonte, e che non piagna
che resti senza onor ne la campagna.

168
Volto al cornpagno, disse: - O Cloridano,
io non ti posso dir quanto m'incresca
del mio signor, che sia rimaso al piano,
per lupi e corbi, ohim! troppo degna esca.
Pensando come sempre mi fu umano,
mi par che quando ancor questa anima esca
in onor di sua fama, io non compensi
n sciolga verso lui gli oblighi immensi.

169
Io voglio andar, perch non stia insepulto
in mezzo alla campagna, a ritrovarlo:
e forse Dio vorr ch'io vada occulto
l dove tace il campo del re Carlo.
Tu rimarrai; che quando in ciel sia sculto
ch'io vi debba morir, potrai narrarlo:
che se Fortuna vieta s bell'opra,
per fama almeno il mio buon cor si scuopra. -

170
Stupisce Cloridan, che tanto core,
tanto amor, tanta fede abbia un fanciullo:
e cerca assai, perch gli porta amore,
di fargli quel pensiero irrito e nullo;
ma non gli val, perch'un s gran dolore
non riceve conforto n trastullo.
Medoro era disposto o di morire,
o ne la tomba il suo signor coprire.

171
Veduto che nol piega e che nol muove,
Cloridan gli risponde: - E verr anch'io,
anch'io vuo'pormi a s lodevol pruove,
anch'io famosa morte amo e disio.
Qual cosa sar mai che pi mi giove,
s'io resto senza te, Medoro mio?
Morir teco con l'arme  meglio molto,
che poi di duol, s'avvien che mi sii tolto. -

172
Cos disposti, messero in quel loco
le successive guardie, e se ne vanno.
Lascian fosse e steccati, e dopo poco
tra'nostri son, che senza cura stanno.
Il campo dorme, e tutto  spento il fuoco,
perch dei Saracin poca tema hanno.
Tra l'arme e'carriaggi stan roversi,
nel vin, nel sonno insino agli occhi immersi.

173
Fermossi alquanto Cloridano, e disse:
- Non son mai da lasciar l'occasioni.
Di questo stuol che 'l mio signor trafisse,
non debbo far, Medoro, occisioni?
Tu, perch sopra alcun non ci venisse,
gli occhi e l'orecchi in ogni parte poni;
ch'io m'offerisco farti con la spada
tra gli nimici spaziosa strada. -

174
Cos disse egli, e tosto il parlar tenne,
ed entr dove il dotto Alfeo dormia,
che l'anno inanzi in corte a Carlo venne,
medico e mago e pien d'astrologia:
ma poco a questa volta gli sovenne;
anzi gli disse in tutto la bugia.
Predetto egli s'avea, che d'anni pieno
dovea morire alla sua moglie in seno:

175
ed or gli ha messo il cauto Saracino
la punta de la spada ne la gola.
Quattro altri uccide appresso all'indovino,
che non han tempo a dire una parola:
menzion dei nomi lor non fa Turpino,
e 'l lungo andar le lor notizie invola:
dopo essi Palidon da Moncalieri,
che sicuro dormia fra duo destrieri.

176
Poi se ne vien dove col capo giace
appoggiato al barile il miser Grillo:
avealo voto, e avea creduto in pace
godersi un sonno placido e tranquillo.
Troncgli il capo il Saracino audace:
esce col sangue il vin per uno spillo,
di che n'ha in corpo pi d'una bigoncia;
e di ber sogna, e Cloridan lo sconcia.

177
E presso a Grillo, un Greco ed un Tedesco
spenge in dui colpi, Andropono e Conrado.
che de la notte avean goduto al fresco
gran parte, or con la tazza, ora col dado:
felici, se vegghiar sapeano a desco
fin che de l'Indo il sol passassi il guado.
Ma non potria negli uomini il destino,
se del futuro ognun fosse indovino.

178
Come impasto leone in stalla piena,
che lunga fame abbia smacrato e asciutto,
uccide, scanna, mangia, a strazio mena
l'infermo gregge in sua bala condutto;
cos il crudel pagan nel sonno svena
la nostra gente, e fa macel per tutto.
La spada di Medoro anco non ebe;
ma si sdegna ferir l'ignobil plebe.

179
Venuto era ove il duca di Labretto
con una dama sua dormia abbracciato;
e l'un con l'altro si tenea s stretto,
che non saria tra lor l'aere entrato.
Medoro ad ambi taglia il capo netto.
Oh felice morire! oh dolce fato!
che come erano i corpi, ho cos fede
ch'andar l'alme abbracciate alla lor sede.

180
Malindo uccise e Ardalico il fratello,
che del conte di Fiandra erano figli;
e l'uno e l'altro cavallier novello
fatto avea Carlo, e aggiunto all'arme i gigli,
perch il giorno amendui d'ostil macello
con gli stocchi tornar vide vermigli:
e terre in Frisa avea promesso loro,
e date avria; ma lo viet Medoro.

181
Gl'insidiosi ferri eran vicini
ai padiglioni che tiraro in volta
al padiglion di Carlo i paladini,
facendo ognun la guardia la sua volta;
quando da l'empia strage i Saracini
trasson le spade, e diero a tempo volta;
ch'impossibil lor par, tra s gran torma,
che non s'abbia a trovar un che non dorma.

182
E ben che possan gir di preda carchi,
salvin pur s, che fanno assai guadagno.
Ove pi creda aver sicuri i varchi
va Cloridano, e dietro ha il suo compagno.
Vengon nel campo, ove fra spade ed archi
e scudi e lance in un vermiglio stagno
giaccion poveri e ricchi, e re e vassalli,
e sozzopra con gli uomini i cavalli.

183
Quivi dei corpi l'orrida mistura,
che piena avea la gran campagna intorno,
potea far vaneggiar la fedel cura
dei duo compagni insino al far del giorno,
se non traea fuor d'una nube oscura,
a'prieghi di Medor, la Luna il corno.
Medoro in ciel divotamente fisse
verso la Luna gli occhi, e cos disse:

184
- O santa dea, che dagli antiqui nostri
debitamente sei detta triforme;
ch'in cielo, in terra e ne l'inferno mostri
l'alta bellezza tua sotto pi forme,
e ne le selve, di fere e di mostri
vai cacciatrice seguitando l'orme;
mostrami ove 'l mio re giaccia fra tanti,
che vivendo imit tuoi studi santi. -

185
La luna a quel pregar la nube aperse
(o fosse caso o pur la tanta fede),
bella come fu allor ch'ella s'offerse,
e nuda in braccio a Endimion si diede.
Con Parigi a quel lume si scoperse
l'un campo e l'altro; e 'l monte e 'l pian si vede:
si videro i duo colli di lontano,
Martire a destra, e Ler all'altra mano,

186
Rifulse lo splendor molto pi chiaro
ove d'Almonte giacea morto il figlio.
Medoro and, piangendo, al signor caro;
che conobbe il quartier bianco e vermiglio:
e tutto 'l viso gli bagn d'amaro
pianto, che n'avea un rio sotto ogni ciglio,
in s dolci atti, in s dolci lamenti,
che potea ad ascoltar fermare i venti.

187
Ma con sommessa voce e a pena udita;
non che riguardi a non si far sentire,
perch'abbia alcun pensier de la sua vita,
pi tosto l'odia, e ne vorrebbe uscire:
ma per timor che non gli sia impedita
l'opera pia che quivi il fe'venire.
Fu il morto re sugli omeri sospeso
di tramendui, tra lor partendo il peso.

188
Vanno affrettando i passi quanto ponno,
sotto l'amata soma che gl'ingombra.
E gi vena chi de la luce  donno
le stelle a tor del ciel, di terra l'ombra;
quando Zerbino, a cui del petto il sonno
l'alta virtude, ove  bisogno, sgombra,
cacciato avendo tutta notte i Mori,
al campo si traea nei primi albori.

189
E seco alquanti cavallieri avea,
che videro da lunge i dui compagni.
Ciascuno a quella parte si traea,
sperandovi trovar prede e guadagni.
- Frate, bisogna (Cloridan dicea)
gittar la soma, e dare opra ai calcagni;
che sarebbe pensier non troppo accorto,
perder duo vivi per salvar un morto. -

190
E gitt il carco, perch si pensava
che 'l suo Medoro il simil far dovesse:
ma quel meschin, che 'l suo signor pi amava,
sopra le spalle sue tutto lo resse.
L'altro con molta fretta se n'andava,
come l'amico a paro o dietro avesse:
se sapea di lasciarlo a quella sorte,
mille aspettate avria, non ch'una morte.

191
Quei cavallier, con animo disposto
che questi a render s'abbino o a morire,
chi qua chi l si spargono, ed han tosto
preso ogni passo onde si possa uscire.
Da loro il capitan poco discosto,
pi degli altri  sollicito a seguire;
ch'in tal guisa vedendoli temere,
certo  che sian de le nimiche schiere.

192
Era a quel tempo ivi una selva antica,
d'ombrose piante spessa e di virgulti,
che, come labirinto, entro s'intrica
di stretti calli e sol da bestie culti.
Speran d'averla i duo pagan s amica,
ch'abbi a tenerli entro a'suoi rami occulti.
Ma chi del canto mio piglia diletto,
un'altra volta ad ascoltarlo aspetto.


CANTO DICIANNOVESIMO.


1
Alcun non pu saper da chi sia amato,
quando felice in su la ruota siede:
per c'ha i veri e i finti amici a lato,
che mostran tutti una medesma fede.
Se poi si cangia in tristo il lieto stato,
volta la turba adulatrice il piede;
e quel che di cor ama riman forte,
ed ama il suo signor dopo la morte.

2
Se, come il viso, si mostrasse il core,
tal ne la corte  grande e gli altri preme,
e tal  in poca grazia al suo signore,
che la lor sorte muteriano insieme.
Questo umil diverria tosto il maggiore:
staria quel grande infra le turbe estreme.
Ma torniamo a Medor fedele e grato,
che 'n vita e in morte ha il suo signore amato.

3
Cercando gi nel pi intricato calle
il giovine infelice di salvarsi;
ma il grave peso ch'avea su le spalle,
gli facea uscir tutti i partiti scarsi.
Non conosce il paese, e la via falle,
e torna fra le spine a invilupparsi.
Lungi da lui tratto al sicuro s'era
l'altro, ch'avea la spalla pi leggiera.

4
Cloridan s' ridutto ove non sente
di chi segue lo strepito e il rumore:
ma quando da Medor si vede assente,
gli pare aver lasciato a dietro il core.
- Deh, come fui (dicea) s negligente,
deh, come fui s di me stesso fuore,
che senza te, Medor, qui mi ritrassi,
n sappia quando o dove io ti lasciassi! -

5
Cos dicendo, ne la torta via
de l'intricata selva si ricaccia;
ed onde era venuto si ravvia,
e torna di sua morte in su la traccia.
Ode i cavalli e i gridi tuttavia,
e la nimica voce che minaccia:
all'ultimo ode il suo Medoro, e vede
che tra molti a cavallo  solo a piede.

6
Cento a cavallo, e gli son tutti intorno:
Zerbin commanda e grida che sia preso.
L'infelice s'aggira com'un torno,
e quanto pu si tien da lor difeso,
or dietro quercia, or olmo, or faggio, or orno,
n si discosta mai dal caro peso.
L'ha riposato al fin su l'erba, quando
regger nol puote, e gli va intorno errando:

7
come orsa, che l'alpestre cacciatore
ne la pietrosa tana assalita abbia,
sta sopra i figli con incerto core,
e freme in suono di piet e di rabbia:
ira la 'nvita e natural furore
a spiegar l'ugne e a insanguinar le labbia;
amor la 'ntenerisce, e la ritira
a riguardare ai figli in mezzo l'ira.

8
Cloridan, che non sa come l'aiuti,
e ch'esser vuole a morir seco ancora,
ma non ch'in morte prima il viver muti,
che via non truovi ove pi d'un ne mora;
mette su l'arco un de'suoi strali acuti,
e nascoso con quel s ben lavora,
che fora ad uno Scotto le cervella,
e senza vita il fa cader di sella.

9
Volgonsi tutti gli altri a quella banda
ond'era uscito il calamo omicida.
Intanto un altro il Saracin ne manda,
perch 'l secondo a lato al primo uccida;
che mentre in fretta a questo e a quel domanda
chi tirato abbia l'arco, e forte grida,
lo strale arriva e gli passa la gola,
e gli taglia pel mezzo la parola.

10
Or Zerbin, ch'era il capitano loro,
non pot a questo aver pi pazienza.
Con ira e con furor venne a Medoro,
dicendo: - Ne farai tu penitenza. -
Stese la mano in quella chioma d'oro,
e strascinollo a s con violenza:
ma come gli occhi a quel bel volto mise,
gli ne venne pietade, e non l'uccise.

11
Il giovinetto si rivolse a'prieghi,
e disse: - Cavallier, per lo tuo Dio,
non esser s crudel, che tu mi nieghi
ch'io sepelisca il corpo del re mio.
Non vo'ch'altra piet per me ti pieghi,
n pensi che di vita abbi disio:
ho tanta di mia vita, e non pi, cura,
quanta ch'al mio signor dia sepultura.

12
E se pur pascer vi fiere ed augelli,
che 'n te il furor sia del teban Creonte,
fa lor convito di miei membri, e quelli
sepelir lascia del figliuol d'Almonte. -
Cos dicea Medor con modi belli,
e con parole atte a voltare un monte;
e s commosso gi Zerbino avea,
che d'amor tutto e di pietade ardea.

13
In questo mezzo un cavallier villano,
avendo al suo signor poco rispetto,
fer con una lancia sopra mano
al supplicante il delicato petto.
Spiacque a Zerbin l'atto crudele e strano;
tanto pi, che del colpo il giovinetto
vide cader s sbigottito e smorto,
che 'n tutto giudic che fosse morto.

14
E se ne sdegn in guisa e se ne dolse,
che disse: - Invendicato gi non fia! -
e pien di mal talento si rivolse
al cavallier che fe'l'impresa ria:
ma quel prese vantaggio, e se gli tolse
dinanzi in un momento, e fugg via.
Cloridan, che Medor vede per terra,
salta del bosco a discoperta guerra.

15
E getta l'arco, e tutto pien di rabbia
tra gli nimici il ferro intorno gira,
pi per morir, che per pensier ch'egli abbia
di far vendetta che pareggi l'ira.
Del proprio sangue rosseggiar la sabbia
fra tante spade, e al fin venir si mira;
e tolto che si sente ogni potere,
si lascia a canto al suo Medor cadere.

16
Seguon gli Scotti ove la guida loro
per l'alta selva alto disdegno mena,
poi che lasciato ha l'uno e l'altro Moro,
l'un morto in tutto, e l'altro vivo a pena.
Giacque gran pezzo il giovine Medoro,
spicciando il sangue da s larga vena,
che di sua vita al fin saria venuto,
se non sopravenia chi gli di aiuto.

17
Gli sopravenne a caso una donzella,
avolta in pastorale ed umil veste,
ma di real presenza e in viso bella,
d'alte maniere e accortamente oneste.
Tanto  ch'io non ne dissi pi novella,
ch'a pena riconoscer la dovreste:
questa, se non sapete, Angelica era,
del gran Can del Catai la figlia altiera.

18
Poi che 'l suo annello Angelica riebbe,
di che Brunel l'avea tenuta priva,
in tanto fasto, in tanto orgoglio crebbe,
ch'esser parea di tutto 'l mondo schiva.
Se ne va sola, e non si degnerebbe
compagno aver qual pi famoso viva:
si sdegna a rimembrar che gi suo amante
abbia Orlando nomato, o Sacripante.

19
E sopra ogn'altro error via pi pentita
era del ben che gi a Rinaldo volse,
troppo parendole essersi avilita,
ch'a riguardar s basso gli occhi volse.
Tant'arroganza avendo Amor sentita,
pi lungamente comportar non volse:
dove giacea Medor, si pose al varco,
e l'aspett, posto lo strale all'arco.

20
Quando Angelica vide il giovinetto
languir ferito, assai vicino a morte,
che del suo re che giacea senza tetto,
pi che del proprio mal si dolea forte;
insolita pietade in mezzo al petto
si sent entrar per disusate porte,
che le fe'il duro cor tenero e molle,
e pi, quando il suo caso egli narrolle.

21
E rivocando alla memoria l'arte
ch'in India impar gi di chirugia
(che par che questo studio in quella parte
nobile e degno e di gran laude sia;
e senza molto rivoltar di carte,
che 'l patre ai figli ereditario il dia),
si dispose operar con succo d'erbe,
ch'a pi matura vita lo riserbe.

22
E ricordossi che passando avea
veduta un'erba in una piaggia amena;
fosse dittamo, o fosse panacea,
o non so qual, di tal effetto piena,
che stagna il sangue, e de la piaga rea
leva ogni spasmo e perigliosa pena.
La trov non lontana, e quella colta,
dove lasciato avea Medor, di volta.

23
Nel ritornar s'incontra in un pastore
ch'a cavallo pel bosco ne veniva,
cercando una iuvenca, che gi fuore
duo d di mandra e senza guardia giva.
Seco lo trasse ove perdea il vigore
Medor col sangue che del petto usciva;
e gi n'avea di tanto il terren tinto,
ch'era omai presso a rimanere estinto.

24
Del palafreno Angelica gi scese,
e scendere il pastor seco fece anche.
Pest con sassi l'erba, indi la prese,
e succo ne cav fra le man bianche;
ne la piaga n'infuse, e ne distese
e pel petto e pel ventre e fin a l'anche:
e fu di tal virt questo liquore,
che stagn il sangue, e gli torn il vigore;

25
e gli di forza, che pot salire
sopra il cavallo che 'l pastor condusse.
Non per volse indi Medor partire
prima ch'in terra il suo signor non fusse.
E Cloridan col re fe'sepelire;
e poi dove a lei piacque si ridusse.
Ed ella per piet ne l'umil case
del cortese pastor seco rimase.

26
N fin che nol tornasse in sanitade,
volea partir: cos di lui fe'stima,
tanto se intener de la pietade
che n'ebbe, come in terra il vide prima.
Poi vistone i costumi e la beltade,
roder si sent il cor d'ascosa lima;
roder si sent il core, e a poco a poco
tutto infiammato d'amoroso fuoco.

27
Stava il pastore in assai buona e bella
stanza, nel bosco infra duo monti piatta,
con la moglie e coi figli; ed avea quella
tutta di nuovo e poco inanzi fatta.
Quivi a Medoro fu per la donzella
la piaga in breve a sanit ritratta:
ma in minor tempo si sent maggiore
piaga di questa avere ella nel core.

28
Assai pi larga piaga e pi profonda
nel cor sent da non veduto strale,
che da'begli occhi e da la testa bionda
di Medoro avent l'Arcier c'ha l'ale.
Arder si sente, e sempre il fuoco abonda;
e pi cura l'altrui che 'l proprio male:
di s non cura, e non  ad altro intenta,
ch'a risanar chi lei fere e tormenta.

29
La sua piaga pi s'apre e pi incrudisce,
quanto pi l'altra si ristringe e salda.
Il giovine si sana: ella languisce
di nuova febbre, or agghiacciata, or calda.
Di giorno in giorno in lui belt fiorisce:
la misera si strugge, come falda
strugger di nieve intempestiva suole,
ch'in loco aprico abbia scoperta il sole.

30
Se di disio non vuol morir, bisogna
che senza indugio ella se stessa aiti:
e ben le par che di quel ch'essa agogna,
non sia tempo aspettar ch'altri la 'nviti.
Dunque, rotto ogni freno di vergogna,
la lingua ebbe non men che gli occhi arditi:
e di quel colpo domand mercede,
che, forse non sapendo, esso le diede.

31
O conte Orlando, o re di Circassia,
vostra inclita virt, dite, che giova?
Vostro alto onor dite in che prezzo sia,
o che merc vostro servir ritruova.
Mostratemi una sola cortesia
che mai costei v'usasse, o vecchia o nuova,
per ricompensa e guidardone e merto
di quanto avete gi per lei sofferto.

32
Oh se potessi ritornar mai vivo,
quanto ti parria duro, o re Agricane!
che gi mostr costei s averti a schivo
con repulse crudeli ed inumane.
O Ferra, o mille altri ch'io non scrivo,
ch'avete fatto mille pruove vane
per questa ingrata, quanto aspro vi fra,
s'a costu'in braccio voi la vedesse ora!

33
Angelica a Medor la prima rosa
coglier lasci, non ancor tocca inante:
n persona fu mai s aventurosa,
ch'in quel giardin potesse por le piante.
Per adombrar, per onestar la cosa,
si celebr con cerimonie sante
il matrimonio, ch'auspice ebbe Amore,
e pronuba la moglie del pastore.

34
Fersi le nozze sotto all'umil tetto
le pi solenni che vi potean farsi;
e pi d'un mese poi stero a diletto
i duo tranquilli amanti a ricrearsi.
Pi lunge non vedea del giovinetto
la donna, n di lui potea saziarsi;
n, per mai sempre pendergli dal collo,
il suo disir sentia di lui satollo.

35
Se stava all'ombra o se del tetto usciva,
avea d e notte il bel giovine a lato:
matino e sera or questa or quella riva
cercando andava, o qualche verde prato:
nel mezzo giorno un antro li copriva,
forse non men di quel commodo e grato,
ch'ebber, fuggendo l'acque, Enea e Dido,
de'lor secreti testimonio fido.

36
Fra piacer tanti, ovunque un arbor dritto
vedesse ombrare o fonte o rivo puro,
v'avea spillo o coltel subito fitto;
cos, se v'era alcun sasso men duro:
ed era fuori in mille luoghi scritto,
e cos in casa in altritanti il muro,
Angelica e Medoro, in vari modi
legati insieme di diversi nodi.

37
Poi che le parve aver fatto soggiorno
quivi pi ch'a bastanza, fe'disegno
di fare in India del Catai ritorno,
e Medor coronar del suo bel regno.
Portava al braccio un cerchio d'oro, adorno
di ricche gemme, in testimonio e segno
del ben che 'l conte Orlando le volea;
e portato gran tempo ve l'avea.

38
Quel don gi Morgana a Ziliante,
nel tempo che nel lago ascoso il tenne;
ed esso, poi ch'al padre Monodante,
per opra e per virt d'Orlando venne,
lo diede a Orlando: Orlando ch'era amante,
di porsi al braccio il cerchio d'or sostenne,
avendo disegnato di donarlo
alla regina sua di ch'io vi parlo.

39
Non per amor del paladino, quanto
perch'era ricco e d'artificio egregio,
caro avuto l'avea la donna tanto,
che pi non si pu aver cosa di pregio.
Se lo serb ne l'Isola del pianto,
non so gi dirvi con che privilegio,
l dove esposta al marin mostro nuda
fu da la gente inospitale e cruda.

40
Quivi non si trovando altra mercede
ch'al buon pastor ed alla moglie dessi,
che serviti gli avea con s gran fede
dal d che nel suo albergo si fur messi,
lev dal braccio il cerchio e gli lo diede,
e volse per suo amor che lo tenessi.
Indi saliron verso la montagna
che divide la Francia da la Spagna.

41
Dentro a Valenza o dentro a Barcellona
per qualche giorno avea pensato porsi,
fin che accadesse alcuna nave buona
che per Levante apparecchiasse a sciorsi.
Videro il mar scoprir sotto a Girona
ne lo smontar gi dei montani dorsi;
e costeggiando a man sinistra il lito,
a Barcellona andar pel camin trito.

42
Ma non vi giunser prima, ch'un uom pazzo
giacer trovato in su l'estreme arene,
che, come porco, di loto e di guazzo
tutto era brutto e volto e petto e schene.
Costui si scagli lor come cagnazzo
ch'assalir forestier subito viene;
e di lor noia, e fu per far lor scorno.
Ma di Marfisa a ricontarvi torno.

43
Di Marfisa, d'Astolfo, d'Aquilante,
di Grifone e degli altri io vi vuo'dire,
che travagliati, e con la morte inante,
mal si poteano incontra il mar schermire:
che sempre pi superba e pi arrogante
crescea fortuna le minacce e l'ire;
e gi durato era tre d lo sdegno,
n di placarsi ancor mostrava segno.

44
Castello e ballador spezza e fracassa
l'onda nimica e 'l vento ognor pi fiero:
se parte ritta il verno pur ne lassa,
la taglia e dona al mar tutta il nocchiero.
Chi sta col capo chino in una cassa
su la carta appuntando il suo sentiero
a lume di lanterna piccolina,
e chi col torchio gi ne la sentina.

45
Un sotto poppe, un altro sotto prora
si tiene inanzi l'oriuol da polve:
e torna a rivedere ogni mezz'ora
quanto  gi corso, ed a che via si volve:
indi ciascun con la sua carta fuora
a mezza nave il suo parer risolve,
l dove a un tempo i marinari tutti
sono a consiglio dal padron ridutti.

46
Chi dice: - Sopra Linmiss venuti
siamo, per quel ch'io trovo, alle seccagne; -
chi: - Di Tripoli appresso i sassi acuti,
dove il mar le pi volte i legni fragne; -
chi dice: - Siamo in Satalia perduti,
per cui pi d'un nocchier sospira e piagne. -
Ciascun secondo il parer suo argomenta,
ma tutti ugual timor preme e sgomenta.

47
Il terzo giorno con maggior dispetto
gli assale il vento, e il mar pi irato freme;
e l'un ne spezza e portane il trinchetto,
e 'l timon l'altro, e chi lo volge insieme.
Ben  di forte e di marmoreo petto
e pi duro ch'acciar, ch'ora non teme.
Marfisa, che gi fu tanto sicura,
non neg che quel giorno ebbe paura.

48
Al monte Sina fu peregrino,
a Gallizia promesso, a Cipro, a Roma,
al Sepolcro, alla Vergine d'Ettino,
e se celebre luogo altro si noma.
Sul mare intanto, e spesso al ciel vicino
l'afflitto e conquassato legno toma,
di cui per men travaglio avea il padrone
fatto l'arbor tagliar de l'artimone.

49
E colli e casse e ci che v' di grave
gitta da prora e da poppe e da sponde;
e fa tutte sgombrar camere e giave,
e dar le ricche merci all'avide onde.
Altri attende alle trombe, e a tor di nave
l'acque importune, e il mar nel mar rifonde;
soccorre altri in sentina, ovunque appare
legno da legno aver sdrucito il mare.

50
Stero in questo travaglio, in questa pena
ben quattro giorni, e non avean pi schermo;
e n'avria avuto il mar vittoria piena,
poco pi che 'l furor tenesse fermo:
ma diede speme lor d'aria serena
la disiata luce di santo Ermo,
ch'in prua s'una cocchina a por si venne;
che pi non v'erano arbori n antenne.

51
Veduto fiammeggiar la bella face,
s'inginocchiaro tutti i naviganti,
e domandaro il mar tranquillo e pace
con umidi occhi e con voci tremanti.
La tempesta crudel, che pertinace
fu sin allora, non and pi inanti:
Maestro e Traversia pi non molesta,
e sol del mar tirn Libecchio resta.

52
Questo resta sul mar tanto possente,
e da la negra bocca in modo esala,
ed  con lui s il rapido corrente
de l'agitato mar ch'in fretta cala,
che porta il legno pi velocemente,
che pelegrin falcon mai facesse ala,
con timor del nocchier ch'al fin del mondo
non lo trasporti, o rompa, o cacci al fondo.

53
Rimedio a questo il buon nocchier ritruova,
che commanda gittar per poppa spere,
e caluma la gomona, e fa pruova
di duo terzi del corso ritenere.
Questo consiglio, e pi l'augurio giova
di chi avea acceso in proda le lumiere:
questo il legno salv che peria forse,
e fe'ch'in alto mar sicuro corse.

54
Nel golfo di Laiazzo invr Soria
sopra una gran citt si trov sorto,
e s vicino al lito, che scopria
l'uno e l'altro castel che serra il porto.
Come il padron s'accorse de la via
che fatto avea, ritorn in viso smorto;
che n porto pigliar quivi volea,
n stare in alto, n fuggir potea.

55
N potea stare in alto, n fuggire,
che gli arbori e l'antenne avea perdute:
eran tavole e travi pel ferire
del mar, sdrucite, macere e sbattute.
E 'l pigliar porto era un voler morire,
o perpetuo legarsi in servitute;
che riman serva ogni persona, o morta,
che quivi errore o ria fortuna porta.

56
E 'l stare in dubbio era con gran periglio
che non salisser genti de la terra
con legni armati, e al suo desson di piglio,
mal atto a star sul mar, non ch'a far guerra.
Mentre il padron non sa pigliar consiglio,
fu domandato da quel d'Inghilterra,
chi gli tenea s l'animo suspeso,
e perch gi non avea il porto preso.

57
Il padron narr lui che quella riva
tutta tenean le femine omicide,
di quai l'antiqua legge ognun ch'arriva
in perpetuo tien servo, o che l'uccide;
e questa sorte solamente schiva
chi nel campo dieci uomini conquide,
e poi la notte pu assaggiar nel letto
diece donzelle con carnal diletto.

58
E se la prima pruova gli vien fatta,
e non fornisca la seconda poi,
egli vien morto, e chi  con lui si tratta
da zappatore o da guardian di buoi.
Se di far l'uno e l'altro  persona atta,
impetra libertade a tutti i suoi;
a s non gi, c'ha da restar marito
di diece donne, elette a suo appetito.

59
Non pot udire Astolfo senza risa
de la vicina terra il rito strano.
Sopravien Sansonetto, e poi Marfisa,
indi Aquilante, e seco il suo germano.
Il padron parimente lor divisa
la causa che dal porto il tien lontano:
- Voglio (dicea) che inanzi il mar m'affoghi,
ch'io senta mai di servitude i gioghi. -

60
Del parer del padrone i marinari
e tutti gli altri naviganti furo;
ma Marfisa e'compagni eran contrari,
che, pi che l'acque, il lito avean sicuro.
Via pi il vedersi intorno irati i mari,
che centomila spade, era lor duro.
Parea lor questo e ciascun altro loco
dov'arme usar potean, da temer poco.

61
Bramavano i guerrier venire a proda,
ma con maggior baldanza il duca inglese;
che sa, come del corno il rumor s'oda,
sgombrar d'intorno si far il paese.
Pigliare il porto l'una parte loda,
e l'altra il biasma, e sono alle contese;
ma la pi forte in guisa il padron stringe,
ch'al porto, suo malgrado, il legno spinge.

62
Gi, quando prima s'erano alla vista
de la citt crudel sul mar scoperti,
veduto aveano una galea provista
di molta ciurma e di nochieri esperti
venire al dritto a ritrovar la trista
nave, confusa di consigli incerti;
che, l'alta prora alle sua poppe basse
legando, fuor de l'empio mar la trasse.

63
Entrar nel porto remorchiando, e a forza
di remi pi che per favor di vele;
per che l'alternar di poggia e d'orza
avea levato il vento lor crudele.
Intanto ripigliar la dura scorza
i cavallieri e il brando lor fedele;
ed al padrone ed a ciascun che teme
non cessan dar con lor conforti speme.

64
Fatto  'l porto a sembianza d'una luna,
e gira pi di quattro miglia intorno:
seicento passi  in bocca, ed in ciascuna
parte una rocca ha nel finir del corno.
Non teme alcuno assalto di fortuna,
se non quando gli vien dal mezzogiorno.
A guisa di teatro se gli stende
la citt a cerco, e verso il poggio ascende.

65
Non fu quivi s tosto il legno sorto
(gi l'aviso era per tutta la terra),
che fur seimila femine sul porto,
con gli archi in mano, in abito di guerra;
e per tor de la fuga ogni conforto,
tra l'una rocca e l'altra il mar si serra:
da navi e da catene fu rinchiuso,
che tenean sempre istrutte a cotal uso.

66
Una che d'anni alla Cumea d'Apollo
pot uguagliarsi e alla madre d'Ettorre,
fe'chiamare il padrone, e domandollo
se si volean lasciar la vita torre,
o se voleano pur al giogo il collo,
secondo la costuma, sottoporre.
Degli dua l'uno aveano a torre: o quivi
tutti morire, o rimaner captivi.

67
- Gli  ver (dicea) che s'uom si ritrovasse
tra voi cos animoso e cos forte,
che contra dieci nostri uomini osasse
prender battaglia, e desse lor la morte,
e far con diece femine bastasse
per una notte ufficio di consorte;
egli si rimarria principe nostro,
e gir voi ne potreste al camin vostro.

68
E sar in vostro arbitrio il restar anco,
vogliate o tutti o parte; ma con patto,
che chi vorr restare, e restar franco,
marito sia per diece femine atto.
Ma quando il guerrier vostro possa manco
dei dieci che gli fian nimici a un tratto,
o la seconda pruova non fornisca,
voglin voi siate schiavi, egli perisca. -

69
Dove la vecchia ritrovar timore
credea nei cavallier, trov baldanza;
che ciascun si tenea tal feritore,
che fornir l'uno e l'altro avea speranza:
ed a Marfisa non mancava il core,
ben che mal atta alla seconda danza;
ma dove non l'aitasse la natura,
con la spada supplir stava sicura.

70
Al padron fu commessa la risposta,
prima conchiusa per commun consiglio:
ch'avean chi lor potria di s a lor posta
ne la piazza e nel letto far periglio.
Levan l'offese, ed il nocchier s'accosta,
getta la fune e le fa dar di piglio;
e fa acconciare il ponte, onde i guerrieri
escono armati, e tranno i lor destrieri.

71
E quindi van per mezzo la cittade,
e vi ritruovan le donzelle altiere,
succinte cavalcar per le contrade,
ed in piazza armeggiar come guerriere.
N calciar quivi spron, n cinger spade,
n cosa d'arme puoi gli uomini avere,
se non dieci alla volta, per rispetto
de l'antiqua costuma ch'io v'ho detto.

72
Tutti gli altri alla spola, all'aco, al fuso,
al pettine ed all'aspo sono intenti,
con vesti feminil che vanno giuso
insin al pi, che gli fa molli e lenti.
Si tengono in catena alcuni ad uso
d'arar la terra o di guardar gli armenti.
Son pochi i maschi, e non son ben, per mille
femine, cento, fra cittadi e ville.

73
Volendo trre i cavallieri a sorte
chi di lor debba, per commune scampo
l'una decina in piazza porre a morte,
e poi l'altra ferir ne l'altro campo;
non disegnavan di Marfisa forte,
stimando che trovar dovesse inciampo
ne la seconda giostra de la sera,
ch'ad averne vittoria abil non era.

74
Ma con gli altri esser volse ella sortita:
or sopra lei la sorte in somma cade.
Ella dicea: - Prima v'ho a por la vita,
che v'abbiate a por voi la libertade;
ma questa spada (e lor la spada addita,
che cinta avea) vi do per securtade
ch'io vi sciorr tutti gl'intrichi al modo
che fe'Alessandro il gordiano nodo.

75
Non vuo'mai pi che forestier si lagni
di questa terra, fin che 'l mondo dura. -
Cos disse; e non potero i compagni
torle quel che le dava sua aventura.
Dunque, o ch'in tutto perda, o lor guadagni
la libert, le lasciano la cura.
Ella di piastre gi guernita e maglia,
s'appresent nel campo alla battaglia.

76
Gira una piazza al sommo de la terra,
di gradi a seder atti intorno chiusa;
che solamente a giostre, a simil guerra,
a cacce, a lotte, e non ad altro s'usa:
quattro porte ha di bronzo, onde si serra.
Quivi la moltitudine confusa
de l'armigere femine si trasse;
e poi fu detto a Marfisa ch'entrasse.

77
Entr Marfisa s'un destrier leardo,
tutto sparso di macchie e di rotelle,
di piccol capo e d'animoso sguardo,
d'andar superbo e di fattezze belle.
Pel maggiore e pi vago e pi gagliardo,
di mille che n'avea con briglie e selle,
scelse in Damasco, e realmente ornollo,
ed a Marfisa Norandin donollo.

78
Da mezzogiorno e da la porta d'austro
entr Marfisa; e non vi stette guari,
ch'appropinquare e risonar pel claustro
ud di trombe acuti suoni e chiari:
e vide poi di verso il freddo plaustro
entrar nel campo i dieci suoi contrari.
Il primo cavallier ch'apparve inante,
di valer tutto il resto avea sembiante.

79
Quel venne in piazza sopra un gran destriero,
che, fuor ch'in fronte e nel pi dietro manco,
era, pi che mai corbo, oscuro e nero:
nel pi e nel capo avea alcun pelo bianco.
Del color del cavallo il cavalliero
vestito, volea dir che, come manco
del chiaro era l'oscuro, era altretanto
il riso in lui verso l'oscuro pianto.

80
Dato che fu de la battaglia il segno,
nove guerrier l'aste chinaro a un tratto:
ma quel dal nero ebbe il vantaggio a sdegno;
si ritir, n di giostrar fece atto.
Vuol ch'alle leggi inanzi di quel regno,
ch'alla sua cortesia, sia contrafatto.
Si tra'da parte e sta a veder le pruove
ch'una sola asta far contra a nove.

81
Il destrier, ch'avea andar trito e soave,
port all'incontro la donzella in fretta,
che nel corso arrest lancia s grave,
che quattro uomini avriano a pena retta.
L'avea pur dianzi al dismontar di nave
per la pi salda in molte antenne eletta.
Il fier sembiante con ch'ella si mosse,
mille facce imbianc, mille cor scosse.

82
Aperse al primo che trov s il petto,
che fra assai che fosse stato nudo:
gli pass la corazza e il soprapetto,
ma prima un ben ferrato e grosso scudo.
Dietro le spalle un braccio il ferro netto
si vide uscir: tanto fu il colpo crudo.
Quel fitto ne la lancia a dietro lassa,
e sopra gli altri a tutta briglia passa.

83
E diede d'urto a chi vena secondo,
ed a chi terzo s terribil botta,
che rotto ne la schiena uscir del mondo
fe'l'uno e l'altro, e de la sella a un'otta;
s duro fu l'incontro e di tal pondo,
s stretta insieme ne vena la frotta.
Ho veduto bombarde a quella guisa
le squadre aprir, che fe'lo stuol Marfisa.

84
Sopra di lei pi lance rotte furo;
ma tanto a quelli colpi ella si mosse,
quanto nel giuoco de le cacce un muro
si muova a'colpi de le palle grosse.
L'usbergo suo di tempra era s duro,
che non gli potean contra le percosse;
e per incanto al fuoco de l'Inferno
cotto, e temprato all'acque fu d'Averno.

85
Al fin del campo il destrier tenne e volse,
e ferm alquanto: e in fretta poi lo spinse
incontra gli altri, e sbarragliolli e sciolse,
e di lor sangue insin all'elsa tinse.
All'uno il capo, all'altro il braccio tolse;
e un altro in guisa con la spada cinse,
che 'l petto in terra and col capo ed ambe
le braccia, e in sella il ventre era e le gambe.

86
Lo part, dico, per dritta misura,
de le coste e de l'anche alle confine,
e lo fe'rimaner mezza figura,
qual dinanzi all'imagini divine,
poste d'argento, e pi di cera pura
son da genti lontane e da vicine,
ch'a ringraziarle e sciorre il voto vanno
de le domande pie ch'ottenute hanno.

87
Ad uno che fuggia, dietro si mise,
n fu a mezzo la piazza, che lo giunse;
e 'l capo e 'l collo in modo gli divise,
che medico mai pi non lo raggiunse.
In somma tutti un dopo l'altro uccise,
o fer s ch'ogni vigor n'emunse;
e fu sicura che levar di terra
mai pi non si potrian per farle guerra.

88
Stato era il cavallier sempre in un canto,
che la decina in piazza avea condutta;
per che contra un solo andar con tanto
vantaggio opra gli parve iniqua e brutta.
Or che per una man torsi da canto
vide s tosto la compagna tutta,
per dimostrar che la tardanza fosse
cortesia stata e non timor, si mosse.

89
Con man fe'cenno di volere, inanti
che facesse altro, alcuna cosa dire;
e non pensando in s viril sembianti
che s'avesse una vergine a coprire,
le disse; - Cavalliero, omai di tanti
esser di stanco, c'hai fatto morire;
e s'io volessi, pi di quel che sei,
stancarti ancor, discortesia farei.

90
Che ti risposi in sino al giorno nuovo,
e doman torni in campo, ti concedo.
Non mi fia onor se teco oggi mi pruovo,
che travagliato e lasso esser ti credo. -
- Il travagliare in arme non m' nuovo,
n per s poco alla fatica cedo
(disse Marfisa); e spero ch'a tuo costo
io ti far di questo aveder tosto.

91
De la cortese offerta ti ringrazio,
ma riposare ancor non mi bisogna;
e ci avanza del giorno tanto spazio,
ch'a porlo tutto in ozio  pur vergogna. -
Rispose il cavallier: - Fuss'io s sazio
d'ogn'altra cosa che 'l mio core agogna,
come t'ho in questo da saziar; ma vedi
che non ti manchi il d pi che non credi. -

92
Cos disse egli, e fe'portare in fretta
due grosse lance, anzi due gravi antenne;
ed a Marfisa dar ne fe'l'eletta:
tolse l'altra per s, ch'indietro venne.
Gi sono in punto, ed altro non s'aspetta
ch'un alto suon che lor la giostra accenne.
Ecco la terra e l'aria e il mar rimbomba
nel mover loro al primo suon di tromba.

93
Trar fiato, bocca aprir, o battere occhi
non si vedea de'riguardanti alcuno:
tanto a mirare a chi la palma tocchi
dei duo campioni, intento era ciascuno.
Marfisa, acci che de l'arcion trabocchi,
s che mai non si levi, il guerrier bruno,
drizza la lancia; e il guerrier bruno forte
studia non men di por Marfisa a morte.

94
Le lance ambe di secco e suttil salce,
non di cerro sembrar grosso ed acerbo,
cos n'andaro in tronchi fin al calce;
e l'incontro ai destrier fu s superbo,
che parimente parve da una falce
de le gambe esser lor tronco ogni nerbo.
Cadero ambi ugualmente; ma i campioni
fur presti a disbrigarsi dagli arcioni.

95
A mille cavallieri alla sua vita
al primo incontro avea la sella tolta
Marfisa, ed ella mai non n'era uscita;
e n'usc, come udite, a questa volta.
Del caso strano non pur sbigottita,
ma quasi fu per rimanerne stolta.
Parve anco strano al cavallier dal nero,
che non solea cader gi di leggiero.

96
Tocca avean nel cader la terra a pena,
che furo in piedi e rinovar l'assalto.
Tagli e punte a furor quivi si mena,
quivi ripara or scudo, or lama, or salto.
Vada la botta vota o vada piena,
l'aria ne stride e ne risuona in alto.
Quelli elmi, quelli usberghi, quelli scudi
mostrar ch'erano saldi pi ch'incudi.

97
Se de l'aspra donzella il braccio  grave,
n quel del cavallier nimico  lieve.
Ben la misura ugual l'un da l'altro have:
quanto a punto l'un d, tanto riceve.
Chi vol due fiere audaci anime brave,
cercar pi l di queste due non deve,
n cercar pi destrezza n pi possa;
che n'han tra lor quanto pi aver si possa.

98
Le donne, che gran pezzo mirato hanno
continuar tante percosse orrende,
e che nei cavallier segno d'affanno
e di stanchezza ancor non si comprende;
dei duo miglior guerrier lode lor danno,
che sien tra quanto il mar sua braccia estende.
Par lor che, se non fosser pi che forti,
esser dovrian sol del travaglio morti.

99
Ragionando tra s, dicea Marfisa:
- Buon fu per me, che costui non si mosse;
ch'andava a risco di restarne uccisa,
se dianzi stato coi compagni fosse,
quando io mi truovo a pena a questa guisa
di potergli star contra alle percosse. -
Cos dice Marfisa; e tuttavolta
non resta di menar la spada in volta.

100
- Buon fu per me (dicea quell'altro ancora),
che riposar costui non ho lasciato.
Difender me ne posso a fatica ora
che de la prima pugna  travagliato.
Se fin al nuovo d facea dimora
a ripigliar vigor, che saria stato?
Ventura ebbi io, quanto pi possa aversi,
che non volesse tor quel ch'io gli offersi. -

101
La battaglia dur fin alla sera,
n chi avesse anco il meglio era palese;
n l'un n l'altro pi senza lumiera
saputo avria come schivar l'offese.
Giunta la notte, all'inclita guerriera
fu primo a dir il cavallier cortese:
- Che faren, poi che con ugual fortuna
n'ha sopragiunti la notte importuna?

102
Meglio mi par che 'l viver tuo prolunghi
almeno insino a tanto che s'aggiorni.
Io non posso concederti che aggiunghi
fuor ch'una notte picciola ai tua giorni.
E di ci che non gli abbi aver pi lunghi,
la colpa sopra me non vuo'che torni:
torni pur sopra alla spietata legge
del sesso feminil che 'l loco regge.

103
Se di te duolmi e di quest'altri tuoi,
lo sa colui che nulla cosa ha oscura.
Con tuoi compagni star meco tu puoi:
con altri non avrai stanza sicura;
perch la turba, a cu'i mariti suoi
oggi uccisi hai, gi contra te congiura.
Ciascun di questi a cui dato hai la morte,
era di diece femine consorte.

104
Del danno c'han da te ricevut'oggi,
disian novanta femine vendetta:
s che se meco ad albergar non poggi,
questa notte assalito esser t'aspetta. -
Disse Marfisa: - Accetto che m'alloggi,
con sicurt che non sia men perfetta
in te la fede e la bont del core,
che sia l'ardire e il corporal valore.

105
Ma che t'incresca che m'abbi ad uccidere,
ben ti pu increscere anco del contrario.
Fin qui non credo che l'abbi da ridere,
perch'io sia men di te duro avversario.
O la pugna seguir vogli o dividere,
o farla all'uno o all'altro luminario,
ad ogni cenno pronta tu m'avrai,
e come ed ogni volta che vorrai. -

106
Cos fu differita la tenzone
fin che di Gange uscisse il nuovo albore,
e si rest senza conclusione
chi d'essi duo guerrier fosse il migliore.
Ad Aquilante venne ed a Grifone
e cos agli altri il liberal signore,
e li preg che fin al nuovo giorno
piacesse lor di far seco soggiorno.

107
Tenner lo 'nvito senza alcun sospetto:
indi, a splendor de bianchi torchi ardenti,
tutti saliro ov'era un real tetto,
distinto in molti adorni alloggiamenti.
Stupefatti al levarsi de l'elmetto,
mirandosi, restaro i combattenti;
che 'l cavallier, per quanto apparea fuora,
non eccedeva i diciotto anni ancora.

108
Si maraviglia la donzella, come
in arme tanto un giovinetto vaglia;
si maraviglia l'altro, ch'alle chiome
s'avede con chi avea fatto battaglia:
e si domandan l'un con l'altro il nome,
e tal debito tosto si ragguaglia.
Ma come si nomasse il giovinetto,
ne l'altro canto ad ascoltar v'aspetto.


CANTO VENTESIMO.


1
Le donne antique hanno mirabil cose
fatto ne l'arme e ne le sacre muse;
e di lor opre belle e gloriose
Gran lume in tutto il mondo si diffuse.
Arpalice e Camilla son famose,
perch in battaglia erano esperte ed use;
Safo e Corinna, perch furon dotte,
splendono illustri, e mai non veggon notte.

2
Le donne son venute in eccellenza
Di ciascun'arte ove hanno posto cura;
e qualunque all'istorie abbia avvertenza,
ne sente ancor la fama non oscura.
Se 'l mondo n' gran tempo stato senza,
non per sempre il mal influsso dura;
e forse ascosi han lor debiti onori
l'invidia o il non saper degli scrittori.

3
Ben mi par di veder ch'al secol nostro
tanta virt fra belle donne emerga,
che pu dare opra a carte ed ad inchiostro,
perch nei futuri anni si disperga,
e perch, odiose lingue, il mal dir vostro
con vostra eterna infamia si sommerga:
e le lor lode appariranno in guisa,
che di gran lunga avanzeran Marfisa.

4
Or pur tornando a lei, questa donzella
al cavallier che l'us cortesia,
de l'esser suo non niega dar novella,
quando esso a lei voglia contar chi sia.
Sbrigossi tosto del suo debito ella:
tanto il nome di lui saper disia.
- Io son (disse) Marfisa: - e fu assai questo;
che si sapea per tutto 'l mondo il resto.

5
L'altro comincia, poi che tocca a lui,
con pi proemio a darle di s conto,
dicendo: - Io credo che ciascun di vui
abbia de la mia stirpe il nome in pronto;
che non pur Francia e Spagna e i vicin sui,
ma l'India, l'Etiopia e il freddo Ponto
han chiara cognizion di Chiaramonte,
onde usc il cavallier ch'uccise Almonte,

6
quel ch'a Chiariello e al re Mambrino
diede la morte, e il regno lor disfece.
Di questo sangue, dove ne l'Eusino
l'Istro ne vien con otto corna o diece,
al duca Amone, il qual gi peregrino
vi capit, la madre mia mi fece:
e l'anno  ormai ch'io la lasciai dolente,
per gire in Francia a ritrovar mia gente.

7
Ma non potei finire il mio viaggio,
che qua mi spinse un tempestoso Noto.
Son dieci mesi o pi che stanza v'aggio,
che tutti i giorni e tutte l'ore noto.
Nominato son io Guidon Selvaggio,
di poca pruova ancora e poco noto.
Uccisi qui Argilon da Melibea
con dieci cavallier che seco avea.

8
Feci la pruova ancor de le donzelle:
cos n'ho diece a'miei piaceri allato;
ed alla scelta mia son le pi belle,
e son le pi gentil di questo stato.
E queste reggo e tutte l'altre; ch'elle
di s m'hanno governo e scettro dato:
cos daranno a qualunque altro arrida
Fortuna s, che la decina ancida. -

9
I cavallier domandano a Guidone,
com'ha s pochi maschi il tenitoro;
e s'alle moglie hanno suggezione,
come esse l'han negli altri lochi a loro.
Disse Guidon: - Pi volte la cagione
udita n'ho da poi che qui dimoro;
e vi sar, secondo ch'io l'ho udita,
da me, poi che v'aggrada, riferita.

10
Al tempo che tornar dopo anni venti
da Troia i Greci (che dur l'assedio
dieci, e dieci altri da contrari venti
furo agitati in mar con troppo tedio),
trovar che le lor donne agli tormenti
di tanta assenza avean preso rimedio:
tutte s'avean gioveni amanti eletti,
per non si raffreddar sole nei letti.

11
Le case lor trovaro i Greci piene
de l'altrui figli; e per parer commune
perdonano alle mogli, che san bene
che tanto non potean viver digiune:
ma ai figli degli adulteri conviene
altrove procacciarsi altre fortune;
che tolerar non vogliono i mariti
che pi alle spese lor sieno notriti.

12
Sono altri esposti, altri tenuti occulti
da le lor madri e sostenuti in vita.
In vane squadre quei ch'erano adulti
feron, chi qua chi l, tutti partita.
Per altri l'arme son, per altri culti
gli studi e l'arti; altri la terra trita;
serve altri in corte; altri  guardian di gregge,
come piace a colei che qua gi regge.

13
Part fra gli altri un giovinetto, figlio
di Clitemnestra, la crudel regina,
di diciotto anni, fresco come un giglio,
o rosa colta allor di su la spina.
Questi, armato un suo legno, a dar di piglio
si pose e a depredar per la marina
in compagnia di cento giovinetti
del tempo suo, per tutta Grecia eletti.

14
I Cretesi, in quel tempo che cacciato
il crudo Idomeneo del regno aveano,
e per assicurarsi il nuovo stato,
d'uomini e d'arme adunazion faceano;
fero con bon stipendio lor soldato
Falanto (cos al giovine diceano),
e lui con tutti quei che seco avea,
poser per guardia alla citt Dictea.

15
Fra cento alme citt ch'erano in Creta,
Dictea pi ricca e pi piacevol era,
di belle donne ed amorose lieta,
lieta di giochi da matino a sera:
e com'era ogni tempo consueta
d'accarezzar la gente forestiera,
fe'a costor s, che molto non rimase
a fargli anco signor de le lor case.

16
Eran gioveni tutti e belli affatto
(che 'l fior di Grecia avea Falanto eletto):
s ch'alle belle donne, al primo tratto
che v'apparir, trassero i cor del petto.
Poi che non men che belli, ancora in fatto
si dimostrar buoni e gagliardi al letto,
si fero ad esse in pochi d s grati,
che sopra ogn'altro ben n'erano amati.

17
Finita che d'accordo  poi la guerra
per cui stato Falanto era condutto,
e lo stipendio militar si serra,
s che non v'hanno i gioveni pi frutto,
e per questo lasciar voglion la terra;
fan le donne di Creta maggior lutto,
e per ci versan pi dirotti pianti,
che se i lor padri avesson morti avanti.

18
Da le lor donne i gioveni assai foro,
ciascun per s, di rimaner pregati:
n volendo restare, esse con loro
n'andar, lasciando e padri e figli e frati,
di ricche gemme e di gran summa d'oro
avendo i lor dimestici spogliati;
che la pratica fu tanto secreta,
che non sent la fuga uomo di Creta.

19
S fu propizio il vento, s fu l'ora
commoda, che Falanto a fuggir colse,
che molte miglia erano usciti fuora,
quando del danno suo Creta si dolse.
Poi questa spiaggia, inabitata allora,
trascorsi per fortuna li raccolse.
Qui si posaro, e qui sicuri tutti
meglio del furto lor videro i frutti.

20
Questa lor fu per dieci giorni stanza
di piaceri amorosi tutta piena.
Ma come spesso avvien, che l'abondanza
seco in cor giovenil fastidio mena,
tutti d'accordo fur di restar sanza
femine, e liberarsi di tal pena;
che non  soma da portar s grave,
come aver donna, quando a noia s'have.

21
Essi che di guadagno e di rapine
eran bramosi, e di dispendio parchi,
vider ch'a pascer tante concubine,
d'altro che d'aste avean bisogno e d'archi:
s che sole lasciar qui le meschine,
e se n'andar di lor ricchezze carchi
l dove in Puglia in ripa al mar poi sento
ch'edificar la terra di Tarento.

22
Le donne, che si videro tradite
dai loro amanti in che pi fede aveano,
restar per alcun d s sbigottite,
che statue immote in lito al mar pareano.
Visto poi che da gridi e da infinite
lacrime alcun profitto non traeano,
a pensar cominciaro e ad aver cura
come aiutarsi in tanta lor sciagura.

23
E proponendo in mezzo i lor pareri,
altre diceano: in Creta  da tornarsi;
e pi tosto all'arbitrio de'severi
padri e d'offesi lor mariti darsi,
che nei deserti liti e boschi fieri,
di disagio e di fame consumarsi.
Altre dicean che lor saria pi onesto
affogarsi nel mar, che mai far questo;

24
e che manco mal era meretrici
andar pel mondo, andar mendiche o schiave,
che se stesse offerire agli supplici
di ch'eran degne l'opere lor prave.
Questi e simil partiti le infelici
si proponean, ciascun pi duro e grave.
Tra loro al fine una Orontea levosse,
ch'origine traea dal re Minosse;

25
la pi gioven de l'artre e la pi bella
e la pi accorta, e ch'avea meno errato:
amato avea Falanto, e a lui pulzella
datasi, e per lui il padre avea lasciato.
Costei mostrando in viso ed in favella
il magnanimo cor d'ira infiammato,
redarguendo di tutte altre il detto,
suo parer disse, e fe'seguirne effetto.

26
Di questa terra a lei non parve torsi,
che conobbe feconda e d'aria sana,
e di limpidi fiumi aver discorsi,
di selve opaca, e la pi parte piana;
con porti e foci, ove dal mar ricorsi
per ria fortuna avea la gente estrana,
ch'or d'Africa portava, ora d'Egitto
cose diverse e necessarie al vitto.

27
Qui parve a lei fermarsi, e far vendetta
del viril sesso che le avea s offese:
vuol ch'ogni nave, che da venti astretta
a pigliar venga porto in suo paese,
a sacco, a sangue, a fuoco al fin si metta;
n de la vita a un sol si sia cortese.
Cos fu detto e cos fu concluso,
e fu fatta la legge e messa in uso.

28
Come turbar l'aria sentiano, armate
le femine correan su la marina,
da l'implacabile Orontea guidate,
che di lor legge e si fe'lor regina:
e de le navi ai liti lor cacciate
faceano incendi orribili e rapina,
uom non lasciando vivo, che novella
dar ne potesse o in questa parte o in quella.

29
Cos solinghe vissero qualch'anno
aspre nimiche del sesso virile:
ma conobbero poi, che 'l proprio danno
procaccierian, se non mutavan stile;
che se di lor propagine non fanno,
sar lor legge in breve irrita e vile,
e mancher con l'infecondo regno,
dove di farla eterna era il disegno.

30
S che, temprando il suo rigore un poco
scelsero, in spazio di quattro anni interi,
di quanti capitaro in questo loco
dieci belli e gagliardi cavallieri,
che per durar ne l'amoroso gioco
contr'esse cento fosser buon guerrieri.
Esse in tutto eran cento; e statuito
ad ogni lor decina fu un marito.

31
Prima ne fur decapitati molti
che riusciro al paragon mal forti.
Or questi dieci a buona pruova tolti,
del letto e del governo ebbon consorti;
facendo lor giurar che, se pi colti
altri uomini verriano in questi porti,
essi sarian che, spenta ogni pietade,
li porriano ugualmente a fil di spade.

32
Ad ingrossare, ed a figliar appresso
le donne, indi a temere incominciaro
che tanti nascerian del viril sesso,
che contra lor non avrian poi riparo;
e al fine in man degli uomini rimesso
saria il governo ch'elle avean s caro:
s ch'ordinar, mentre eran gli anni imbelli,
far s, che mai non fosson lor ribelli.

33
Acci il sesso viril non le soggioghi,
uno ogni madre vuol la legge orrenda,
che tenga seco; gli altri, o li suffoghi,
o fuor del regno li permuti o venda.
Ne mandano per questo in vari luoghi:
e a chi gli porta dicono che prenda
femine, se a baratto aver ne puote;
se non, non torni almen con le man vote.

34
N uno ancora alleverian, se senza
potesson fare, e mantenere il gregge.
Questa  quanta piet, quanta clemenza
pi ai suoi ch'agli altri usa l'iniqua legge:
gli altri condannan con ugual sentenza;
e solamente in questo si corregge,
che non vuol che, secondo il primiero uso,
le femine gli uccidano in confuso.

35
Se dieci o venti o pi persone a un tratto
vi fosser giunte, in carcere eran messe:
e d'una al giorno, e non di pi, era tratto
il capo a sorte, che perir dovesse
nel tempio orrendo ch'Orontea avea fatto,
dove un altare alla Vendetta eresse;
e dato all'un de'dieci il crudo ufficio
per sorte era di farne sacrificio.

36
Dopo molt'anni alle ripe omicide
a dar venne di capo un giovinetto,
la cui stirpe scendea dal buono Alcide,
di gran valor ne l'arme, Elbanio detto.
Qui preso fu, ch'a pena se n'avide,
come quel che vena senza sospetto;
e con gran guardia in stretta parte chiuso,
con gli altri era serbato al crudel uso.

37
Di viso era costui bello e giocondo,
e di maniere e di costumi ornato,
e di parlar s dolce e s facondo,
ch'un aspe volentier l'avria ascoltato:
s che, come di cosa rara al mondo,
de l'esser suo fu tosto rapportato
ad Alessandra figlia d'Orontea,
che di molt'anni grave anco vivea.

38
Orontea vivea ancora; e gi mancate
tutt'eran l'altre ch'abitar qui prima:
e diece tante e pi n'erano nate,
e in forza eran cresciute e in maggior stima;
n tra diece fucine che serrate
stavan pur spesso, avean pi d'una lima;
e dieci cavallieri anco avean cura
di dare a chi vena fiera aventura.

39
Alessandra, bramosa di vedere
il giovinetto ch'avea tante lode,
da la sua matre in singular piacere
impetra s, ch'Elbanio vede ed ode;
e quando vuol partirne, rimanere
si sente il core ove  chi'l punge e rode:
legar si sente e non sa far contesa,
e al fin dal suo prigion si trova presa.

40
Elbanio disse a lei: - Se di pietade
s'avesse, donna, qui notizia ancora,
come se n'ha per tutt'altre contrade,
dovunque il vago sol luce e colora;
io vi osarei, per vostr'alma beltade
ch'ogn'animo gentil di s inamora,
chiedervi in don la vita mia, che poi
saria ognor presto a spenderla per voi.

41
Or quando fuor d'ogni ragion qui sono
privi d'umanitade i cori umani,
non vi domander la vita in dono,
che i prieghi miei so ben che sarian vani;
ma che da cavalliero, o tristo o buono
ch'io sia, possi morir con l'arme in mani,
e non come dannato per giudicio,
o come animal bruto in sacrificio. -

42
Alessandra gentil, ch'umidi avea,
per la piet del giovinetto, i rai,
rispose: - Ancor che pi crudele e rea
sia questa terra, ch'altra fosse mai;
non concedo per che qui Medea
ogni femina sia, come tu fai:
e quando ogn'altra cos fosse ancora,
me sola di tant'altre io vo'trar fuora.

43
E se ben per adietro io fossi stata
empia e crudel, come qui sono tante,
dir posso che suggetto ove mostrata
per me fosse piet, non ebbi avante.
Ma ben sarei di tigre pi arrabbiata,
e pi duro avre'il cor che di diamante,
se non m'avesse tolto ogni durezza
tua belt, tuo valor, tua gentilezza.

44
Cos non fosse la legge pi forte,
che contra i peregrini  statuita,
come io non schiverei con la mia morte
di ricomprar la tua pi degna vita.
Ma non  grado qui di s gran sorte,
che ti potesse dar libera aita;
e quel che chiedi ancor, ben che sia poco,
difficile ottener fia in questo loco.

45
Pur io vedr di far che tu l'ottenga,
ch'abbi inanzi al morir questo contento;
ma mi dubito ben che te n'avenga,
tenendo il morir lungo, pi tormento. -
Suggiunse Elbanio: - Quando incontra io venga
a dieci armato, di tal cor mi sento,
che la vita ho speranza di salvarme,
e uccider lor, se tutti fosser arme. -

46
Alessandra a quel detto non rispose
se non un gran sospiro, e dipartisse,
e port nel partir mille amorose
punte nel cor, mai non sanabil, fisse.
Venne alla madre, e volunt le pose
di non lasciar che 'l cavallier morisse,
quando si dimostrasse cos forte,
che, solo, avesse posto i dieci a morte.

47
La regina Orontea fece raccorre
il suo consiglio, e disse: - A noi conviene
sempre il miglior che ritroviamo, porre
a guardar nostri porti e nostre arene;
e per saper chi ben lasciar, chi torre,
prova  sempre da far quando gli avviene;
per non patir con nostro danno a torto,
che regni il vile, e chi ha valor sia morto.

48
A me par, se a voi par, che statuito
sia, ch'ogni cavallier per lo avvenire,
che fortuna abbia tratto al nostro lito,
prima ch'al tempio si faccia morire,
possa egli sol, se gli piace il partito,
incontra i dieci alla battaglia uscire;
e se di tutti vincerli  possente,
guardi egli il porto, e seco abbia altra gente.

49
Parlo cos, perch abbian qui un prigione
che par che vincer dieci s'offerisca.
Quando, sol, vaglia tante altre persone,
dignissimo , per Dio, che s'esaudisca.
Cos in contrario avr punizione,
quando vaneggi e temerario ardisca. -
Orontea fine al suo parlar qui pose,
a cui de le pi antique una rispose:

50
- La principal cagion ch'a far disegno
sul comercio degli uomini ci mosse,
non fu perch'a difender questo regno
del loro aiuto alcun bisogno fosse;
che per far questo abbiamo ardire e ingegno
da noi medesme, e a sufficienza posse:
cos senza sapessimo far anco,
che non venisse il propagarci a manco!

51
Ma poi che senza lor questo non lece,
tolti abbin, ma non tanti, in compagnia,
che mai ne sia pi d'uno incontra diece,
s ch'aver di noi possa signoria.
Per conciper di lor questo si fece,
non che di lor difesa uopo ci sia.
La lor prodezza sol ne vaglia in questo,
e sieno ignavi e inutili nel resto.

52
Tra noi tenere un uom che sia s forte,
contrario  in tutto al principal disegno.
Se pu un solo a dieci uomini dar morte,
quante donne far stare egli al segno?
Se i dieci nostri fosser di tal sorte,
il primo d n'avrebbon tolto il regno.
Non  la via di dominar, se vuoi
por l'arme in mano a chi pu pi di noi.

53
Pon mente ancor, che quando cos aiti
Fortuna questo tuo, che i dieci uccida,
di cento donne che de'lor mariti
rimarran prive, sentirai le grida.
Se vuol campar, proponga altri partiti,
ch'esser di dieci gioveni omicida.
Pur, se per far con cento donne  buono
quel che dieci fariano, abbi perdono. -

54
Fu d'Artemia crudel questo il parere
(cos avea nome), e non manc per lei
di far nel tempio Elbanio rimanere
scannato inanzi agli spietati di.
Ma la madre Orontea che compiacere
volse alla figlia, replic a colei
altre ed altre ragioni, e modo tenne
che nel senato il suo parer s'ottenne.

55
L'aver Elbanio di bellezza il vanto
sopra ogni cavallier che fosse al mondo,
fu nei cor de le giovani di tanto,
ch'erano in quel consiglio, e di tal pondo,
che 'l parer de le vecchie and da canto,
che con Artemia volean far secondo
l'ordine antiquo; n lontan fu molto
ad esser per favore Elbanio assolto.

56
Di perdonargli in somma fu concluso,
ma poi che la decina avesse spento,
e che ne l'altro assalto fosse ad uso
di diece donne buono, e non di cento.
Di carcer l'altro giorno fu dischiuso;
e avuto arme e cavallo a suo talento,
contra dieci guerrier, solo, si mise,
e l'uno appresso all'altro in piazza uccise.

57
Fu la notte seguente a prova messo
contra diece donzelle ignudo e solo,
dove ebbe all'ardir suo s buon successo,
che fece il saggio di tutto lo stuolo.
E questo gli acquist tal grazia appresso
ad Orontea, che l'ebbe per figliuolo;
e gli diede Alessandra e l'altre nove
con ch'avea fatto le notturne prove.

58
E lo lasci con Alessandra bella,
che poi di nome a questa terra, erede,
con patto, ch'a servare egli abbia quella
legge, ed ogn'altro che da lui succede:
che ciascun che gi mai sua fiera stella
far qui por lo sventurato piede,
elegger possa, o in sacrificio darsi,
o con dieci guerrier, solo, provarsi.

59
E se gli avvien che 'l d gli uomini uccida,
la notte con le femine si provi;
e quando in questo ancor tanto gli arrida
la sorte sua, che vincitor si trovi,
sia del femineo stuol principe e guida,
e la decina a scelta sua rinovi,
con la qual regni, fin ch'un altro arrivi,
che sia pi forte, e lui di vita privi.

60
Appresso a duamila anni il costume empio
si  mantenuto, e si mantiene ancora;
e sono pochi giorni che nel tempio
uno infelice peregrin non mora.
Se contra dieci alcun chiede, ad esempio
d'Elbanio, armarsi (che ve n' talora),
spesso la vita al primo assalto lassa;
n di mille uno all'altra prova passa.

61
Pur ci passano alcuni, ma s rari,
che su le dita annoverar si ponno.
Uno di questi fu Argilon: ma guari
con la decina sua non fu qui donno;
che cacciandomi qui venti contrari,
gli occhi gli chiusi in sempiterno sonno.
Cos fossi io con lui morto quel giorno,
prima che viver servo in tanto scorno.

62
che piaceri amorosi e riso e gioco,
che suole amar ciascun de la mia etade,
le purpure e le gemme e l'aver loco
inanzi agli altri ne la sua cittade,
potuto hanno, per Dio, mai giovar poco
all'uom che privo sia di libertade:
e 'l non poter mai pi di qui levarmi,
servit grave e intolerabil parmi.

63
Il vedermi lograr dei miglior anni
il pi bel fiore in s vile opra e molle,
tiemmi il cor sempre in stimulo e in affanni,
ed ogni gusto di piacer mi tolle.
La fama del mio sangue spiega i vanni
per tutto 'l mondo, e fin al ciel s'estolle;
che forse buona parte anch'io n'avrei,
s'esser potessi coi fratelli miei.

64
Parmi ch'ingiuria il mio destin mi faccia,
avendomi a s vil servigio eletto;
come chi ne l'armento il destrier caccia,
il qual d'occhi o di piedi abbia difetto,
o per altro accidente che dispiaccia,
sia fatto all'arme e a miglior uso inetto:
n sperando io, se non per morte, uscire
di s vil servit, bramo morire. -

65
Guidon qui fine alle parole pose,
e maled quel giorno per isdegno,
il qual dei cavallieri e de le spose
gli di vittoria in acquistar quel regno.
Astolfo stette a udire, e si nascose
tanto, che si fe'certo a pi d'un segno,
che, come detto avea, questo Guidone
era figliol del suo parente Amone.

66
Poi gli rispose: - Io sono il duca inglese,
il tuo cugino Astolfo; - ed abbracciollo,
e con atto amorevole e cortese,
non senza sparger lagrime, baciollo.
- Caro parente mio, non pi palese
tua madre ti potea por segno al collo;
ch'a farne fede che tu sei de'nostri,
basta il valor che con la spada mostri. -

67
Guidon, ch'altrove avria fatto gran festa
d'aver trovato un s stretto parente,
quivi l'accolse con la faccia mesta,
perch fu di vedervilo dolente.
Se vive, sa ch'Astolfo schiavo resta,
n il termine  pi l che 'l d seguente;
se fia libero Astolfo, ne more esso:
s che 'l ben d'uno  il mal de l'altro espresso.

68
Gli duol che gli altri cavallieri ancora
abbia, vincendo, a far sempre captivi;
n pi, quando esso in quel contrasto mora,
potr giovar che servit lor schivi:
che se d'un fango ben gli porta fuora,
e poi s'inciampi come all'altro arrivi,
avr lui senza pro vinto Marfisa;
ch'essi pur ne fien schiavi, ed ella uccisa.

69
Da l'altro canto avea l'acerba etade,
la cortesia e il valor del giovinetto
d'amore intenerito e di pietade
tanto a Marfisa ed ai compagni il petto,
che, con morte di lui lor libertade
esser dovendo, avean quasi a dispetto:
e se Marfisa non pu far con manco
ch'uccider lui, vuol essa morir anco.

70
Ella disse a Guidon: - Vientene insieme
con noi, ch'a viva forza usciren quinci. -
- Deh (rispose Guidon) lascia ogni speme
di mai pi uscirne, o perdi meco o vinci. -
Ella suggiunse: - Il mio cor mai non teme
di non dar fine a cosa che cominci;
n trovar so la pi sicura strada
di quella ove mi sia guida la spada.

71
Tal ne la piazza ho il tuo valor provato,
che, s'io son teco, ardisco ad ogn'impresa.
Quando la turba intorno allo steccato
sar domani in sul teatro ascesa,
io vo'che l'uccidian per ogni lato,
o vada in fuga o cerchi far difesa,
e ch'agli lupi e agli avoltoi del loco
lasciamo i corpi, e la cittade al fuoco. -

72
Suggiunse a lei Guidon: - Tu m'avrai pronto
a seguitarti ed a morirti a canto,
ma vivi rimaner non faccin conto;
bastar ne pu di vendicarci alquanto:
che spesso diecimila in piazza conto
del popul feminile, ed altretanto
resta a guardare e porto e rocca e mura,
n alcuna via d'uscir trovo sicura. -

73
Disse Marfisa: - E molto pi sieno elle
degli uomini che Serse ebbe gi intorno,
e sieno pi de l'anime ribelle
ch'uscir del ciel con lor perpetuo scorno;
se tu sei meco, o almen non sie con quelle,
tutte le voglio uccidere in un giorno. -
Guidon suggiunse: - Io non ci so via alcuna
ch'a valer n'abbia, se non val quest'una.

74
Ne pu sola salvar, se ne succede,
quest'una ch'io dir, ch'or mi soviene.
Fuor ch'alle donne, uscir non si concede,
n metter piede in su le salse arene:
e per questo commettermi alla fede
d'una de le mie donne mi conviene,
del cui perfetto amor fatta ho sovente
pi pruova ancor, ch'io non far al presente.

75
Non men di me tormi costei disia
di servit, pur che ne venga meco,
che cos spera, senza compagnia
de le rivali sue, ch'io viva seco.
Ella nel porto o fuste o saettia
far ordinar, mentre  ancor l'aer cieco,
che i marinai vostri troveranno
acconcia a navigar, come vi vanno.

76
Dietro a me tutti in un drappel ristretti,
cavallieri, mercanti e galeotti,
ch'ad albergarvi sotto a questi tetti
meco, vostra merce, ste ridotti,
avrete a farvi amplo sentier coi petti,
se del nostro camin siamo interrotti:
cos spero, aiutandoci le spade,
ch'io vi trarr de la crudel cittade. -

77
- Tu fa come ti par (disse Marfisa),
ch'io son per me d'uscir di qui sicura.
Pi facil fia che di mia mano uccisa
la gente sia, che  dentro a queste mura,
che mi veggi fuggire, o in altra guisa
alcun possa notar ch'abbi paura.
Vo'uscir di giorno, e sol per forza d'arme;
che per ogn'altro modo obbrobrio parme.

78
S'io ci fossi per donna conosciuta,
so ch'avrei da le donne onore e pregio;
e volentieri io ci sarei tenuta
e tra le prime forse del collegio:
ma con costoro essendoci venuta,
non ci vo'd'essi aver pi privilegio.
Troppo error fra ch'io mi stessi o andassi
libera, e gli altri in servit lasciassi. -

79
Queste parole ed altre seguitando,
mostr Marfisa che 'l rispetto solo
ch'avea al periglio de'compagni (quando
potria loro il suo ardir tornare in duolo),
la tenea che con alto e memorando
segno d'ardir non assalia lo stuolo:
e per questo a Guidon lascia la cura
d'usar la via che pi gli par sicura.

80
Guidon la notte con Aleria parla
(cos avea nome la pi fida moglie),
n bisogno gli fu molto pregarla,
che la trov disposta alle sue voglie.
Ella tolse una nave e fece armarla,
e v'arrec le sue pi ricche spoglie,
fingendo di volere al nuovo albore
con le compagne uscire in corso fuore.

81
Ella avea fatto nel palazzo inanti
spade e lance arrecar, corazze e scudi,
onde armar si potessero i mercanti
e i galeotti ch'eran mezzo nudi.
Altri dormiro, ed altri ster vegghianti,
compartendo tra lor gli ozi e gli studi;
spesso guardando, e pur con l'arme indosso,
se l'oriente ancor si facea rosso.

82
Dal duro volto de la terra il sole
non tollea ancora il velo oscuro ed atro;
a pena avea la licaonia prole
per li solchi del ciel volto l'aratro:
quando il femineo stuol, che veder vuole
il fin de la battaglia, emp il teatro,
come ape del suo claustro empie la soglia,
che mutar regno al nuovo tempo voglia.

83
Di trombe, di tambur, di suon de corni
il popul risonar fa cielo e terra,
cos citando il suo signor, che torni
a terminar la cominciata guerra.
Aquilante e Grifon stavano adorni
de le lor arme, e il duca d'Inghilterra,
Guidon, Marfisa, Sansonetto e tutti
gli altri, chi a piedi e chi a cavallo istrutti.

84
Per scender dal palazzo al mare e al porto,
la piazza traversar si convenia,
n v'era altro camin lungo n corto:
cos Guidon disse alla compagnia.
E poi che di ben far molto conforto
lor diede, entr senza rumore in via;
e ne la piazza, dove il popul era,
s'appresent con pi di cento in schiera.

85
Molto affrettando i suoi compagni, andava
Guidone all'altra porta per uscire:
ma la gran moltitudine che stava
intorno armata, e sempre atta a ferire,
pens, come lo vide che menava
seco quegli altri, che volea fuggire;
e tutta a un tratto agli archi suoi ricorse,
e parte, onde s'uscia, venne ad opporse.

86
Guidone e gli altri cavallier gagliardi,
e sopra tutti lor Marfisa forte,
al menar de le man non furon tardi,
e molto fer per isforzar le porte:
ma tanta e tanta copia era dei dardi
che, con ferite dei compagni e morte,
pioveano lor di sopra e d'ogn'intorno,
ch'al fin temean d'averne danno e scorno.

87
D'ogni guerrier l'usbergo era perfetto;
che se non era, avean pi da temere.
Fu morto il destrier sotto a Sansonetto;
quel di Marfisa v'ebbe a rimanere.
Astolfo tra s disse: - Ora, ch'aspetto
che mai mi possa il corno pi valere?
Io vo'veder, poi che non giova spada,
s'io so col corno assicurar la strada. -

88
Come aiutar ne le fortune estreme
sempre si suol, si pone il corno a bocca.
Par che la terra e tutto 'l mondo trieme,
quando l'orribil suon ne l'aria scocca.
S nel cor de la gente il timor preme,
che per disio di fuga si trabocca
gi del teatro sbigottita e smorta,
non che lasci la guardia de la porta.

89
Come talor si getta e si periglia
e da finestra e da sublime loco
l'esterrefatta subito famiglia,
che vede appresso e d'ogn'intorno il fuoco,
che mentre le tenea gravi le ciglia
il pigro sonno, crebbe a poco a poco:
cos messa la vita in abandono,
ognun fuggia lo spaventoso suono.

90
Di qua di l, di su di gi smarrita
surge la turba, e di fuggir procaccia.
Son pi di mille a un tempo ad ogni uscita:
cascano a monti, e l'una l'altra impaccia.
In tanta calca perde altra la vita;
da palchi e da finestre altra si schiaccia:
pi d'un braccio si rompe e d'una testa,
di ch'altra morta, altra storpiata resta.

91
Il pianto e 'l grido insino al ciel saliva,
d'alta ruina misto e di fraccasso.
Affretta, ovunque il suon del corno arriva,
la turba spaventata in fuga il passo.
Se udite dir che d'ardimento priva
la vil plebe si mostri e di cor basso,
non vi maravigliate, che natura
 de la lepre aver sempre paura.

92
Ma che direte del gi tanto fiero
cor di Marfisa e di Guidon Selvaggio?
dei dua giovini figli d'Oliviero,
che gi tanto onoraro il lor lignaggio?
Gi centomila avean stimato un zero;
e in fuga or se ne van senza coraggio,
come conigli, o timidi colombi
a cui vicino alto rumor rimbombi.

93
Cos noceva ai suoi come agli strani
la forza che nel corno era incantata.
Sansonetto, Guidone e i duo germani
fuggon dietro a Marfisa spaventata;
n fuggendo ponno ir tanto lontani,
che lor non sia l'orecchia anco intronata.
Scorre Astolfo la terra in ogni lato,
dando via sempre al corno maggior fiato.

94
Chi scese al mare, e chi poggi su al monte,
e chi tra i boschi ad occultar si venne:
alcuna, senza mai volger la fronte,
fuggir per dieci d non si ritenne:
usc in tal punto alcuna fuor del ponte,
ch'in vita sua mai pi non vi rivenne.
Sgombraro in modo e piazze e templi e case,
che quasi vota la citt rimase.

95
Marfisa e 'l bon Guidone e i duo fratelli
e Sansonetto, pallidi e tremanti,
fuggiano inverso il mare, e dietro a quelli
fuggian i marinari e i mercatanti;
ove Aleria trovar, che, fra i castelli,
loro avea un legno apparecchiato inanti.
Quindi, poi ch'in gran fretta li raccolse,
di i remi all'acqua ed ogni vela sciolse.

96
Dentro e d'intorno il duca la cittade
avea scorsa dai colli insino all'onde;
fatto avea vote rimaner le strade:
ognun lo fugge, ognun se gli nasconde.
Molte trovate fur, che per viltade
s'eran gittate in parti oscure e immonde;
e molte, non sappiendo ove s'andare,
messesi a nuoto ed affogate in mare.

97
Per trovare i compagni il duca viene,
che si credea di riveder sul molo.
Si volge intorno, e le deserte arene
guarda per tutto, e non v'appare un solo.
Leva pi gli occhi, e in alto a vele piene
da s lontani andar li vede a volo:
s che gli convien fare altro disegno
al suo camin, poi che partito  il legno.

98
Lasciamolo andar pur - n vi rincresca
che tanta strada far debba soletto
per terra d'infedeli e barbaresca,
dove mai non si va senza sospetto:
non  periglio alcuno, onde non esca
con quel suo corno, e n'ha mostrato effetto; -
e dei compagni suoi pigliamo cura,
ch'al mar fuggian tremando di paura.

99
A piena vela si cacciaron lunge
da la crudele e sanguinosa spiaggia:
e poi che di gran lunga non li giunge
l'orribil suon ch'a spaventar pi gli aggia,
insolita vergogna s gli punge,
che, com'un fuoco, a tutti il viso raggia.
L'un non ardisce a mirar l'altro, e stassi
tristo, senza parlar, con gli occhi bassi.

100
Passa il nocchiero, al suo viaggio intento,
e Cipro e Rodi, e gi per l'onda egea
da s vede fuggire isole cento
col periglioso capo di Malea;
e con propizio ed immutabil vento
asconder vede la greca Morea;
volta Sicilia, e per lo mar Tirreno
costeggia de l'Italia il lito ameno:

101
e sopra Luna ultimamente sorse,
dove lasciato avea la sua famiglia.
Dio ringraziando che 'l pelago corse
senza pi danno, il noto lito piglia.
Quindi un nochier trovar per Francia sciorse,
il qual di venir seco li consiglia:
e nel suo legno ancor quel d montaro,
ed a Marsilia in breve si trovaro.

102
Quivi non era Bradamante allora,
ch'aver solea governo del paese;
che se vi fosse, a far seco dimora
gli avria sforzati con parlar cortese.
Sceser nel lito, e la medesima ora
dai quattro cavallier congedo prese
Marfisa, e da la donna del Selvaggio;
e pigli alla ventura il suo viaggio,

103
dicendo che lodevole non era
ch'andasser tanti cavallieri insieme:
che gli storni e i colombi vanno in schiera,
i daini e i cervi e ogn'animal che teme;
ma l'audace falcon, l'aquila altiera,
che ne l'aiuto altrui non metton speme
orsi, tigri, leon, soli ne vanno;
che di pi forza alcun timor non hanno.

104
Nessun degli altri fu di quel pensiero;
s ch'a lei sola tocc a far partita.
Per mezzo i boschi e per strano sentiero
dunque ella se n'and sola e romita.
Grifone il bianco ed Aquilante il nero
pigliar con gli altri duo la via pi trita,
e giunsero a un castello il d seguente,
dove albergati fur cortesemente.

105
Cortesemente dico in apparenza,
ma tosto vi sentir contrario effetto;
che 'l signor del castel, benivolenza
fingendo e cortesia, lor d ricetto:
e poi la notte, che sicuri senza
timor dormian, gli fe'pigliar nel letto;
n prima li lasci, che d'osservare
una costuma ria li fe'giurare.

106
Ma vo'seguir la bellicosa donna,
prima, Signor, che di costor pi dica.
Pass Druenza, il Rodano e la Sonna,
e venne a pi d'una montagna aprica.
Quivi lungo un torrente, in negra gonna
vide venire una femina antica,
che stanca e lassa era di lunga via,
ma via pi afflitta di malenconia.

107
Questa  la vecchia che solea servire
ai malandrin nel cavernoso monte,
l dove alta giustizia fe'venire
e dar lor morte il paladino conte.
La vecchia, che timore ha di morire
per le cagion che poi vi saran conte,
gi molti d va per via oscura e fosca,
fuggendo ritrovar chi la conosca.

108
Quivi d'estrano cavallier sembianza
l'ebbe Marfisa all'abito e all'arnese;
e perci non fugg, com'avea usanza
fuggir dagli altri ch'eran del paese;
anzi con sicurezza e con baldanza
si ferm al guado, e di lontan l'attese:
al guado del torrente, ove trovolla,
la vecchia le usc incontra e salutolla.

109
Poi la preg che seco oltr'a quell'acque
ne l'altra ripa in groppa la portasse.
Marfisa che gentil fu da che nacque,
di l dal fiumicel seco la trasse;
e portarla anch'un pezzo non le spiacque,
fin ch'a miglior camin la ritornasse,
fuor d'un gran fango; e al fin di quel sentiero
si videro all'incontro un cavalliero.

110
Il cavallier su ben guernita sella,
di lucide arme e di bei panni ornato,
verso il fiume vena da una donzella
e da un solo scudiero accompagnato.
La donna ch'avea seco era assai bella,
ma d'altiero sembiante e poco grato,
tutta d'orgoglio e di fastidio piena,
del cavallier ben degna che la mena.

111
Pinabello, un de'conti maganzesi,
era quel cavallier ch'ella avea seco;
quel medesmo che dianzi a pochi mesi
Bradamante gitt nel cavo speco.
Quei sospir, quei singulti cos accesi,
quel pianto che lo fe'gi quasi cieco,
tutto fu per costei ch'or seco avea,
che 'l negromante allor gli ritenea.

112
Ma poi che fu levato di sul colle
l'incantato castel del vecchio Atlante,
e che pot ciascuno ire ove volle,
per opra e per virt di Bradamante;
costei, ch'agli disii facile e molle
di Pinabel sempre era stata inante,
si torn a lui, ed in sua compagnia
da un castello ad un altro or se ne ga.

113
E s come vezzosa era e mal usa,
quando vide la vecchia di Marfisa,
non si pot tenere a bocca chiusa
di non la motteggiar con beffe e risa.
Marfisa altiera, appresso a cui non s'usa
sentirsi oltraggio in qualsivoglia guisa,
rispose d'ira accesa alla donzella,
che di lei quella vecchia era pi bella;

114
e ch'al suo cavallier volea provallo,
con patto di poi torre a lei la gonna
e il palafren ch'avea, se da cavallo
gittava il cavallier di ch'era donna.
Pinabel che faria, tacendo, fallo,
di risponder con l'arme non assonna:
piglia lo scudo e l'asta, e il destrier gira,
poi vien Marfisa a ritrovar con ira.

115
Marfisa incontra una gran lancia afferra,
e ne la vista a Pinabel l'arresta,
e s stordito lo riversa in terra,
che tarda un'ora a rilevar la testa.
Marfisa vincitrice de la guerra,
fe'trarre a quella giovane la vesta,
ed ogn'altro ornamento le fe'porre,
e ne fe'il tutto alla sua vecchia torre:

116
e di quel giovenile abito volse
che si vestisse e se n'ornasse tutta;
e fe'che 'l palafreno anco si tolse,
che la giovane avea quivi condutta.
Indi al preso camin con lei si volse,
che quant'era pi ornata, era pi brutta.
Tre giorni se n'andar per lunga strada,
senza far cosa onde a parlar m'accada.

117
Il quarto giorno un cavallier trovaro,
che vena in fretta galoppando solo.
Se di saper chi sia forse v' caro,
dicovi ch' Zerbin, di re figliuolo,
di virt esempio e di bellezza raro,
che se stesso rodea d'ira e di duolo
di non aver potuto far vendetta
d'un che gli avea gran cortesia interdetta.

118
Zerbino indarno per la selva corse
dietro a quel suo che gli avea fatto oltraggio;
ma s a tempo colui seppe via torse,
s seppe nel fuggir prender vantaggio,
s il bosco e s una nebbia lo soccorse,
ch'avea offuscato il matutino raggio,
che di man di Zerbin si lev netto,
fin che l'ira e il furor gli usc del petto.

119
Non pot, ancor che Zerbin fosse irato,
tener, vedendo quella vecchia, il riso;
che gli parea dal giovenile ornato
troppo diverso il brutto antiquo viso;
ed a Marfisa, che le vena a lato,
disse: - Guerrier, tu sei pien d'ogni aviso,
che damigella di tal sorte guidi,
che non temi trovar chi te la invidi.

120
Avea la donna (se la crespa buccia
pu darne indicio) pi de la Sibilla,
e parea, cos ornata, una bertuccia,
quando per muover riso alcun vestilla;
ed or pi brutta par, che si coruccia,
e che dagli occhi l'ira le sfavilla:
ch'a donna non si fa maggior dispetto,
che quando o vecchia o brutta le vien detto.

121
Mostr turbarse l'inclita donzella,
per prenderne piacer, come si prese;
e rispose a Zerbin: - Mia donna  bella,
per Dio, via pi che tu non sei cortese;
come ch'io creda che la tua favella
da quel che sente l'animo non scese:
tu fingi non conoscer sua beltade,
per escusar la tua somma viltade.

122
E chi saria quel cavallier, che questa
s giovane e s bella ritrovasse
senza pi compagnia ne la foresta,
e che di farla sua non si provasse? -
- S ben (disse Zerbin) teco s'assesta,
che saria mal ch'alcun te la levasse;
ed io per me non son cos indiscreto,
che te ne privi mai; stanne pur lieto.

123
S'in altro conto aver vuoi a far meco,
di quel ch'io vaglio son per farti mostra;
ma per costei non mi tener s cieco,
che solamente far voglia una giostra.
O brutta o bella sia, restisi teco:
non vo'partir tanta amicizia vostra.
Ben vi ste accoppiati: io giurerei,
com'ella  bella, tu gagliardo sei. -

124
Suggiunse a lui Marfisa: - Al tuo dispetto
di levarmi costei provar convienti.
Non vo'patir ch'un s leggiadro aspetto
abbi veduto, e guadagnar nol tenti. -
Rispose a lei Zerbin - Non so a ch'effetto
l'uom si metta a periglio e si tormenti,
per riportarne una vittoria, poi,
che giovi al vinto, e al vincitore annoi. -

125
- Se non ti par questo partito buono,
te ne do un altro, e ricusar nol dei
(disse a Zerbin Marfisa): che s'io sono
vinto da te, m'abbia a restar costei;
ma s'io te vinco, a forza te la dono.
Dunque provian chi de'star senza lei:
se perdi, converr che tu le faccia
compagnia sempre, ovunque andar le piaccia. -

126
- E cos sia, - Zerbin rispose; e volse
a pigliar campo subito il cavallo.
Si lev su le staffe e si raccolse
fermo in arcione, e per non dare in fallo,
lo scudo in mezzo alla donzella colse;
ma parve urtasse un monte di metallo:
ed ella in guisa a lui tocc l'elmetto,
che stordito il mand di sella netto.

127
Troppo spiacque a Zerbin l'esser caduto,
ch'in altro scontro mai pi non gli avvenne,
e n'avea mille e mille egli abbattuto;
ed a perpetuo scorno se lo tenne.
Stette per lungo spazio in terra muto;
e pi gli dolse poi che gli sovenne
ch'avea promesso e che gli convenia
aver la brutta vecchia in compagnia.

128
Tornando a lui la vincitrice in sella,
disse ridendo: - Questa t'appresento;
e quanto pi la veggio e grata e bella,
tanto, ch'ella sia tua, pi mi contento.
Or tu in mio loco sei campion di quella;
ma la tua f non se ne porti il vento,
che per sua guida e scorta tu non vada
(come hai promesso) ovunque andar l'aggrada. -

129
Senza aspettar risposta urta il destriero
per la foresta, e subito s'imbosca.
Zerbin, che la stimava un cavalliero,
dice alla vecchia: - Fa ch'io lo conosca. -
Ed ella non gli tiene ascoso il vero,
onde sa che lo 'ncende e che l'attosca:
- Il colpo fu di man d'una donzella,
che t'ha fatto votar (disse) la sella.

130
Per suo valor costei debitamente
usurpa a'cavallieri e scudo e lancia;
e venuta  pur dianzi d'Oriente
per assaggiare i paladin di Francia. -
Zerbin di questo tal vergogna sente,
che non pur tinge di rossor la guancia,
ma rest poco di non farsi rosso
seco ogni pezzo d'arme ch'avea indosso.

131
Monta a cavallo, e se stesso rampogna
che non seppe tener strette le cosce.
Tra s la vecchia ne sorride, e agogna
di stimularlo e di pi dargli angosce.
Gli ricorda ch'andar seco bisogna:
e Zerbin, ch'ubligato si conosce,
l'orecchie abbassa, come vinto e stanco
destrier c'ha in bocca il fren, gli sproni al fianco.

132
E sospirando: - Ohim, Fortuna fella
(dicea), che cambio  questo che tu fai?
Colei che fu sopra le belle bella,
ch'esser meco dovea, levata m'hai.
Ti par ch'in luogo ed in ristor di quella
si debba por costei ch'ora mi dai?
Stare in danno del tutto era men male,
che fare un cambio tanto diseguale.

133
Colei che di bellezze e di virtuti
unqua non ebbe e non avr mai pare,
sommersa e rotta tra gli scogli acuti
hai data ai pesci ed agli augei del mare;
e costei che dovria gi aver pasciuti
sotterra i vermi, hai tolta a perservare
dieci o venti anni pi che non devevi,
per dar pi peso agli mie'affanni grevi. -

134
Zerbin cos parlava; n men tristo
in parole e in sembianti esser parea
di questo nuovo suo s odioso acquisto,
che de la donna che perduta avea.
La vecchia, ancor che non avesse visto
mai pi Zerbin, per quel ch'ora dicea,
s'avvide esser colui di che notizia
le diede gi Issabella di Galizia.

135
Se 'l vi ricorda quel ch'avete udito,
costei da la spelonca ne veniva,
dove Issabella, che d'amor ferito
Zerbino avea, fu molti d captiva.
Pi volte ella le avea gi riferito
come lasciasse la paterna riva,
e come rotta in mar da la procella,
si salvasse alla spiaggia di Rocella.

136
E s spesso dipinto di Zerbino
le avea il bel viso e le fattezze conte,
ch'ora udendol parlare, e pi vicino
gli occhi alzandogli meglio ne la fronte,
vide esser quel per cui sempre meschino
fu d'Issabella il cor nel cavo monte;
che di non veder lui pi si lagnava,
che d'esser fatta ai malandrini schiava.

137
La vecchia, dando alle parole udienza,
che con sdegno e con duol Zerbino versa,
s'avede ben ch'egli ha falsa credenza
che sia Issabella in mar rotta e sommersa:
e ben ch'ella del certo abbia scienza,
per non lo rallegrar, pur la perversa
quel che far lieto lo potria, gli tace,
e sol gli dice quel che gli dispiace.

138
- Odi tu (gli disse ella), tu che sei
cotanto altier, che s mi scherni e sprezzi,
se sapessi che nuova ho di costei
che morta piangi, mi faresti vezzi:
ma pi tosto che dirtelo, torrei
che mi strozzassi o fssi in mille pezzi;
dove, s'eri vr me pi mansueto,
forse aperto t'avrei questo secreto. -

139
Come il mastin che con furor s'aventa
adosso al ladro, ad achetarsi  presto,
che quello o pane o cacio gli appresenta,
o che fa incanto appropriato a questo;
cos tosto Zerbino umil diventa,
e vien bramoso di sapere il resto,
che la vecchia gli accenna che di quella,
che morta piange, gli sa dir novella.

140
E volto a lei con pi piacevol faccia,
la supplica, la prega, la scongiura
per gli uomini, per Dio, che non gli taccia
quanto ne sappia, o buona o ria ventura.
- Cosa non udirai che pro ti faccia
(disse la vecchia pertinace e dura):
non  Issabella, come credi, morta;
ma viva s, ch'a'morti invidia porta.

141
 capitata in questi pochi giorni
che non n'udisti, in man di pi di venti;
s che, qualora anco in man tua ritorni,
ve'se sperar di corre il fior convienti. -
Ah vecchia maladetta, come adorni
la tua menzogna! e tu sai pur se menti.
Se ben in man de venti ell'era stata,
non l'avea alcun per mai violata.

142
Dove l'avea veduta domandolle
Zerbino, e quando, ma nulla n'invola;
che la vecchia ostinata pi non volle
a quel c'ha detto aggiungere parola.
Prima Zerbin le fece un parlar molle,
poi minacciolle di tagliar la gola:
ma tutto  invan ci che minaccia e prega;
che non pu far parlar la brutta strega.

143
Lasci la lingua all'ultimo in riposo
Zerbin, poi che 'l parlar gli giov poco;
per quel ch'udito avea, tanto geloso,
che non trovava il cor nel petto loco;
d'Issabella trovar s disioso,
che saria per vederla ito nel fuoco:
ma non poteva andar pi che volesse
colei, poi ch'a Marfisa lo promesse.

144
E quindi per solingo e strano calle,
dove a lei piacque, fu Zerbin condotto;
n per o poggiar monte o scender valle,
mai si guardaro in faccia o si fer motto.
Ma poi ch'al mezzod volse le spalle
il vago sol, fu il lor silenzio rotto
da un cavallier che nel cammin scontraro.
Quel che segu, ne l'altro canto  chiaro.


CANTO VENTUNESIMO.


1
N fune intorto creder che stringa
soma cos, n cos legno chiodo,
come la f ch'una bella alma cinga
del suo tenace indissolubil nodo.
N dagli antiqui par che si dipinga
la santa F vestita in altro modo,
che d'un vel bianco che la cuopra tutta:
ch'un sol punto, un sol neo la pu far brutta.

2
La fede unqua non debbe esser corrotta,
o data a un solo, o data insieme a mille;
e cos in una selva, in una grotta,
lontan da le cittadi e da le ville,
come dinanzi a tribunali, in frotta
di testimon, di scritti e di postille,
senza giurare o segno altro pi espresso,
basti una volta che s'abbia promesso.

3
Quella serv, come servar si debbe
in ogni impresa, il cavallier Zerbino:
e quivi dimostr che conto n'ebbe,
quando si tolse dal proprio camino
per andar con costei, la qual gl'increbbe,
come s'avesse il morbo s vicino,
o pur la morte istessa; ma potea,
pi che 'l disio, quel che promesso avea.

4
Dissi di lui, che di vederla sotto
la sua condotta tanto al cor gli preme,
che n'arrabbia di duol, n le fa motto,
e vanno muti e taciturni insieme:
dissi che poi fu quel silenzio rotto,
ch'al mondo il sol mostr le ruote estreme,
da un cavalliero aventuroso errante,
ch'in mezzo del camin lor si fe'inante.

5
La vecchia che conobbe il cavalliero,
ch'era nomato Ermonide d'Olanda,
che per insegna ha ne lo scudo nero
attraversata una vermiglia banda,
posto l'orgoglio e quel sembiante altiero,
umilmente a Zerbin si raccomanda,
e gli ricorda quel ch'esso promise
alla guerriera ch'in sua man la mise.

6
Perch di lei nimico e di sua gente
era il guerrier che contra lor vena:
ucciso ad essa avea il padre innocente,
e un fratello che solo al mondo avia;
e tuttavolta far del rimanente,
come degli altri, il traditor disia.
- Fin ch'alla guardia tua, donna, mi senti
(dicea Zerbin), non vo'che tu paventi. -

7
Come pi presso il cavallier si specchia
in quella faccia che s in odio gli era:
- O di combatter meco t'apparecchia
(grid con voce minacciosa e fiera),
o lascia la difesa de la vecchia,
che di mia man secondo il merto pera.
Se combatti per lei, rimarrai morto;
che cos avviene a chi s'appiglia al torto. -

8
Zerbin cortesemente a lui risponde
che gli  desir di bassa e mala sorte,
ed a cavalleria non corrisponde
che cerchi dare ad una donna morte:
se pur combatter vuol, non si nasconde;
ma che prima consideri ch'importe
ch'un cavallier, com'era egli, gentile,
voglia por man nel sangue feminile,

9
Queste gli disse e pi parole invano;
e fu bisogno al fin venire a'fatti.
Poi che preso a bastanza ebbon del piano,
tornarsi incontra a tutta briglia ratti.
Non van s presti i razzi fuor di mano,
ch'al tempo son de le allegrezze tratti,
come andaron veloci i duo destrieri
ad incontrare insieme i cavallieri.

10
Ermonide d'Olanda segn basso,
che per passare il destro fianco attese:
ma la sua debol lancia and in fracasso,
e poco il cavallier di Scozia offese.
Non fu gi l'altro colpo vano e casso:
roppe lo scudo, e s la spalla prese,
che la for da l'uno all'altro lato,
e riversar fe'Ermonide sul prato.

11
Zerbin che si pens d'averlo ucciso,
di piet vinto, scese in terra presto,
e lev l'elmo da lo smorto viso;
e quel guerrier, come dal sonno desto,
senza parlar guard Zerbino fiso;
e poi gli disse: - Non m' gi molesto
ch'io sia da te abbattuto, ch'ai sembianti
mostri esser fior de'cavallier erranti;

12
ma ben mi duol che questo per cagione
d'una femina perfida m'avviene,
a cui non so come tu sia campione,
che troppo al tuo valor si disconviene.
E quando tu sapessi la cagione
ch'a vendicarmi di costei mi mene,
avresti, ognor che rimembrassi, affanno
d'aver, per campar lei, fatto a me danno.

13
E se spirto a bastanza avr nel petto
ch'io il possa dir (ma del contrario temo),
io ti far veder ch'in ogni effetto
scelerata  costei pi ch'in estremo.
Io ebbi gi un fratel che giovinetto
d'Olanda si part, donde noi semo,
e si fece d'Eraclio cavalliero,
ch'allor tenea de'Greci il sommo impero.

14
Quivi divenne intrinseco e fratello
d'un cortese baron di quella corte,
che nei confin di Servia avea un castello
di sito ameno e di muraglia forte.
Nomossi Argeo colui di ch'io favello,
di questa iniqua femina consorte,
la quale egli am s, che pass il segno
ch'a un uom si convenia, come lui, degno.

15
Ma costei, pi volubile che foglia
quando l'autunno  pi priva d'umore,
che l'freddo vento gli arbori ne spoglia
e le soffia dinanzi al suo furore;
verso il marito cangi tosto voglia,
che fisso qualche tempo ebbe nel core;
e volse ogni pensiero, ogni disio
d'acquistar per amante il fratel mio.

16
Ma n s saldo all'impeto marino
l'Acrocerauno d'infamato nome,
n sta s duro incontra borea il pino
che rinovato ha pi di cento chiome,
che quanto appar fuor de lo scoglio alpino,
tanto sotterra ha le radici; come
il mio fratello a'prieghi di costei,
nido de tutti i vizi infandi e rei.

17
Or, come avviene a un cavallier ardito,
che cerca briga e la ritrova spesso,
fu in una impresa il mio fratel ferito,
molto al castel del suo compagno appresso,
dove venir senza aspettare invito
solea, fosse o non fosse Argeo con esso;
e dentro a quel per riposar fermosse
tanto che del suo mal libero fosse.

18
Mentre egli quivi si giacea, convenne
ch'in certa sua bisogna andasse Argeo.
Tosto questa sfacciata a tentar venne
il mio fratello, ed a sua usanza feo;
ma quel fedel non oltre pi sostenne
avere ai fianchi un stimulo s reo:
elesse, per servar sua fede a pieno,
di molti mal quel che gli parve meno.

19
Tra molti mal gli parve elegger questo:
lasciar d'Argeo l'intrinsichezza antiqua;
lungi andar s, che non sia manifesto
mai pi il suo nome alla femina iniqua.
Ben che duro gli fosse, era pi onesto
che satisfare a quella voglia obliqua,
o ch'accusar la moglie al suo signore,
da cui fu amata a par del proprio core.

20
E de le sue ferite ancora infermo
l'arme si veste, e del castel si parte;
e con animo va costante e fermo
di non mai pi tornare in quella parte.
Ma che gli val? ch'ogni difesa e schermo
gli disipa Fortuna con nuova arte;
ecco il marito che ritorna intanto,
e trova la moglier che fa gran pianto,

21
e scapigliata e con la faccia rossa;
e le domanda di che sia turbata.
Prima ch'ella a rispondere sia mossa,
pregar si lascia pi d'una fiata,
pensando tuttavia come si possa
vendicar di colui che l'ha lasciata:
e ben convenne al suo mobile ingegno
cangiar l'amore in subitano sdegno.

22
- Deh (disse al fine), a che l'error nascondo
c'ho commesso, signor, ne la tua assenza?
che quando ancora io 'l celi a tutto 'l mondo,
celar nol posso alla mia coscienza.
L'alma che sente il suo peccato immondo,
pate dentro da s tal penitenza,
ch'avanza ogn'altro corporal martire
che dar mi possa alcun del mio fallire;

23
quando fallir sia quel che si fa a forza:
ma sia quel che si vuol, tu sappil'anco;
poi con la spada da la immonda scorza
scioglie lo spirto imaculato e bianco,
e le mie luci eternamente ammorza;
che dopo tanto vituperio, almanco
tenerle basse ognor non mi bisogni,
e di ciascun ch'io vegga, io mi vergogni.

24
Il tuo compagno ha l'onor mio distrutto:
questo corpo per forza ha violato;
e perch teme ch'io ti narri il tutto,
or si parte il villan senza commiato. -
In odio con quel dir gli ebbe ridutto
colui che pi d'ogn'altro gli fu grato.
Argeo lo crede, ed altro non aspetta;
ma piglia l'arme e corre a far vendetta.

25
E come quel ch'avea il paese noto,
lo giunse che non fu troppo lontano;
che 'l mio fratello, debole ed egroto,
senza sospetto se ne ga pian piano:
e brevemente, in un loco remoto
pose, per vendicarsene, in lui mano.
Non trova il fratel mio scusa che vaglia;
ch'in somma Argeo con lui vuol la battaglia.

26
Era l'un sano e pien di nuovo sdegno,
infermo l'altro, ed all'usanza amico:
s ch'ebbe il fratel mio poco ritegno
contra il compagno fattogli nimico.
Dunque Filandro di tal sorte indegno
(de l'infelice giovene ti dico:
cos avea nome), non sofrendo il peso
di s fiera battaglia, rest preso.

27
- Non piaccia a Dio che mi conduca a tale
il mio giusto furore e il tuo demerto
(gli disse Argeo), che mai sia omicidiale
di te ch'amava; e me tu amavi certo,
ben che nel fin me l'hai mostrato male;
pur voglio a tutto il mondo fare aperto
che, come fui nel tempo de l'amore,
cos ne l'odio son di te migliore.

28
Per altro modo punir il tuo fallo,
che le mie man pi nel tuo sangue porre. -
Cos dicendo, fece sul cavallo
di verdi rami una bara comporre,
e quasi morto in quella riportallo
dentro al castello in una chiusa torre,
dove in perpetuo per punizione
candann l'innocente a star prigione.

29
Non per ch'altra cosa avesse manco,
che la libert prima del partire;
perch nel resto, come sciolto e franco
vi comandava e si facea ubidire.
Ma non essendo ancor l'animo stanco
di questa ria del suo pensier fornire,
quasi ogni giorno alla prigion veniva;
ch'avea le chiavi, e a suo piacer l'apriva:

30
e movea sempre al mio fratello assalti,
e con maggiore audacia che di prima.
- Questa tua fedelt (dicea) che valti,
poi che perfidia per tutto si stima?
Oh che trionfi gloriosi ed alti!
oh che superbe spoglie e preda opima!
oh che merito al fin te ne risulta,
se, come a traditore, ognun t'insulta!

31
Quanto utilmente, quanto con tuo onore
m'avresti dato quel che da te volli!
Di questo s ostinato tuo rigore
la gran merc che tu guadagni, or tolli:
in prigion sei, n crederne uscir fuore,
se la durezza tua prima non molli.
Ma quando mi compiacci, io far trama
di racquistarti e libertade e fama. -

32
- No, no (disse Filandro) aver mai spene
che non sia, come suol, mia vera fede,
se ben contra ogni debito mi avviene
ch'io ne riporti s dura mercede,
e di me creda il mondo men che bene:
basta che inanti a quel che 'l tutto vede
e mi pu ristorar di grazia eterna,
chiara la mia innocenza si discerna.

33
Se non basta ch'Argeo mi tenga preso,
tolgami ancor questa noiosa vita.
Forse non mi fia il premio in ciel conteso
de la buona opra, qui poco gradita.
Forse egli, che da me si chiama offeso,
quando sar quest'anima partita,
s'avedr poi d'avermi fatto torto,
e pianger il fedel compagno morto. -

34
Cos pi volte la sfacciata donna
tenta Filandro, e torna senza frutto.
Ma il cieco suo desir, che non assonna
del scelerato amor traer costrutto,
cercando va pi dentro ch'alla gonna
suoi vizi antiqui, e ne discorre il tutto.
Mille pensier fa d'uno in altro modo,
prima che fermi in alcun d'essi il chiodo.

35
Stette sei mesi che non messe piede,
come prima facea, ne la prigione;
di che il miser Filandro e spera e crede
che costei pi non gli abbia affezione.
Ecco Fortuna, al mal propizia, diede
a questa scelerata occasione
di metter fin con memorabil male
al suo cieco appetito irrazionale.

36
Antiqua nimicizia avea il marito
con un baron detto Morando il bello,
che, non v'essendo Argeo, spesso era ardito
di correr solo, e sin dentro al castello;
ma s'Argeo v'era, non tenea lo 'nvito,
n s'accostava a dieci miglia a quello.
Or, per poterlo indur che ci venisse,
d'ire in Ierusalem per voto disse.

37
Disse d'andare; e partesi ch'ognuno
lo vede, e fa di ci sparger le grida:
n il suo pensier, fuor che la moglie, alcuno
puote saper; che sol di lei si fida.
Torna poi nel castello all'aer bruno,
n mai, se non la notte, ivi s'annida;
e con mutate insegne al nuovo albore,
senza vederlo alcun, sempre esce fuore.

38
Se ne va in questa e in quella parte errando,
e volteggiando al suo castello intorno,
pur per veder se credulo Morando
volesse far, come solea, ritorno.
Stava il d tutto alla foresta; e quando
ne la marina vedea ascoso il giorno,
vena al castello, e per nascose porte
lo togliea dentro l'infedel consorte.

39
Crede ciascun, fuor che l'iniqua moglie,
che molte miglia Argeo lontan si trove.
Dunque il tempo oportuno ella si toglie:
al fratel mio va con malizie nuove.
Ha di lagrime a tutte le sue voglie
un nembo che dagli occhi al sen le piove.
- Dove potr (dicea) trovare aiuto,
che in tutto l'onor mio non sia perduto?

40
E col mio quel del mio marito insieme,
il qual se fosse qui, non temerei.
Tu conosci Morando, e sai se teme,
quando Argeo non ci sente, omini e dei.
Questi or pregando, or minacciando, estreme
prove fa tuttavia, n alcun de'miei
lascia che non contamini, per trarmi
a'suoi desii, n so s'io potr aitarmi.

41
Or c'ha inteso il partir del mio consorte,
e ch'al ritorno non sar s presto,
ha avuto ardir d'entrar ne la mia corte
senza altra scusa e senz'altro pretesto;
che se ci fosse il mio signor per sorte,
non sol non avria audacia di far questo,
ma non si terria ancor, per Dio, sicuro
d'appressarsi a tre miglia a questo muro.

42
E quel che gi per messi ha ricercato,
oggi me l'ha richiesto a fronte a fronte,
e con tai modi, che gran dubbio  stato
de lo avvenirmi disonore ed onte,
e se non che parlar dolce gli ho usato,
e finto le mie voglie alle sue pronte,
saria a forza, di quel suto rapace,
che spera aver per mie parole in pace.

43
Promesso gli ho, non gi per osservargli
(che fatto per timor, nullo  il contratto);
ma la mia intenzion fu per vietargli
quel che per forza avrebbe allora fatto.
Il caso  qui: tu sol pi rimediargli;
del mio onor altrimenti sar tratto,
e di quel del mio Argeo, che gi m'hai detto
aver o tanto, o pi che 'l proprio, a petto.

44
E se questo mi nieghi, io dir dunque
ch'in te non sia la f di che ti vanti;
ma che fu sol per crudelt, qualunque
volta hai sprezzati i miei supplici pianti;
non per rispetto alcun d'Argeo, quantunque
m'hai questo scudo ognora opposto inanti.
Saria stato tra noi la cosa occulta;
ma di qui aperta infamia mi risulta. -

45
- Non si convien (disse Filandro) tale
prologo a me, per Argeo mio disposto.
Narrami pur quel che tu vuoi, che quale
sempre fui, di sempre essere ho proposto;
e ben ch'a torto io ne riporti male,
a lui non ho questo peccato imposto.
Per lui son pronto andare anco alla morte,
e siami contra il mondo e la mia sorte. -

46
Rispose l'empia: - Io voglio che tu spenga
colui che 'l nostro disonor procura.
Non temer ch'alcun mal di ci t'avenga;
ch'io te ne mostrer la via sicura.
Debbe egli a me tornar come rivenga
su l'ora terza la notte pi scura;
e fatto un segno de ch'io l'ho avvertito,
io l'ho a tor dentro, che non sia sentito.

47
A te non graver prima aspettarme
ne la camera mia dove non luca,
tanto che dispogliar gli faccia l'arme,
e quasi nudo in man te lo conduca. -
Cos la moglie conducesse parme
il suo marito alla tremenda buca;
se per dritto costei moglie s'appella,
pi che furia infernal crudele e fella.

48
Poi che la notte scelerata venne,
fuor trasse il mio fratel con l'arme in mano;
e ne l'oscura camera lo tenne,
fin che tornasse il miser castellano.
Come ordine era dato, il tutto avvenne;
che 'l consiglio del mal va raro invano.
Cos Filandro il buon Argeo percosse,
che si pens che quel Morando fosse.

49
Con esso un colpo il capo fesse e il collo;
ch'elmo non v'era, e non vi fu riparo.
Pervenne Argeo, senza pur dare un crollo,
de la misera vita al fine amaro:
e tal l'uccise, che mai non pensollo,
n mai l'avria creduto: oh caso raro!
che cercando giovar, fece all'amico
quel di che peggio non si fa al nimico.

50
Poscia ch'Argeo non conosciuto giacque,
rende a Gabrina il mio fratel la spada.
Gabrina  il nome di costei, che nacque
sol per tradire ognun che in man le cada.
Ella, che 'l ver fin a quell'ora tacque,
vuol che Filandro a riveder ne vada
col lume in mano il morto ond'egli  reo:
e gli dimostra il suo compagno Argeo.

51
E gli minaccia poi, se non consente
all'amoroso suo lungo desire,
di palesare a tutta quella gente
quel ch'egli ha fatto, e nol pu contradire;
e lo far vituperosamente
come assassino e traditor morire:
e gli ricorda che sprezzar la fama
non de', se ben la vita s poco ama.

52
Pien di paura e di dolor rimase
Filandro, poi che del suo error s'accorse.
Quasi il primo furor gli persuase
d'uccider questa, e stette un pezzo in forse:
e se non che ne le nimiche case
si ritrov (che la ragion soccorse),
non si trovando avere altr'arme in mano,
coi denti la stracciava a brano a brano.

53
Come ne l'alto mar legno talora,
che da duo venti sia percosso e vinto,
ch'ora uno inanzi l'ha mandato, ed ora
un altro al primo termine respinto,
e l'han girato da poppa e da prora,
dal pi possente al fin resta sospinto;
cos Filandro, tra molte contese
de'duo pensieri, al manco rio s'apprese.

54
Ragion gli dimostr il pericol grande,
oltre al morir, del fine infame e sozzo,
se l'omicidio nel castel si spande;
e del pensare il termine gli  mozzo.
Voglia o non voglia, al fin convien che mande
l'amarissimo calice nel gozzo.
Pur finalmente ne l'afflitto core
pi de l'ostinazion pot il timore.

55
Il timor del supplicio infame e brutto
prometter fece con mille scongiuri,
che faria di Gabrina il voler tutto,
se di quel luogo se partian sicuri.
Cos per forza colse l'empia il frutto
del suo desire, e poi lasciar quei muri.
Cos Filandro a noi fece ritorno,
di s lasciando in Grecia infamia e scorno.

56
E port nel cor fisso il suo compagno
che cos scioccamente ucciso avea,
per far con sua gran noia empio guadagno
d'una Progne crudel, d'una Medea.
E se la fede e il giuramento, magno
e duro freno, non lo ritenea,
come al sicuro fu, morta l'avrebbe;
ma, quanto pi si puote, in odio l'ebbe.

57
Non fu da indi in qua rider mai visto:
tutte le sue parole erano meste,
sempre sospir gli uscian dal petto tristo,
ed era divenuto un nuovo Oreste,
poi che la madre uccise e il sacro Egisto,
e che l'ultrice Furie ebbe moleste.
E senza mai cessar, tanto l'afflisse
questo dolor, ch'infermo al letto il fisse.

58
Or questa meretrice, che si pensa
quanto a quest'altro suo poco sia grata,
muta la fiamma gi d'amore intensa
in odio, in ira ardente ed arrabbiata;
n meno  contra al mio fratello accensa,
che fosse contra Argeo la scelerata:
e dispone tra s levar dal mondo,
come il primo marito, anco il secondo.

59
Un medico trov d'inganni pieno,
sufficiente ed atto a simil uopo,
che sapea meglio uccider di veneno,
che risanar gl'infermi di silopo;
e gli promesse, inanzi pi che meno
di quel che domand, donargli, dopo
ch'avesse con mortifero liquore
levatole dagli occhi il suo signore.

60
Gi in mia presenza e d'altre pi persone
vena col tosco in mano il vecchio ingiusto,
dicendo ch'era buona pozione
da ritornare il mio fratel robusto.
Ma Gabrina con nuova intenzione,
pria che l'infermo ne turbasse il gusto,
per torsi il consapevole d'appresso,
o per non dargli quel ch'avea promesso,

61
la man gli prese, quando a punto dava
la tazza dove il tosco era celato,
dicendo: - Ingiustamente  se 'l ti grava
ch'io tema per costui c'ho tanto amato.
Voglio esser certa che bevanda prava
tu non gli dia, n succo avelenato;
e per questo mi par che 'l beveraggio
non gli abbi a dar, se non ne fai tu il saggio. -

62
Come pensi, signor, che rimanesse
il miser vecchio conturbato allora?
La brevit del tempo s l'oppresse,
che pensar non pot che meglio fra;
pur, per non dar maggior sospetto, elesse
il calice gustar senza dimora:
e l'infermo, seguendo una tal fede,
tutto il resto pigli, che si gli diede.

63
Come sparvier che nel piede grifagno
tenga la starna e sia per trarne pasto,
dal can che si tenea fido compagno,
ingordamente  sopragiunto e guasto;
cos il medico intento al rio guadagno,
donde sperava aiuto ebbe contrasto.
Odi di summa audacia esempio raro!
e cos avvenga a ciascun altro avaro.

64
Fornito questo, il vecchio s'era messo,
per ritornare alla sua stanza, in via,
ed usar qualche medicina appresso,
che lo salvasse da la peste ria;
ma da Gabrina non gli fu concesso,
dicendo non voler ch'andasse pria
che 'l succo ne lo stomaco digesto
il suo valor facesse manifesto.

65
Pregar non val, n far di premio offerta,
che lo voglia lasciar quindi partire.
Il disperato, poi che vede certa
la morte sua, n la poter fuggire,
ai circostanti fa la cosa aperta;
n la seppe costei troppo coprire.
E cos quel che fece agli altri spesso,
quel buon medico al fin fece a se stesso:

66
e sequit con l'alma quella ch'era
gi de mio frate caminata inanzi.
Noi circostanti, che la cosa vera
del vecchio udimmo, che fe'pochi avanzi,
pigliammo questa abominevol fera,
pi crudel di qualunque in selva stanzi;
e la serrammo in tenebroso loco,
per condannarla al meritato foco. -

67
Questo Ermonide disse, e pi voleva
seguir, com'ella di prigion levossi;
ma il dolor de la piaga si l'aggreva,
che pallido ne l'erba riversossi.
Intanto duo scudier, che seco aveva,
fatto una bara avean di rami grossi:
Ermonide si fece in quella porre;
ch'indi altrimente non si potea torre.

68
Zerbin col cavallier fece sua scusa,
che gl'increscea d'averli fatto offesa;
ma, come pur tra cavallieri s'usa,
colei che vena seco avea difesa:
ch'altrimente sua f saria confusa;
perch, quando in sua guardia l'avea presa,
promesse a sua possanza di salvarla
contra ognun che venisse a disturbarla.

69
E s'in altro potea gratificargli,
prontissimo offeriase alla sua voglia.
Rispose il cavallier, che ricordargli
sol vuol, che da Gabrina si discioglia
prima ch'ella abbia cosa a machinargli,
di ch'esso indarno poi si penta e doglia.
Gabrina tenne sempre gli occhi bassi,
perch non ben risposta al vero dassi.

70
Con la vecchia Zerbin quindi partisse
al gi promesso debito viaggio;
e tra s tutto il d la maledisse,
che far gli fece a quel barone oltraggio.
Ed or che pel gran mal che gli ne disse
chi lo sapea, di lei fu istrutto e saggio,
se prima l'avea a noia e a dispiacere,
or l'odia s che non la pu vedere.

71
Ella che di Zerbin sa l'odio a pieno,
n in mala volunt vuole esser vinta,
un'oncia a lui non ne riporta meno:
la tien di quarta, e la rif di quinta.
Nel cor era gonfiata di veneno,
e nel viso altrimente era dipinta.
Dunque ne la concordia ch'io vi dico,
tenean lor via per mezzo il bosco antico.

72
Ecco, volgendo il sol verso la sera,
udiron gridi e strepiti e percosse,
che facean segno di battaglia fiera
che, quanto era il rumor, vicina fosse.
Zerbino, per veder la cosa ch'era,
verso il rumore in gran fretta si mosse:
non fu Gabrina lenta a seguitarlo.
Di quel ch'avvenne, all'altro canto io parlo.


CANTO VENTIDUESIMO.


1
Cortesi donne e grate al vostro amante,
voi che d'un solo amor ste contente,
come che certo sia, fra tante e tante,
che rarissime siate in questa mente;
non vi dispiaccia quel ch'io dissi inante,
quando contra Gabrina fui s ardente,
e s'ancor son per spendervi alcun verso,
di lei biasmando l'animo perverso.

2
Ella era tale; e come imposto fummi
da chi pu in me, non preterisco il vero.
Per questo io non oscuro gli onor summi
d'una e d'un'altra ch'abbia il cor sincero.
Quel che 'l Maestro suo per trenta nummi
diede a'Iudei, non nocque a Ianni o a Piero;
n d'Ipermestra  la fama men bella,
se ben di tante inique era sorella.

3
Per una che biasmar cantando ardisco
(che l'ordinata istoria cos vuole),
lodarne cento incontra m'offerisco,
e far lor virt chiara pi che 'l sole.
Ma tornando al lavor che vario ordisco,
ch'a molti, lor merc, grato esser suole,
del cavallier di Scozia io vi dicea,
ch'un alto grido appresso udito avea.

4
Fra due montagne entr in un stretto calle
onde uscia il grido, e non fu molto inante,
che giunse dove in una chiusa valle
si vide un cavallier morto davante.
Chi sia dir; ma prima dar le spalle
a Francia voglio, e girmene in Levante,
tanto ch'io trovi Astolfo paladino,
che per Ponente avea preso il camino.

5
Io lo lasciai ne la citt crudele,
onde col suon del formidabil corno
avea cacciato il populo infedele,
e gran periglio toltosi d'intorno,
ed a'compagni fatto alzar le vele,
e dal lito fuggir con grave scorno.
Or seguendo di lui, dico che prese
la via d'Armenia, e usc di quel paese.

6
E dopo alquanti giorni in Natalia
trovossi, e inverso Bursia il camin tenne;
onde, continuando la sua via
di qua dal mare, in Tracia se ne venne.
Lungo il Danubio and per l'Ungaria;
e come avesse il suo destrier le penne,
i Moravi e i Boemi pass in meno
di venti giorni e la Franconia e il Reno.

7
Per la selva d'Ardenna in Aquisgrana
giunse e in Barbante, e in Fiandra al fin s'imbarca.
L'aura che soffia verso tramontana,
la vela in guisa in su la prora carca,
ch'a mezzo giorno Astolfo non lontana
vede Inghilterra, ove nel lito varca.
Salta a cavallo, e in tal modo lo punge,
ch'a Londra quella sera ancora giunge.

8
Quivi sentendo poi che 'l vecchio Otone
gi molti mesi inanzi era in Parigi,
e che di nuovo quasi ogni barone
avea imitato i suoi degni vestigi;
d'andar subito in Francia si dispone:
e cos torna al porto di Tamigi,
onde con le vele alte uscendo fuora,
verso Calessio fe'drizzar la prora.

9
Un ventolin che leggiermente all'orza
ferendo, avea adescato il legno all'onda,
a poco a poco cresce e si rinforza;
poi vien s, ch'al nocchier ne soprabonda.
Che li volti la poppa al fine  forza;
se non, gli caccer sotto la sponda.
Per la schena del mar tien dritto il legno,
e fa camin diverso al suo disegno.

10
Or corre a destra, or a sinistra mano,
di qua di l, dove fortuna spinge,
e piglia terra al fin presso a Roano;
e come prima il dolce lito attinge,
fa rimetter la sella a Rabicano,
e tutto s'arma e la spada si cinge.
Prende il camino, ed ha seco quel corno
che gli val pi che mille uomini intorno.

11
E giunse, traversando una foresta,
a pi d'un colle ad una chiara fonte,
ne l'ora che 'l monton di pascer resta,
chiuso in capanna, o sotto un cavo monte.
E dal gran caldo e da la sete infesta
vinto, si trasse l'elmo da la fronte;
leg il destrier tra le pi spesse fronde,
e poi venne per bere alle fresche onde.

12
Non avea messo ancor le labra in molle,
ch'un villanel che v'era ascoso appresso,
sbuca fuor d'una macchia, e il destrier tolle,
sopra vi sale, e se ne va con esso.
Astolfo il rumor sente, e'l capo estolle;
e poi che 'l danno suo vede s espresso,
lascia la fonte, e sazio senza bere,
gli va dietro correndo a pi potere.

13
Quel ladro non si stende a tutto corso,
che dileguato si saria di botto;
ma or lentando or raccogliendo il morso,
se ne va di galoppo e di buon trotto.
Escon del bosco dopo un gran discorso;
e l'uno e l'altro al fin si fu ridotto
l dove tanti nobili baroni
eran senza prigion pi che prigioni.

14
Dentro il palagio il villanel si caccia
con quel destrier che i venti al corso adegua.
Forza  ch'Astolfo, il qual lo scudo impaccia,
l'elmo e l'altr'arme, di lontan lo segua.
Pur giunge anch'egli, e tutta quella traccia
che fin qui avea seguita, si dilegua;
che pi n Rabican n 'l ladro vede,
e gira gli occhi, e indarno affretta il piede;

15
affretta il piede e va cercando invano
e le logge e le camere e le sale;
ma per trovare il perfido villano,
di sua fatica nulla si prevale.
Non sa dove abbia ascoso Rabicano,
quel suo veloce sopra ogni animale;
e senza frutto alcun tutto quel giorno
cerc di su di gi, dentro e d'intorno.

16
Confuso e lasso d'aggirarsi tanto,
s'avvide che quel loco era incantato;
e del libretto ch'avea sempre a canto,
che Logistilla in India gli avea dato,
acci che, ricadendo in nuovo incanto,
potessi aitarsi, si fu ricordato:
all'indice ricorse, e vide tosto
a quante carte era il rimedio posto.

17
Del palazzo incantato era difuso
scritto nel libro; e v'eran scritti i modi
di fare il mago rimaner confuso,
e a tutti quei prigion di sciorre i nodi.
Sotto la soglia era uno spirto chiuso,
che facea questi inganni e queste frodi:
e levata la pietra ov' sepolto,
per lui sar il palazzo in fumo sciolto.

18
Desideroso di condurre a fine
il paladin s gloriosa impresa,
non tarda pi che 'l braccio non inchine
a provar quanto il grave marmo pesa.
Come Atlante le man vede vicine
per far che l'arte sua sia vilipesa,
sospettoso di quel che pu avvenire,
lo va con nuovi incanti ad assalire.

19
Lo fa con diaboliche sue larve
parer da quel diverso, che solea:
gigante ad altri, ad altri un villan parve,
ad altri un cavallier di faccia rea.
Ognuno in quella forma in che gli apparve
nel bosco il mago, il paladin vedea;
s che per riaver quel che gli tolse
il mago, ognuno al paladin si volse.

20
Ruggier, Gradasso, Iroldo, Bradamante,
Brandimarte, Prasildo, altri guerrieri
in questo nuovo error si fero inante,
per distruggere il duca accesi e fieri.
Ma ricordossi il corno in quello istante,
che fe'loro abbassar gli animi altieri.
Se non si soccorrea col grave suono,
morto era il paladin senza perdono.

21
Ma tosto che si pon quel corno a bocca
e fa sentire intorno il suono orrendo,
a guisa dei colombi, quando scocca
lo scoppio, vanno i cavallier fuggendo.
Non meno al negromante fuggir tocca,
non men fuor de la tana esce temendo
pallido e sbigottito, e se ne slunga
tanto, che 'l suono orribil non lo giunga.

22
Fugg il guardian coi suo'prigioni; e dopo
de le stalle fuggir molti cavalli,
ch'altro che fune a ritenerli era uopo,
e seguiro i patron per vari calli.
In casa non rest gatta n topo
al suon che par che dica: Dlli, dlli.
Sarebbe ito con gli altri Rabicano,
se non ch'all'uscir venne al duca in mano.

23
Astolfo, poi ch'ebbe cacciato il mago,
lev di su la soglia il grave sasso,
e vi ritrov sotto alcuna imago,
ed altre cose che di scriver lasso:
e di distrugger quello incanto vago,
di ci che vi trov, fece fraccasso,
come gli mostra il libro che far debbia;
e si sciolse il palazzo in fumo e in nebbia.

24
Quivi trov che di catena d'oro
di Ruggiero il cavallo era legato,
parlo di quel che 'l negromante moro
per mandarlo ad Alcina gli avea dato;
a cui poi Logistilla fe'il lavoro
del freno, ond'era in Francia ritornato,
e girato da l'India all'Inghilterra
tutto avea il lato destro de la terra.

25
Non so se vi ricorda che la briglia
lasci attaccata all'arbore quel giorno
che nuda da Ruggier spar la figlia
di Galafrone, e gli fe'l'alto scorno.
Fe'il volante destrier, con maraviglia
di chi lo vide, al mastro suo ritorno;
e con lui stette infin al giorno sempre,
che de l'incanto fur rotte le tempre.

26
Non potrebbe esser stato pi giocondo
d'altra aventura Astolfo, che di questa;
che per cercar la terra e il mar, secondo
ch'avea desir, quel ch'a cercar gli resta,
e girar tutto in pochi giorni il mondo,
troppo vena questo ippogrifo a sesta.
Sapea egli ben quanto a portarlo era atto,
che l'avea altrove assai provato in fatto.

27
Quel giorno in India lo prov, che tolto
da la savia Melissa fu di mano
a quella scelerata che travolto
gli avea in mirto silvestre il viso umano:
e ben vide e not come raccolto
gli fu sotto la briglia il capo vano
da Logistilla, e vide come istrutto
fosse Ruggier di farlo andar per tutto.

28
Fatto disegno l'ippogrifo torsi,
la sella sua, ch'appresso avea, gli messe;
e gli fece, levando da pi morsi
una cosa ed un'altra, un che lo resse;
che dei destrier ch'in fuga erano corsi,
quivi attaccate eran le briglie spesse.
Ora un pensier di Rabicano solo
lo fa tardar che non si leva a volo.

29
D'amar quel Rabicano avea ragione;
che non v'era un miglior per correr lancia,
e l'avea da l'estrema regione
de l'India cavalcato insin in Francia.
Pensa egli molto; e in somma si dispone
darne pi tosto ad un suo amico mancia,
che, lasciandolo quivi in su la strada,
se l'abbia il primo ch'a passarvi accada.

30
Stava mirando se vedea venire
pel bosco o cacciatore o alcun villano,
da cui far si potesse indi seguire
a qualche terra, e trarvi Rabicano.
Tutto quel giorno e sin all'apparire
de l'altro stette riguardando invano.
L'altro matin, ch'era ancor l'aer fosco,
veder gli parve un cavallier pel bosco.

31
Ma mi bisogna, s'io vo'dirvi il resto,
ch'io trovi Ruggier prima e Bradamante.
Poi che si tacque il corno, e che da questo
loco la bella coppia fu distante,
guard Ruggiero, e fu a conoscer presto
quel che fin qui gli avea nascoso Atlante:
fatto avea Atlante che fin a quell'ora
tra lor non s'eran conosciuti ancora.

32
Ruggier riguarda Bradamante, ed ella
riguarda lui con alta maraviglia,
che tanti d l'abbia offuscato quella
illusion s l'animo e le ciglia.
Ruggiero abbraccia la sua donna bella,
che pi che rosa ne divien vermiglia;
e poi di su la bocca i primi fiori
cogliendo vien dei suoi beati amori.

33
Tornaro ad iterar gli abbracciamenti
mille fiate, ed a tenersi stretti
i duo felici amanti, e s contenti,
ch'a pena i gaudi lor capiano i petti.
Molto lor duol che per incantamenti,
mentre che fur negli errabondi tetti,
tra lor non s'eran mai riconosciuti,
e tanti lieti giorni eran perduti.

34
Bradamante, disposta di far tutti
i piaceri che far vergine saggia
debbia ad un suo amator, s che di lutti,
senza il suo onore offendere, il sottraggia;
dice a Ruggier, se a dar gli ultimi frutti
lei non vuol sempre aver dura e selvaggia,
la faccia domandar per buoni mezzi
al padre Amon: ma prima si battezzi.

35
Ruggier, che tolto avria non solamente
viver cristiano per amor di questa,
com'era stato il padre, e antiquamente
l'avolo e tutta la sua stirpe onesta;
ma, per farle piacere, immantinente
data le avria la vita che gli resta:
- Non che ne l'acqua (disse), ma nel fuoco
per tuo amor porre il capo mi fia poco. -

36
Per battezzarsi dunque, indi per sposa
la donna aver, Ruggier si messe in via,
guidando Bradamante a Vallombrosa
(cos fu nominata una badia
ricca e bella, n men religiosa,
e cortese a chiunque vi vena);
e trovaro all'uscir de la foresta
donna che molto era nel viso mesta.

37
Ruggier, che sempre uman, sempre cortese
era a ciascun, ma pi alle donne molto,
come le belle lacrime comprese
cader rigando il delicato volto,
n'ebbe pietade, e di disir s'accese
di saper il suo affanno; ed a lei volto,
dopo onesto saluto, domandolle
perch'avea s di pianto il viso molle.

38
Ed ella, alzando i begli umidi rai,
umanissimamente gli rispose,
e la cagion de'suoi penosi guai,
poi che le domand, tutta gli espose.
- Gentil signor (disse ella), intenderai
che queste guance son s lacrimose
per la piet ch'a un giovinetto porto,
ch'in un castel qui presso oggi fia morto.

39
Amando una gentil giovane e bella,
che di Marsilio re di Spagna  figlia,
sotto un vel bianco e in feminil gonella,
finta la voce e il volger de le ciglia,
egli ogni notte si giacea con quella,
senza darne sospetto alla famiglia:
ma s secreto alcuno esser non puote,
ch'al lungo andar non sia chi 'l vegga e note.

40
Se n'accorse uno, e ne parl con dui;
gli dui con altri, insin ch'al re fu detto.
Venne un fedel del re l'altr'ieri a nui,
che questi amanti fe'pigliar nel letto;
e ne la rocca gli ha fatto ambedui
divisamente chiudere in distretto:
n credo per tutto oggi ch'abbia spazio
il gioven, che non mora in pena e in strazio.

41
Fuggita me ne son per non vedere
tal crudelt; che vivo l'arderanno:
n cosa mi potrebbe pi dolere,
che faccia di s bel giovine il danno;
n potr aver giamai tanto piacere,
che non si volga subito in affanno,
che de la crudel fiamma mi rimembri,
ch'abbia arsi i belli e delicati membri. -

42
Bradamante ode, e par ch'assai le prema
questa novella, e molto il cor l'annoi;
n par che men per quel dannato tema,
che se fosse uno dei fratelli suoi.
N certo la paura in tutto scema
era di causa, come io dir poi.
Si volse ella a Ruggiero, e disse: - Parme
ch'in favor di costui sien le nostr'arme. -

43
E disse a quella mesta: - Io ti conforto
che tu vegga di porci entro alle mura,
che se 'l giovine ancor non avran morto,
pi non l'uccideran, stanne sicura. -
Ruggiero, avendo il cor benigno scorto
de la sua donna e la pietosa cura,
sent tutto infiammarsi di desire
di non lasciare il giovine morire.

44
Ed alla donna, a cui dagli occhi cade
un rio di pianto, dice: - Or che s'aspetta?
Soccorrer qui, non lacrimare accade:
fa ch'ove  questo tuo, pur tu ci metta.
Di mille lance trar, di mille spade
tel promettian, pur che ci meni in fretta:
ma studia il passo pi che puoi, che tarda
non sia l'aita, e intanto il fuoco l'arda. -

45
L'alto parlare e la fiera sembianza
di quella coppia a maraviglia ardita,
ebbon di tornar forza la speranza
col dond'era gi tutta fuggita;
ma perch'ancor, pi che la lontananza,
temeva il ritrovar la via impedita,
e che saria per questo indarno presa,
stava la donna in s tutta sospesa.

46
Poi disse lor: - Facendo noi la via
che dritta e piana va fin a quel loco,
credo ch'a tempo vi si giungeria,
che non sarebbe ancora acceso il fuoco:
ma gir convien per cos torta e ria,
che 'l termine d'un giorno saria poco
a riuscirne; e quando vi saremo,
che troviam morto il giovine mi temo. -

47
- E perch non andian (disse Ruggiero)
per la pi corta? - E la donna rispose:
- Perch un castel de'conti da Pontiero
tra via si trova, ove un costume pose,
non son tre giorni ancora, iniquo e fiero
a cavallieri e a donne aventurose,
Pinabello, il peggior uomo che viva,
figliuol del conte Anselmo d'Altariva.

48
Quindi n cavallier n donna passa,
che se ne vada senza ingiuria e danni:
l'uno e l'altro a pi resta; ma vi lassa
il guerrier l'arme, e la donzella i panni.
Miglior cavallier lancia non abbassa,
e non abbass in Francia gi molt'anni,
di quattro che giurato hanno al castello
la legge mantener di Pinabello.

49
Come l'usanza (che non  pi antiqua
di tre d) cominci, vi vo'narrare;
e sentirete se fu dritta o obliqua
cagion che i cavallier fece giurare.
Pinabello ha una donna cos iniqua,
cos bestial, ch'al mondo  senza pare;
che con lui, non so dove, andando un giorno,
ritrov un cavallier che le fe'scorno.

50
Il cavallier, perch da lei beffato
fu d'una vecchia che portava in groppa,
giostr con Pinabel ch'era dotato
di poca forza e di superbia troppa;
ed abbattello, e lei smontar nel prato
fece, e prov s'andava dritta o zoppa:
lasciolla a piede, e fe'de la gonella
di lei vestir l'antiqua damigella.

51
Quella ch'a pi rimase, dispettosa,
e di vendetta ingorda e sitibonda,
congiunta a Pinabel che d'ogni cosa
dove sia da mal far, ben la seconda,
n giorno mai, n notte mai riposa,
e dice che non fia mai pi gioconda,
se mille cavallieri e mille donne
non mette a piedi, e lor tolle arme e gonne.

52
Giunsero il d medesmo, come accade,
quattro gran cavallieri ad un suo loco,
li quai di rimotissime contrade
venuti a queste parti eran di poco;
di tal valor, che non ha nostra etade
tant'altri buoni al bellicoso gioco:
Aquilante, Grifone e Sansonetto,
ed un Guidon Selvaggio giovinetto.

53
Pinabel con sembiante assai cortese
al castel ch'io v'ho detto gli raccolse.
La notte poi tutti nel letto prese,
e presi tenne; e prima non li sciolse,
che li fece giurar ch'un anno e un mese
(questo fu a punto il termine che tolse)
stariano quivi, e spogliarebbon quanti
vi capitasson cavallieri erranti;

54
e le donzelle ch'avesson con loro
porriano a piedi, e torrian lor le vesti.
Cos giurar, cos costretti foro
ad osservar, ben che turbati e mesti.
Non par che fin a qui contra costoro
alcun possa giostrar, ch'a pi non resti:
e capitati vi sono infiniti,
ch'a pi e senz'arme se ne son partiti.

55
 ordine tra lor, che chi per sorte
esce fuor prima, vada a correr solo:
ma se trova il nimico cos forte,
che resti in sella, e getti lui nel suolo,
sono ubligati gli altri infin a morte
pigliar l'impresa tutti in uno stuolo.
Vedi or, se ciascun d'essi  cos buono,
quel ch'esser de', se tutti insieme sono.

56
Poi non conviene all'importanza nostra
che ne vieta ogni indugio, ogni dimora,
che punto vi fermiate a quella giostra;
e presuppongo che vinciate ancora,
che vostra alta presenza lo dimostra,
ma non  cosa da fare in un'ora;
ed  gran dubbio che 'l giovine s'arda,
se tutto oggi a soccorrerlo si tarda. -

57
Disse Ruggier: - Non riguardiamo a questo:
faccin nui quel che si pu far per nui;
abbia chi regge il ciel cura del resto,
o la Fortuna, se non tocca a lui.
Ti fia per questa giostra manifesto,
se buoni siamo d'aiutar colui
che per cagion s debole e s lieve,
come n'hai detto, oggi bruciar si deve. -

58
Senza risponder altro, la donzella
si messe per la via ch'era pi corta.
Pi di tre miglia non andar per quella,
che si trovaro al ponte ed alla porta
dove si perdon l'arme e la gonnella,
e de la vita gran dubbio si porta.
Al primo apparir lor, di su la rocca
 chi duo botti la campana tocca.

59
Ed ecco de la porta con gran fretta,
trottando s'un ronzino, un vecchio usco;
e quel vena gridando: - Aspetta aspetta:
restate ol, che qui si paga il fio:
e se l'usanza non v' stata detta,
che qui si tiene, or ve la vo'dir io. -
E contar loro incominci di quello
costume, che servar fa Pinabello.

60
Poi seguit, volendo dar consigli,
com'era usato agli altri cavallieri:
- Fate spogliar la donna (dicea), figli,
e voi l'arme lasciateci e i destrieri;
e non vogliate mettervi a perigli
d'andare incontra a tai quattro guerrieri.
Per tutto vesti, arme e cavalli s'hanno:
la vita sol mai non ripara il danno. -

61
- Non pi (disse Ruggier), non pi; ch'io sono
del tutto informatissimo, e qui venni
per far prova di me, se cos buono
in fatti son, come nel cor mi tenni.
Arme, vesti e cavallo altrui non dono,
s'altro non sento che minacce e cenni;
e son ben certo ancor, che per parole
il mio compagno le sue dar non vuole.

62
Ma, per Dio, fa ch'io vegga tosto in fronte
quei che ne voglion torre arme e cavallo;
ch'abbiamo da passar anco quel monte,
e qui non si pu far troppo intervallo. -
Rispose il vecchio: - Eccoti fuor del ponte
chi vien per farlo: - e non lo disse in fallo;
ch'un cavallier n'usc, che sopraveste
vermiglie avea, di bianchi fior conteste.

63
Bradamante preg molto Ruggiero
che le lasciasse in cortesia l'assunto
di gittar de la sella il cavalliero,
ch'avea di fiori il bel vestir trapunto;
ma non pot impetrarlo, e fu mestiero
a lei far ci che Ruggier volse a punto.
Egli volse l'impresa tutta avere,
e Bradamante si stesse a vedere.

64
Ruggiero al vecchio domand chi fosse
questo primo ch'uscia fuor de la porta.
-  Sansonetto (disse); che le rosse
veste conosco e i bianchi fior che porta. -
L'uno di qua, l'altro di l si mosse
senza parlarsi, e fu l'indugia corta;
che s'andaro a trovar coi ferri bassi,
molto affrettando i lor destrieri i passi.

65
In questo mezzo de la rocca usciti
eran con Pinabel molti pedoni,
presti per levar l'arme ed espediti
ai cavallier ch'uscian fuor degli arcioni.
Veniansi incontra i cavallieri arditi,
fermando in su le reste i gran lancioni,
grossi duo palmi, di nativo cerro,
che quasi erano uguali insino al ferro.

66
Di tali n'avea pi d'una decina
fatto tagliar di su lor ceppi vivi
Sansonetto a una selva indi vicina,
e portatone duo per giostrar quivi.
Aver scudo e corazza adamantina
bisogna ben, che le percosse schivi.
Aveane fatto dar, tosto che venne,
l'uno a Ruggier, l'altro per s ritenne.

67
Con questi, che passar dovean gl'incudi
(s ben ferrate avean le punte estreme),
di qua e di l fermandoli agli scudi,
a mezzo il corso si scontraro insieme.
Quel di Ruggiero, che i demni ignudi
fece sudar, poco del colpo teme:
de lo scudo vo'dir che fece Atlante,
de le cui forze io v'ho gi detto inante.

68
Io v'ho gi detto che con tanta forza
l'incantato splendor negli occhi fere,
ch'al discoprirsi ogni veduta ammorza,
e tramortito l'uom fa rimanere:
perci, s'un gran bisogno non lo sforza,
d'un vel coperto lo solea tenere.
Si crede ch'anco impenetrabil fosse,
poi ch'a questo incontrar nulla si mosse.

69
L'altro, ch'ebbe l'artefice men dotto,
il gravissimo colpo non sofferse.
Come tocco da fulmine, di botto
di loco al ferro, e pel mezzo s'aperse;
di loco al ferro, e quel trov di sotto
il braccio ch'assai mal si ricoperse;
s che ne fu ferito Sansonetto,
e de la sella tratto al suo dispetto.

70
E questo il primo fu di quei compagni
che quivi mantenean l'usanza fella,
che de le spoglie altrui non fe'guadagni,
e ch'alla giostra usc fuor de la sella.
Convien chi ride, anco talor si lagni,
e Fortuna talor trovi ribella.
Quel da la rocca, replicando il botto,
ne fece agli altri cavallieri motto.

71
S'era accostato Pinabello intanto
a Bradamante, per saper chi fusse
colui che con prodezza e valor tanto
il cavallier del suo castel percusse.
La giustizia di Dio, per dargli quanto
era il merito suo, vi lo condusse
su quel destrier medesimo ch'inante
tolto avea per inganno a Bradamante.

72
Fornito a punto era l'ottavo mese
che, con lei ritrovandosi a camino,
(se 'l vi raccorda) questo Maganzese
la gitt ne la tomba di Merlino,
quando da morte un ramo la difese,
che seco cadde, anzi il suo buon destino;
e trassene, credendo ne lo speco
ch'ella fosse sepolta, il destrier seco.

73
Bradamante conosce il suo cavallo,
e conosce per lui l'iniquo conte;
e poi ch'ode la voce, e vicino hallo
con maggiore attenzion mirato in fronte:
- Questo  il traditor (disse), senza fallo,
che procacci di farmi oltraggio ed onte:
ecco il peccato suo, che l'ha condutto
ove avr de'suoi merti il premio tutto. -

74
Il minacciare e il por mano alla spada
fu tutto a un tempo, e lo aventarsi a quello;
ma inanzi tratto gli lev la strada,
che non pot fuggir verso il castello.
Tolta  la speme ch'a salvar si vada,
come volpe alla tana, Pinabello.
Egli gridando e senza mai far testa,
fuggendo si cacci ne la foresta.

75
Pallido e sbigottito il miser sprona,
che posto ha nel fuggir l'ultima speme.
L'animosa donzella di Dordona
gli ha il ferro ai fianchi, e lo percuote e preme:
vien con lui sempre, e mai non l'abbandona.
Grande  il rumore, e il bosco intorno geme.
Nulla al castel di questo ancor s'intende,
per ch'ognuno a Ruggier solo attende.

76
Gli altri tre cavallier de la fortezza
intanto erano usciti in su la via;
ed avean seco quella male avezza
che v'avea posta la costuma ria.
A ciascun di lor tre, che 'l morir prezza
pi ch'aver vita che con biasmo sia,
di vergogna arde il viso, e il cor di duolo,
che tanti ad assalir vadano un solo.

77
La crudel meretrice ch'avea fatto
por quella iniqua usanza ed osservarla,
il giuramento lor ricorda e il patto
ch'essi fatti l'avean, di vendicarla.
- Se sol con questa lancia te gli abbatto,
perch mi vi con altre accompagnarla?
(dicea Guidon Selvaggio): e s'io ne mento,
levami il capo poi, ch'io son contento. -

78
Cos dicea Grifon, cos Aquilante.
Giostrar da sol a sol volea ciascuno,
e preso e morto rimanere inante
ch'incontra un sol volere andar pi d'uno.
La donna dicea loro: - A che far tante
parole qui senza profitto alcuno?
Per torre a colui l'arme io v'ho qui tratti,
non per far nuove leggi e nuovi patti.

79
Quando io v'avea in prigione, era da farme
queste escuse, e non ora, che son tarde.
Voi dovete il preso ordine servarme,
non vostre lingue far vane e bugiarde. -
Ruggier gridava lor: - Eccovi l'arme,
ecco il destrier c'ha nuovo e sella e barde;
i panni de la donna eccovi ancora:
se li volete, a che pi far dimora? -

80
La donna del castel da un lato preme,
Ruggier da l'altro li chiama e rampogna,
tanto ch'a forza si spiccaro insieme,
ma nel viso infiammati di vergogna.
Dinanzi apparve l'uno e l'altro seme
del marchese onorato di Borgogna;
ma Guidon, che pi grave ebbe il cavallo,
vena lor dietro con poco intervallo.

81
Con la medesima asta con che avea
Sansonetto abbattuto, Ruggier viene,
coperto da lo scudo che solea
Atlante aver sui monti di Pirene:
dico quello incantato, che splendea
tanto, ch'umana vista nol sostiene;
a cui Ruggier per l'ultimo soccorso
nei pi gravi perigli avea ricorso.

82
Ben che sol tre fiate bisognolli,
e certo in gran perigli, usarne il lume:
le prime due, quando dai regni molli
si trasse a pi lodevole costume;
la terza, quando i denti mal satolli
lasci de l'orca alle marine spume,
che dovean devorar la bella nuda
che fu a chi la camp poi cos cruda.

83
Fuor che queste tre volte, tutto 'l resto
lo tenea sotto un velo in modo ascoso,
ch'a discoprirlo esser potea ben presto,
che del suo aiuto fosse bisognoso.
Quivi alla giostra ne vena con questo,
come io v'ho detto ancora, s animoso,
che quei tre cavallier che vedea inanti,
manco temea che pargoletti infanti.

84
Ruggier scontra Grifone, ove la penna
de lo scudo alla vista si congiunge.
Quel di cader da ciascun lato accenna,
ed al fin cade, e resta al destrier lunge.
Mette allo scudo a lui Grifon l'antenna;
ma pel traverso e non pel dritto giunge:
e perch lo trov forbito e netto,
l'and strisciando, e fe'contrario effetto.

85
Roppe il velo e squarci, che gli copria
lo spaventoso ed incantato lampo,
al cui splendor cader si convenia
con gli occhi ciechi, e non vi s'ha alcun scampo.
Aquilante, ch'a par seco vena,
stracci l'avanzo, e fe'lo scudo vampo.
Lo splendor fer gli occhi ai duo fratelli
ed a Guidon, che correa dopo quelli.

86
Chi di qua, chi di l cade per terra:
lo scudo non pur lor gli occhi abbarbaglia,
ma fa che ogn'altro senso attonito erra.
Ruggier, che non sa il fin de la battaglia,
volta il cavallo; e nel voltare afferra
la spada sua che s ben punge e taglia:
e nessun vede che gli sia all'incontro,
che tutti eran caduti a quello scontro.

87
I cavallieri e insieme quei ch'a piede
erano usciti, e cos le donne anco,
e non meno i destrieri in guisa vede,
che par che per morir battano il fianco.
Prima si maraviglia, e poi s'avvede
che 'l velo ne pendea dal lato manco:
dico il velo di seta, in che solea
chiuder la luce di quel caso rea.

88
Presto si volge, e nel voltar, cercando
con gli occhi va l'amata sua guerriera;
e vien l dove era rimasa, quando
la prima giostra cominciata s'era.
Pensa ch'andata sia (non la trovando)
a vietar che quel giovine non pera,
per dubbio ch'ella ha forse che non s'arda
in questo mezzo ch'a giostrar si tarda.

89
Fra gli altri che giacean vede la donna,
la donna che l'avea quivi guidato.
Dinanzi se la pon, s come assonna,
e via cavalca tutto conturbato.
D'un manto ch'essa avea sopra la gonna,
poi ricoperse lo scudo incantato;
e i sensi riaver le fece, tosto
che 'l nocivo splendore ebbe nascosto.

90
Via se ne va Ruggier con faccia rossa
che, per vergogna, di levar non osa:
gli par ch'ognuno improverar gli possa
quella vittoria poco gloriosa.
- Ch'emenda poss'io fare, onde rimossa
mi sia una colpa tanto obbrobriosa?
che ci ch'io vinsi mai, fu per favore,
diran, d'incanti, e non per mio valore. -

91
Mentre cos pensando seco giva,
venne in quel che cercava a dar di cozzo;
che 'n mezzo de la strada soprarriva
dove profondo era cavato un pozzo.
Quivi l'armento alla calda ora estiva
si ritraea, poi ch'avea pieno il gozzo.
Disse Ruggiero: - Or proveder bisogna,
che non mi facci, o scudo, pi vergogna.

92
Pi non starai tu meco; e questo sia
l'ultimo biasmo c'ho d'averne al mondo. -
Cos dicendo, smonta ne la via:
piglia una grossa pietra e di gran pondo,
e la lega allo scudo, ed ambi invia
per l'alto pozzo a ritrovarne il fondo;
e dice: - Cost gi statti sepulto,
e teco stia sempre il mio obbrobrio occulto. -

93
Il pozzo  cavo, e pieno al sommo d'acque:
grieve  lo scudo, e quella pietra grieve.
Non si ferm fin che nel fondo giacque:
sopra si chiuse il liquor molle e lieve.
Il nobil atto e di splendor non tacque
la vaga Fama, e divulgollo in breve;
e di rumor n'emp, suonando il corno,
e Francia e Spagna e le province intorno.

94
Poi che di voce in voce si fe'questa
strana aventura in tutto il mondo nota,
molti guerrier si missero all'inchiesta
e di parte vicina e di remota:
ma non sapean qual fosse la foresta
dove nel pozzo il sacro scudo nuota;
che la donna che fe'l'atto palese,
dir mai non volse il pozzo n il paese.

95
Al partir che Ruggier fe'dal castello,
dove avea vinto con poca battaglia;
che i quattro gran campion di Pinabello
fece restar come uomini di paglia;
tolto lo scudo, avea levato quello
lume che gli occhi e gli animi abbarbaglia:
e quei che giaciuti eran come morti,
pieni di meraviglia eran risorti.

96
N per tutto quel giorno si favella
altro fra lor, che de lo strano caso,
e come fu che ciascun d'essi a quella
orribil luce vinto era rimaso.
Mentre parlan di questo, la novella
vien lor di Pinabel giunto all'occaso:
che Pinabello  morto hanno l'aviso,
ma non sanno per chi l'abbia ucciso.

97
L'ardita Bradamante in questo mezzo
giunto avea Pinabello a un passo stretto;
e cento volte gli avea fin a mezzo
messo il brando pei fianchi e per lo petto.
Tolto ch'ebbe dal mondo il puzzo e 'l lezzo
che tutto intorno avea il paese infetto,
le spalle al bosco testimonio volse
con quel destrier che gi il fellon le tolse.

98
Volse tornar dove lasciato avea
Ruggier; n seppe mai trovar la strada.
Or per valle or per monte s'avvolgea:
tutta quasi cerc quella contrada.
Non volse mai la sua fortuna rea,
che via trovasse onde a Ruggier si vada.
Questo altro canto ad ascoltare aspetto
chi de l'istoria mia prende diletto.


CANTO VENTITREESIMO.


1
Studisi ognun giovare altrui; che rade
volte il ben far senza il suo premio fia:
e se pur senza, almen non te ne accade
morte n danno n ignominia ria.
Chi nuoce altrui, tardi o per tempo cade
il debito a scontar, che non s'oblia.
Dice il proverbio, ch'a trovar si vanno
gli uomini spesso, e i monti fermi stanno.

2
Or vedi quel ch'a Pinabello avviene
per essersi portato iniquamente:
 giunto in somma alle dovute pene,
dovute e giuste alla sua ingiusta mente.
E Dio, che le pi volte non sostiene
veder patire a torto uno innocente,
salv la donna; e salver ciascuno
che d'ogni fellonia viva digiuno.

3
Credette Pinabel questa donzella
gi d'aver morta, e col gi sepulta;
n la pensava mai veder, non ch'ella
gli avesse a tor degli error suoi la multa.
N il ritrovarsi in mezzo le castella
del padre, in alcun util gli risulta.
Quivi Altaripa era tra monti fieri
vicina al tenitorio di Pontieri.

4
Tenea quell'Altaripa il vecchio conte
Anselmo, di ch'usc questo malvagio,
che, per fuggir la man di Chiaramonte,
d'amici e di soccorso ebbe disagio.
La donna al traditore a pi d'un monte
tolse l'indegna vita a suo grande agio;
che d'altro aiuto quel non si provede,
che d'alti gridi e di chiamar mercede.

5
Morto ch'ella ebbe il falso cavalliero
che lei voluto avea gi porre a morte,
volse tornare ove lasci Ruggiero;
ma non lo consent sua dura sorte,
che la fe'traviar per un sentiero
che la port dov'era spesso e forte,
dove pi strano e pi solingo il bosco,
lasciando il sol gi il mondo all'aer fosco.

6
N sappiendo ella ove potersi altrove
la notte riparar, si ferm quivi
sotto le frasche in su l'erbette nuove,
parte dormendo, fin che 'l giorno arrivi,
parte mirando ora Saturno or Giove,
Venere e Marte e gli altri erranti divi;
ma sempre, o vegli o dorma, con la mente
contemplando Ruggier come presente.

7
Spesso di cor profondo ella sospira,
di pentimento e di dolor compunta,
ch'abbia in lei, pi ch'amor, potuto l'ira.
- L'ira (dicea) m'ha dal mio amor disgiunta:
almen ci avessi io posta alcuna mira,
poi ch'avea pur la mala impresa assunta,
di saper ritornar donde io veniva;
che ben fui d'occhi e di memoria priva. -

8
Queste ed altre parole ella non tacque,
e molto pi ne ragion col core.
Il vento intanto di sospiri, e l'acque
di pianto facean pioggia di dolore.
Dopo una lunga aspettazion pur nacque
in oriente il disiato albore:
ed ella prese il suo destrier ch'intorno
giva pascendo, ed and contra il giorno.

9
N molto and, che si trov all'uscita
del bosco, ove pur dianzi era il palagio,
l dove molti d l'avea schernita
con tanto error l'incantator malvagio.
Ritrov quivi Astolfo, che fornita
la briglia all'ippogrifo avea a grande agio,
e stava in gran pensier di Rabicano,
per non sapere a chi lasciarlo in mano.

10
A caso si trov che fuor di testa
l'elmo allor s'avea tratto il paladino;
s che tosto ch'usc de la foresta,
Bradamante conobbe il suo cugino.
Di lontan salutollo, e con gran festa
gli corse, e l'abbracci poi pi vicino;
e nominossi, ed alz la visiera,
e chiaramente fe'veder ch'ell'era.

11
Non potea Astolfo ritrovar persona
a chi il suo Rabican meglio lasciasse,
perch dovesse averne guardia buona
e renderglielo poi come tornasse,
de la figlia del duca di Dordona;
e parvegli che Dio gli la mandasse.
Vederla volentier sempre solea,
ma pel bisogno or pi ch'egli n'avea.

12
Da poi che due o tre volte ritornati
fraternamente ad abbracciar si foro,
e si for l'uno a l'altro domandati
con molta affezion de l'esser loro,
Astolfo disse: - Ormai, se dei pennati
vo''l paese cercar, troppo dimoro: -
ed aprendo alla donna il suo pensiero,
veder le fece il volator destriero.

13
A lei non fu di molta maraviglia
veder spiegare a quel destrier le penne;
ch'altra volta, reggendogli la briglia
Atlante incantator, contra le venne;
e le fece doler gli occhi e le ciglia:
s fisse dietro a quel volar le tenne
quel giorno, che da lei Ruggier lontano
portato fu per camin lungo e strano.

14
Astolfo disse a lei, che le volea
dar Rabican, che s nel corso affretta,
che, se scoccando l'arco si movea,
si solea lasciar dietro la saetta;
e tutte l'arme ancor, quante n'avea,
che vuol che a Montalban gli le rimetta,
e gli le serbi fin al suo ritorno;
che non gli fanno or di bisogno intorno.

15
Volendosene andar per l'aria a volo,
aveasi a far quanto potea pi lieve.
Tiensi la spada e 'l corno, ancor che solo
bastargli il corno ad ogni risco deve.
Bradamante la lancia che 'l figliuolo
port di Galafrone, anco riceve;
la lancia che di quanti ne percuote
fa le selle restar subito vote.

16
Salito Astolfo sul destrier volante,
lo fa mover per l'aria lento lento;
indi lo caccia s, che Bradamante
ogni vista ne perde in un momento.
Cos si parte col pilota inante
il nochier che gli scogli teme e 'l vento;
e poi che 'l porto e i liti a dietro lassa,
spiega ogni vela e inanzi ai venti passa.

17
La donna, poi che fu partito il duca,
rimase in gran travaglio de la mente;
che non sa come a Montalban conduca
l'armatura e il destrier del suo parente;
per che 'l cuor le cuoce e le manuca
l'ingorda voglia e il desiderio ardente
di riveder Ruggier, che, se non prima,
a Vallombrosa ritrovar lo stima.

18
Stando quivi suspesa, per ventura
si vede inanzi giungere un villano,
dal qual fa rassettar quella armatura,
come si puote, e por su Rabicano;
poi di menarsi dietro gli di cura
i duo cavalli, un carco e l'altro a mano:
ella n'avea duo prima; ch'avea quello
sopra il qual lev l'altro a Pinabello.

19
Di Vallombrosa pens far la strada,
che trovar quivi il suo Ruggier ha speme;
ma qual pi breve o qual miglior vi vada,
poco discerne, e d'ire errando teme.
Il villan non avea de la contrada
pratica molta; ed erreranno insieme.
Pur andare a ventura ella si messe,
dove pens che 'l loco esser dovesse.

20
Di qua di l si volse, n persona
incontr mai da domandar la via.
Si trov uscir del bosco in su la nona
dove un castel poco lontan scopra,
il qual la cima a un monticel corona.
Lo mira, e Montalban le par che sia:
ed era certo Montalbano; e in quello
avea la matre ed alcun suo fratello.

21
Come la donna conosciuto ha il loco,
nel cor s'attrista, e pi ch'i'non so dire:
sar scoperta, se si ferma un poco,
n pi le sar lecito a partire;
se non si parte, l'amoroso foco
l'arder s, che la far morire:
non vedr pi Ruggier, n far cosa
di quel ch'era ordinato a Vallombrosa.

22
Stette alquanto a pensar; poi si risolse
di voler dar a Montalban le spalle:
e verso la badia pur si rivolse,
che quindi ben sapea qual era il calle.
Ma sua fortuna, o buona o trista, volse
che prima ch'ella uscisse de la valle,
scontrasse Alardo, un de'fratelli sui;
n tempo di celarsi ebbe da lui.

23
Veniva da partir gli alloggiamenti
per quel contado a cavallieri e a fanti;
ch'ad istanza di Carlo nuove genti
fatto avea de le terre circostanti.
I saluti e i fraterni abbracciamenti
con le grate accoglienze andaro inanti;
e poi, di molte cose a paro a paro
tra lor parlando, in Montalban tornaro.

24
Entr la bella donna in Montalbano,
dove l'avea con lacrimosa guancia
Beatrice molto desiata invano,
e fattone cercar per tutta Francia.
Or quivi i baci e il giunger mano a mano
di matre e di fratelli estim ciancia
verso gli avuti con Ruggier complessi,
ch'avr ne l'alma eternamente impressi.

25
Non potendo ella andar, fece pensiero
ch'a Vallombrosa altri in suo nome andasse
immantinente ad avisar Ruggiero
de la cagion ch'andar lei non lasciasse;
e lui pregar (s'era pregar mestiero)
che quivi per suo amor si battezzasse,
e poi venisse a far quanto era detto,
s che si desse al matrimonio effetto.

26
Pel medesimo messo fe'disegno
di mandar a Ruggiero il suo cavallo,
che gli solea tanto esser caro: e degno
d'essergli caro era ben senza fallo;
che non s'avria trovato in tutto 'l regno
dei Saracin, n sotto il signor Gallo,
pi bel destrier di questo o pi gagliardo,
eccetti Brigliador, soli, e Baiardo.

27
Ruggier, quel d che troppo audace ascese
su l'ippogrifo, e verso il ciel levosse,
lasci Frontino, e Bradamante il prese
(Frontino, che 'l destrier cos nomosse);
mandollo a Montalbano, e a buone spese
tener lo fece, e mai non cavalcosse,
se non per breve spazio e a picciol passo;
s ch'era pi che mai lucido e grasso.

28
Ogni sua donna tosto, ogni donzella
pon seco in opra, e con suttil lavoro
fa sopra seta candida e morella
tesser ricamo di finissimo oro;
e di quel cuopre ed orna briglia e sella
del buon destrier: poi sceglie una di loro
figlia di Callitrefia sua nutrice,
d'ogni secreto suo fida uditrice.

29
Quanto Ruggier l'era nel core impresso,
mille volte narrato avea a costei;
la belt, la virtude, i modi d'esso
esaltato l'avea fin sopra i dei.
A s chiamolla, e disse: - Miglior messo
a tal bisogno elegger non potrei;
che di te n pi fido n pi saggio
imbasciator, Ippalca mia, non aggio. -

30
Ippalca la donzella era nomata.
- Va, - le dice, e l'insegna ove de'gire;
e pienamente poi l'ebbe informata
di quanto avesse al suo signore a dire;
e far la scusa se non era andata
al monaster: che non fu per mentire;
ma che Fortuna, che di noi potea
pi che noi stessi, da imputar s'avea.

31
Montar la fece s'un ronzino, e in mano
la ricca briglia di Frontin le messe:
e se s pazzo alcuno o s villano
trovasse, che levar le lo volesse;
per fargli a una parola il cervel sano,
di chi fosse il destrier sol gli dicesse;
che non sapea s ardito cavalliero,
che non tremasse al nome di Ruggiero.

32
Di molte cose l'ammonisce e molte,
che trattar con Ruggier abbia in sua vece;
le qual poi ch'ebbe Ippalca ben raccolte,
si pose in via, n pi dimora fece.
Per strade e campi e selve oscure e folte
cavalc de le miglia pi di diece;
che non fu a darle noia chi venisse,
n a domandarla pur dove ne gisse.

33
A mezzo il giorno, nel calar d'un monte,
in una stretta e malagevol via
si venne ad incontrar con Rodomonte,
ch'armato un piccol nano e a pi seguia.
Il Moro alz vr lei 1'altiera fronte,
e bestemmi l'eterna Ierarchia,
poi che s bel destrier, s bene ornato,
non avea in man d'un cavallier trovato.

34
Avea giurato che 'l primo cavallo
torria per forza, che tra via incontrasse.
Or questo  stato il primo; e trovato hallo
pi bello e pi per lui, che mai trovasse:
ma torlo a una donzella gli par fallo;
e pur agogna averlo, e in dubbio stasse.
Lo mira, lo contempla, e dice spesso:
- Deh perch il suo signor non  con esso! -

35
- Deh ci fosse egli! (gli rispose Ippalca)
che ti faria cangiar forse pensiero.
Assai pi di te val chi lo cavalca,
n lo pareggia al mondo altro guerriero. -
- Chi  (le disse il Moro) che s calca
l'onore altrui? - Rispose ella: - Ruggiero. -
E quel suggiunse: - Adunque il destrier voglio,
poi ch'a Ruggier, s gran campion, lo toglio.

36
Il qual, se sar ver, come tu parli,
che sia s forte, e pi d'ogn'altro vaglia,
non che il destrier, ma la vettura darli
converrammi, e in suo albitrio fia la taglia.
Che Rodomonte io sono, hai da narrarli,
e che, se pur vorr meco battaglia,
mi trover; ch'ovunque io vada o stia,
mi fa sempre apparir la luce mia.

37
Dovunque io vo, s gran vestigio resta,
che non lo lascia il fulmine maggiore. -
Cos dicendo, avea tornate in testa
le redine dorate al corridore:
sopra gli salta; e lacrimosa e mesta
rimane Ippalca, e spinta dal dolore
minaccia Rodomonte e gli dice onta:
non l'ascolta egli, e su pel poggio monta.

38
Per quella via dove lo guida il nano
per trovar Mandricardo e Doralice,
gli viene Ippalca dietro di lontano,
e lo bestemmia sempre e maledice.
Ci che di questo avvenne, altrove  piano.
Turpin, che tutta questa istoria dice,
fa qui digresso, e torna in quel paese
dove fu dianzi morto il Maganzese.

39
Dato avea a pena a quel loco le spalle
la figliuola d'Amon, ch'in fretta ga,
che v'arriv Zerbin per altro calle
con la fallace vecchia in compagnia:
e giacer vide il corpo ne la valle
del cavallier, che non sa gi chi sia;
ma, come quel ch'era cortese e pio,
ebbe piet del caso acerbo e rio.

40
Giaceva Pinabello in terra spento,
versando il sangue per tante ferite,
ch'esser doveano assai, se pi di cento
spade in sua morte si fossero unite.
Il cavallier di Scozia non fu lento
per l'orme che di fresco eran scolpite
a porsi in avventura, se potea
saper chi l'omicidio fatto avea.

41
Ed a Gabrina dice che l'aspette;
che senza indugio a lei far ritorno.
Ella presso al cadavero si mette,
e fissamente vi pon gli occhi intorno;
perch, se cosa v'ha che le dilette,
non vuol ch'un morto invan pi ne sia adorno,
come colei che fu, tra l'altre note,
quanto avara esser pi femina puote.

42
Se di portarne il furto ascosamente
avesse avuto modo o alcuna speme,
la sopravesta fatta riccamente
gli avrebbe tolta, e le bell'arme insieme.
Ma quel che pu celarsi agevolmente,
si piglia, e 'l resto fin al cor le preme.
Fra l'altre spoglie un bel cinto levonne,
e se ne leg i fianchi infra due gonne.

43
Poco dopo arriv Zerbin, ch'avea
seguito invan di Bradamante i passi,
perch trov il sentier che si torcea
in molti rami ch'ivano alti e bassi:
e poco ormai del giorno rimanea,
n volea al buio star fra quelli sassi;
e per trovare albergo di le spalle
con l'empia vecchia alla funesta valle.

44
Quindi presso a dua miglia ritrovaro
un gran castel che fu detto Altariva,
dove per star la notte si fermaro,
che gi a gran volo inverso il ciel saliva.
Non vi ster molto, ch'un lamento amaro
l'orecchie d'ogni parte lor feriva;
e veggon lacrimar da tutti gli occhi,
come la cosa a tutto il popul tocchi.

45
Zerbino dimandonne, e gli fu detto
che venut'era al cont'Anselmo aviso,
che fra duo monti in un sentiero istretto
giacea il suo figlio Pinabello ucciso.
Zerbin, per non ne dar di s sospetto,
di ci si finge nuovo, e abbassa il viso;
ma pensa ben, che senza dubbio sia
quel ch'egli trov morto in su la via.

46
Dopo non molto la bara funbre
giunse, a splendor di torchi e di facelle,
l dove fece le strida pi crebre
con un batter di man gire alle stelle,
e con pi vena fuor de le palpbre
le lacrime inundar per le mascelle:
ma pi de l'altre nubilose ed atre
era la faccia del misero patre.

47
Mentre apparecchio si facea solenne
di grandi esequie e di funbri pompe,
secondo il modo ed ordine che tenne
l'usanza antiqua e ch'ogni et corrompe;
da parte del signore un bando venne,
che tosto il popular strepito rompe,
e promette gran premio a chi dia aviso
chi stato sia che gli abbia il figlio ucciso.

48
Di voce in voce e d'una in altra orecchia
il grido e 'l bando per la terra scorse,
fin che l'ud la scelerata vecchia
che di rabbia avanz le tigri e l'orse;
e quindi alla ruina s'apparecchia
di Zerbino, o per l'odio che gli ha forse,
o per vantarsi pur, che sola priva
d'umanitade in uman corpo viva;

49
o fosse pur per guadagnarsi il premio:
a ritrovar n'and quel signor mesto;
e dopo un verisimil suo proemio,
gli disse che Zerbin fatto avea questo:
e quel bel cinto si lev di gremio,
che 'l miser padre a riconoscer presto,
appresso il testimonio e tristo uffizio
de l'empia vecchia, ebbe per chiaro indizio.

50
E lacrimando al ciel leva le mani,
che 'l figliuol non sar senza vendetta.
Fa circundar l'albergo ai terrazzani;
che tutto 'l popul s' levato in fretta.
Zerbin che gli nimici aver lontani
si crede, e questa ingiuria non aspetta,
dal conte Anselmo, che si chiama offeso
tanto da lui, nel primo sonno  preso;

51
e quella notte in tenebrosa parte
incatenato, e in gravi ceppi messo.
Il sole ancor non ha le luci sparte,
che l'ingiusto supplicio  gi commesso;
che nel loco medesimo si squarte,
dove fu il mal c'hanno imputato ad esso.
Altra esamina in ci non si facea:
bastava che 'l signor cos credea.

52
Poi che l'altro matin la bella Aurora
l'aer seren fe'bianco e rosso e giallo,
tutto 'l popul gridando: - Mora, mora, -
vien per punir Zerbin del non suo fallo.
Lo sciocco vulgo l'accompagna fuora,
senz'ordine, chi a piede e chi a cavallo,
e 'l cavallier di Scozia a capo chino
ne vien legato in s'un piccol ronzino.

53
Ma Dio, che spesso gl'innocenti aiuta,
n lascia mai ch'in sua bont si fida,
tal difesa gli avea gi proveduta,
che non v' dubbio pi ch'oggi s'uccida.
Quivi Orlando arriv, la cui venuta
alla via del suo scampo gli fu guida.
Orlando gi nel pian vide la gente
che trae a morte il cavallier dolente.

54
Era con lui quella fanciulla, quella
che ritrov ne la selvaggia grotta,
del re galego la figlia lssabella,
in poter gi de'malandrin condotta,
poi che lasciato avea ne la procella
del truculento mar la nave rotta:
quella che pi vicino al core avea
questo Zerbin, che l'alma onde vivea.

55
Orlando se l'avea fatta compagna,
poi che de la caverna la riscosse.
Quando costei li vide alla campagna,
domand Orlando, chi la turba fosse.
- Non so, - diss'egli; e poi su la montagna
lasciolla, e verso il pian ratto si mosse.
Guard Zerbino, ed alla vista prima
lo giudic baron di molta stima.

56
E fattosegli appresso, domandollo
per che cagione e dove il menin preso.
Lev il dolente cavalliero il collo,
e meglio avendo il paladino inteso,
rispose il vero; e cos ben narrollo,
che merit dal conte esser difeso.
Bene avea il conte alle parole scorto
ch'era innocente, e che moriva a torto.

57
E poi che 'ntese che commesso questo
era dal conte Anselmo d'Altariva,
fu certo ch'era torto manifesto;
ch'altro da quel fellon mai non deriva.
Ed oltre a ci, l'uno era all'altro infesto
per l'antiquissimo odio che bolliva
tra il sangue di Maganza e di Chiarmonte;
e tra lor eran morti e danni ed onte.

58
- Slegate il cavallier (grid), canaglia,
(il conte a'masnadieri), o ch'io v'uccido. -
- Chi  costui che s gran colpi taglia?
(rispose un che parer volle il pi fido).
Se di cera noi fussimo o di paglia,
e di fuoco egli, assai fra quel grido. -
E venne contra il paladin di Francia:
Orlando contra lui chin la lancia.

59
La lucente armatura il Maganzese,
che levata la notte avea a Zerbino,
e postasela indosso, non difese
contro l'aspro incontrar del paladino.
Sopra la destra guancia il ferro prese:
l'elmo non pass gi, perch'era fino;
ma tanto fu de la percossa il crollo,
che la vita gli tolse e roppe il collo.

60
Tutto in un corso, senza tor di resta
la lancia, pass un altro in mezzo 'l petto:
quivi lasciolla, e la mano ebbe presta
a Durindana; e nel drappel pi stretto
a chi fece due parti de la testa,
a chi lev dal busto il capo netto;
for la gola a molti; e in un momento
n'uccise e messe in rotta pi di cento.

61
Pi del terzo n'ha morto, e 'l resto caccia
e taglia e fende e fiere e fora e tronca.
Chi lo scudo, e chi l'elmo che lo 'mpaccia,
e chi lascia lo spiedo e chi la ronca;
chi al lungo, chi al traverso il camin spaccia;
altri s'appiatta in bosco, altri in spelonca.
Orlando, di piet questo d privo,
a suo poter non vuol lasciarne un vivo.

62
Di cento venti (che Turpin sottrasse
il conto), ottanta ne periro almeno.
Orlando finalmente si ritrasse
dove a Zerbin tremava il cor nel seno.
S'al ritornar d'Orlando s'allegrasse,
non si potria contare in versi a pieno.
Se gli saria per onorar prostrato;
ma si trov sopra il ronzin legato.

63
Mentre ch'Orlando, poi che lo disciolse,
l'aiutava a ripor l'arme sue intorno,
ch'al capitan de la sbirraglia tolse,
che per suo mal se n'era fatto adorno;
Zerbino gli occhi ad Issabella volse,
che sopra il colle avea fatto soggiorno,
e poi che de la pugna vide il fine,
port le sue bellezze pi vicine.

64
Quando apparir Zerbin si vide appresso
la donna che da lui fu amata tanto,
la bella donna che per falso messo
credea sommersa, e n'ha pi volte pianto;
com'un ghiaccio nel petto gli sia messo,
sente dentro aggelarsi, e triema alquanto:
ma tosto il freddo manca, ed in quel loco
tutto s'avampa d'amoroso fuoco.

65
Di non tosto abbracciarla lo ritiene
la riverenza del signor d'Anglante;
perch si pensa, e senza dubbio tiene
ch'Orlando sia de la donzella amante.
Cos cadendo va di pene in pene,
e poco dura il gaudio ch'ebbe inante:
il vederla d'altrui peggio sopporta,
che non fe'quando ud ch'ella era morta.

66
E molto pi gli duol che sia in podesta
del cavalliero a cui cotanto debbe;
perch volerla a lui levar n onesta
n forse impresa facile sarebbe.
Nessuno altro da s lassar con questa
preda partir senza romor vorrebbe:
ma verso il conte il suo debito chiede
che se lo lasci por sul collo il piede.

67
Giunsero taciturni ad una fonte,
dove smontaro e fer qualche dimora.
Trassesi l'elmo il travagliato conte,
ed a Zerbin lo fece trarre ancora.
Vede la donna il suo amatore in fronte,
e di subito gaudio si scolora;
poi torna come fiore umido suole
dopo gran pioggia all'apparir del sole.

68
E senza indugio e senza altro rispetto
corre al suo caro amante, e il collo abbraccia;
e non pu trar parola fuor del petto,
ma di lacrime il sen bagna e la faccia.
Orlando attento all'amoroso affetto,
senza che pi chiarezza se gli faccia,
vide a tutti gl'indizi manifesto
ch'altri esser, che Zerbin, non potea questo.

69
Come la voce aver pot Issabella,
non bene asciutta ancor l'umida guancia,
sol de la molta cortesia favella,
che l'avea usata il paladin di Francia.
Zerbino, che tenea questa donzella
con la sua vita pare a una bilancia,
si getta a'pi del conte, e quello adora
come a chi gli ha due vite date a un'ora.

70
Molti ringraziamenti e molte offerte
erano per seguir tra i cavallieri,
se non udian sonar le vie coperte
dagli arbori di frondi oscuri e neri.
Presti alle teste lor, ch'eran scoperte,
posero gli elmi, e presero i destrieri:
ed ecco un cavalliero e una donzella
lor sopravien, ch'a pena erano in sella.

71
Era questo guerrier quel Mandricardo
che dietro Orlando in fretta si condusse
per vendicar Alzirdo e Manilardo,
che 'l paladin con gran valor percusse:
quantunque poi lo seguit pi tardo;
che Doralice in suo poter ridusse,
la quale avea con un troncon di cerro
tolta a cento guerrier carchi di ferro.

72
Non sapea il Saracin per, che questo,
ch'egli seguia, fosse il signor d'Anglante:
ben n'avea indizio e segno manifesto
ch'esser dovea gran cavalliero errante.
A lui mir pi ch'a Zerbino, e presto
gli and con gli occhi dal capo alle piante;
e i dati contrasegni ritrovando,
disse: - Tu se'colui ch'io vo cercando.

73
Sono omai dieci giorni (gli soggiunse)
che di cercar non lascio i tuo'vestigi:
tanto la fama stimolommi e punse,
che di te venne al campo di Parigi,
quando a fatica un vivo sol vi giunse
di mille che mandasti ai regni stigi;
e la strage cont, che da te venne
sopra i Norizi e quei di Tremisenne.

74
Non fui, come lo seppi, a seguir lento,
e per vederti e per provarti appresso:
e perch m'informai del guernimento
c'hai sopra l'arme, io so che tu sei desso;
e se non l'avessi anco, e che fra cento
per celarti da me ti fossi messo,
il tuo fiero sembiante mi faria
chiaramente veder che tu quel sia. -

75
- Non si pu (gli rispose Orlando) dire
che cavallier non sii d'alto valore;
per che s magnanimo desire
non mi credo albergasse in umil core.
Se 'l volermi veder ti fa venire,
vo'che mi veggi dentro, come fuore:
mi lever questo elmo da le tempie,
acci ch'a punto il tuo desire adempie.

76
Ma poi che ben m'avrai veduto in faccia,
all'altro desiderio ancora attendi:
resta ch'alla cagion tu satisfaccia,
che fa che dietro questa via mi prendi;
che veggi se 'l valor mio si confaccia
a quel sembiante fier che s commendi. -
- Ors (disse il pagano), al rimanente;
ch'al primo ho satisfatto interamente. -

77
Il conte tuttavia dal capo al piede
va cercando il pagan tutto con gli occhi:
mira ambi i fianchi, indi l'arcion; n vede
pender n qua n l mazze n stocchi.
Gli domanda di ch'arme si provede,
s'avvien che con la lancia in fallo tocchi.
Rispose quel: - Non ne pigliar tu cura:
cos a molt'altri ho ancor fatto paura.

78
Ho sacramento di non cinger spada,
fin ch'io non tolgo Durindana al conte;
e cercando lo vo per ogni strada,
acci pi d'una posta meco sconte.
Lo giurai (se d'intenderlo t'aggrada)
quando mi posi quest'elmo alla fronte,
il qual con tutte l'altr'arme ch'io porto,
era d'Ettr, che gi mill'anni  morto.

79
La spada sola manca alle buone arme:
come rubata fu, non ti so dire.
Or che la porti il paladino, parme;
e di qui vien ch'egli ha s grande ardire.
Ben penso, se con lui posso accozzarme,
fargli il mal tolto ormai ristituire.
Cercolo ancor, che vendicar disio
il famoso Agrican genitor mio.

80
Orlando a tradimento gli di morte:
ben so che non potea farlo altrimente. -
Il conte pi non tacque, e grid forte:
- E tu e qualunque il dice, se ne mente.
Ma quel che cerchi t' venuto in sorte:
io sono Orlando, e uccisil giustamente;
e questa  quella spada che tu cerchi,
che tua sar, se con virt la merchi.

81
Quantunque sia debitamente mia,
tra noi per gentilezza si contenda:
n voglio in questa pugna ch'ella sia
pi tua che mia; ma a un arbore s'appenda.
Levala tu liberamente via,
s'avvien che tu m'uccida o che mi prenda. -
Cos dicendo, Durindana prese,
e 'n mezzo il campo a un arbuscel l'appese.

82
Gi l'un da l'altro  dipartito lunge,
quanto sarebbe un mezzo tratto d'arco:
gi l'uno contra l'altro il destrier punge,
n de le lente redine gli  parco:
gi l'uno e l'altro di gran colpo aggiunge
dove per l'elmo la veduta ha varco.
Parveno l'aste, al rompersi, di gielo;
e in mille schegge andar volando al cielo.

83
L'una e l'altra asta  forza che si spezzi;
che non voglion piegarsi i cavallieri,
i cavallier che tornano coi pezzi
che son restati appresso i calci interi.
Quelli, che sempre fur nel ferro avezzi,
or, come duo villan per sdegno fieri
nel partir acque o termini de prati,
fan crudel zuffa di duo pali armati.

84
Non stanno l'aste a quattro colpi salde,
e mancan nel furor di quella pugna.
Di qua e di l si fan l'ire pi calde;
n da ferir lor resta altro che pugna.
Schiodano piastre, e straccian maglie e falde,
pur che la man, dove s'aggraffi, giugna.
Non desideri alcun, perch pi vaglia,
martel pi grave o pi dura tanaglia.

85
Come pu il Saracin ritrovar sesto
di finir con suo onore il fiero invito?
Pazzia sarebbe il perder tempo in questo,
che nuoce al feritor pi ch'al ferito.
And alle strette l'uno e l'altro, e presto
il re pagano Orlando ebbe ghermito:
lo strigne al petto; e crede far le prove
che sopra Anteo fe'gi il figliol di Giove.

86
Lo piglia con molto impeto a traverso:
quando lo spinge, e quando a s lo tira;
ed  ne la gran colera s immerso,
ch'ove resti la briglia poco mira.
Sta in s raccolto Orlando, e ne va verso
il suo vantaggio, e alla vittoria aspira:
gli pon la cauta man sopra le ciglia
del cavallo, e cader ne fa la briglia.

87
Il Saracino ogni poter vi mette,
che lo soffoghi, o de l'arcion lo svella:
negli urti il conte ha le ginocchia strette;
n in questa parte vuol piegar n in quella.
Per quel tirar che fa il pagan, costrette
le cingie son d'abandonar la sella.
Orlando  in terra, e a pena sel conosce:
ch'i piedi ha in staffa, e stringe ancor le cosce.

88
Con quel rumor ch'un sacco d'arme cade,
risuona il conte, come il campo tocca.
Il destrier c'ha la testa in libertade,
quello a chi tolto il freno era di bocca,
non pi mirando i boschi che le strade,
con ruinoso corso si trabocca,
spinto di qua e di l dal timor cieco;
e Mandricardo se ne porta seco.

89
Doralice che vede la sua guida
uscir dal campo e torlesi d'appresso,
e mal restarne senza si confida,
dietro, correndo, il suo ronzin gli ha messo.
Il pagan per orgoglio al destrier grida,
e con mani e con piedi il batte spesso;
e, come non sia bestia, lo minaccia
perch si fermi, e tuttavia pi il caccia.

90
La bestia, ch'era spaventosa e poltra,
sanza guardarsi ai pi, corre a traverso.
Gi corso avea tre miglia, e seguiva oltra,
s'un fosso a quel desir non era avverso;
che, sanza aver nel fondo o letto o coltra,
riceve l'uno e l'altro in s riverso.
Di Mandricardo in terra aspra percossa;
n per si fiacc n si roppe ossa.

91
Quivi si ferma il corridore al fine,
ma non si pu guidar, che non ha freno.
Il Tartaro lo tien preso nel crine,
e tutto  di furore e d'ira pieno.
Pensa, e non sa quel che di far destine.
- Pongli la briglia del mio palafreno
(la donna gli dicea); che non  molto
il mio feroce, o sia col freno o sciolto. -

92
Al Saracin parea discortesia
la proferta accettar di Doralice;
ma fren gli far aver per altra via
Fortuna a'suoi disii molto fautrice.
Quivi Gabrina scelerata invia,
che, poi che di Zerbin fu traditrice,
fuggia, come la lupa che lontani
oda venire i cacciatori e i cani.

93
Ella avea ancora indosso la gonnella,
e quei medesimi giovenili ornati
che furo alla vezzosa damigella
di Pinabel, per lei vestir, levati;
ed avea il palafreno anco di quella,
dei buon del mondo e degli avantaggiati.
La vecchia sopra il Tartaro trovosse,
ch'ancor non s'era accorta che vi fosse.

94
L'abito giovenil mosse la figlia
di Stordilano, e Mandricardo a riso,
vedendolo a colei che rassimiglia
a un babuino, a un bertuccione in viso.
Disegna il Saracin torle la briglia
pel suo destriero, e riusc l'aviso.
Toltogli il morso, il palafren minaccia,
gli grida, lo spaventa, e in fuga il caccia.

95
Quel fugge per la selva, e seco porta
la quasi morta vecchia di paura
per valli e monti e per via dritta e torta,
per fossi e per pendici alla ventura.
Ma il parlar di costei s non m'importa,
ch'io non debba d'Orlando aver pi cura,
ch'alla sua sella ci ch'era di guasto,
tutto ben racconci sanza contrasto.

96
Rimont sul destriero, e ste'gran pezzo
a riguardar che 'l Saracin tornasse.
Nol vedendo apparir, volse da sezzo
egli esser quel ch'a ritrovarlo andasse;
ma, come costumato e bene avezzo,
non prima il paladin quindi si trasse,
che con dolce parlar grato e cortese
buona licenza dagli amanti prese.

97
Zerbin di quel partir molto si dolse;
di tenerezza ne piangea Issabella:
voleano ir seco, ma il conte non volse
lor compagnia, ben ch'era e buona e bella;
e con questa ragion se ne disciolse,
ch'a guerrier non  infamia sopra quella
che, quando cerchi un suo nimico, prenda
compagno che l'aiuti e che 'l difenda.

98
Li preg poi, che quando il Saracino,
prima ch'in lui, si riscontrasse in loro,
gli dicesser ch'Orlando avria vicino
ancor tre giorni per quel tenitoro;
ma dopo, che sarebbe il suo camino
verso le 'nsegne dei bei gigli d'oro,
per esser con l'esercito di Carlo,
acci, volendol, sappia onde chiamarlo.

99
Quelli promiser farlo volentieri,
e questa e ogn'altra cosa al suo comando.
Feron camin diverso i cavallieri,
di qua Zerbino, e di l il conte Orlando.
Prima che pigli il conte altri sentieri,
all'arbor tolse, e a s ripose il brando;
e dove meglio col pagan pensosse
di potersi incontrare, il destrier mosse.

100
Lo strano corso che tenne il cavallo
del Saracin pel bosco senza via,
fece ch'Orlando and duo giorni in fallo,
n lo trov, n pot averne spia.
Giunse ad un rivo che parea cristallo,
ne le cui sponde un bel pratel fioria,
di nativo color vago e dipinto,
e di molti e belli arbori distinto.

101
Il merigge facea grato l'orezzo
al duro armento ed al pastore ignudo;
s che n Orlando sentia alcun ribrezzo,
che la corazza avea, l'elmo e lo scudo.
Quivi egli entr per riposarvi in mezzo;
e v'ebbe travaglioso albergo e crudo,
e pi che dir si possa empio soggiorno,
quell'infelice e sfortunato giorno.

102
Volgendosi ivi intorno, vide scritti
molti arbuscelli in su l'ombrosa riva.
Tosto che fermi v'ebbe gli occhi e fitti,
fu certo esser di man de la sua diva.
Questo era un di quei lochi gi descritti,
ove sovente con Medor veniva
da casa del pastore indi vicina
la bella donna del Catai regina.

103
Angelica e Medor con cento nodi
legati insieme, e in cento lochi vede.
Quante lettere son, tanti son chiodi
coi quali Amore il cor gli punge e fiede.
Va col pensier cercando in mille modi
non creder quel ch'al suo dispetto crede:
ch'altra Angelica sia, creder si sforza,
ch'abbia scritto il suo nome in quella scorza.

104
Poi dice: - Conosco io pur queste note:
di tal'io n'ho tante vedute e lette.
Finger questo Medoro ella si puote:
forse ch'a me questo cognome mette. -
Con tali opinion dal ver remote
usando fraude a s medesmo, stette
ne la speranza il malcontento Orlando,
che si seppe a se stesso ir procacciando.

105
Ma sempre pi raccende e pi rinuova,
quanto spenger pi cerca, il rio sospetto:
come l'incauto augel che si ritrova
in ragna o in visco aver dato di petto,
quanto pi batte l'ale e pi si prova
di disbrigar, pi vi si lega stretto.
Orlando viene ove s'incurva il monte
a guisa d'arco in su la chiara fonte.

106
Aveano in su l'entrata il luogo adorno
coi piedi storti edere e viti erranti.
Quivi soleano al pi cocente giorno
stare abbracciati i duo felici amanti.
V'aveano i nomi lor dentro e d'intorno,
pi che in altro dei luoghi circostanti,
scritti, qual con carbone e qual con gesso,
e qual con punte di coltelli impresso.

107
Il mesto conte a pi quivi discese;
e vide in su l'entrata de la grotta
parole assai, che di sua man distese
Medoro avea, che parean scritte allotta.
Del gran piacer che ne la grotta prese,
questa sentenza in versi avea ridotta.
Che fosse culta in suo linguaggio io penso;
ed era ne la nostra tale il senso:

108
- Liete piante, verdi erbe, limpide acque,
spelunca opaca e di fredde ombre grata,
dove la bella Angelica che nacque
di Galafron, da molti invano amata,
spesso ne le mie braccia nuda giacque;
de la commodit che qui m' data,
io povero Medor ricompensarvi
d'altro non posso, che d'ognor lodarvi:

109
e di pregare ogni signore amante,
e cavallieri e damigelle, e ognuna
persona, o paesana o viandante,
che qui sua volont meni o Fortuna;
ch'all'erbe, all'ombre, all'antro, al rio, alle piante
dica: benigno abbiate e sole e luna,
e de le ninfe il coro, che proveggia
che non conduca a voi pastor mai greggia. -

110
Era scritto in arabico, che 'l conte
intendea cos ben come latino:
fra molte lingue e molte ch'avea pronte,
prontissima avea quella il paladino;
e gli schiv pi volte e danni ed onte,
che si trov tra il popul saracino:
ma non si vanti, se gi n'ebbe frutto;
ch'un danno or n'ha, che pu scontargli il tutto.

111
Tre volte e quattro e sei lesse lo scritto
quello infelice, e pur cercando invano
che non vi fosse quel che v'era scritto;
e sempre lo vedea pi chiaro e piano:
ed ogni volta in mezzo il petto afflitto
stringersi il cor sentia con fredda mano.
Rimase al fin con gli occhi e con la mente
fissi nel sasso, al sasso indifferente.

112
Fu allora per uscir del sentimento
s tutto in preda del dolor si lassa.
Credete a chi n'ha fatto esperimento,
che questo  'l duol che tutti gli altri passa.
Caduto gli era sopra il petto il mento,
la fronte priva di baldanza e bassa;
n pot aver (che 'l duol l'occup tanto)
alle querele voce, o umore al pianto.

113
L'impetuosa doglia entro rimase,
che volea tutta uscir con troppa fretta.
Cos veggin restar l'acqua nel vase,
che largo il ventre e la bocca abbia stretta;
che nel voltar che si fa in su la base,
l'umor che vorria uscir, tanto s'affretta,
e ne l'angusta via tanto s'intrica,
ch'a goccia a goccia fuore esce a fatica.

114
Poi ritorna in s alquanto, e pensa come
possa esser che non sia la cosa vera:
che voglia alcun cos infamare il nome
de la sua donna e crede e brama e spera,
o gravar lui d'insopportabil some
tanto di gelosia, che se ne pera;
ed abbia quel, sia chi si voglia stato,
molto la man di lei bene imitato.

115
In cos poca, in cos debol speme
sveglia gli spiriti e gli rifranca un poco;
indi al suo Brigliadoro il dosso preme,
dando gi il sole alla sorella loco.
Non molto va, che da le vie supreme
dei tetti uscir vede il vapor del fuoco,
sente cani abbaiar, muggiare armento:
viene alla villa, e piglia alloggiamento.

116
Languido smonta, e lascia Brigliadoro
a un discreto garzon che n'abbia cura;
altri il disarma, altri gli sproni d'oro
gli leva, altri a forbir va l'armatura.
Era questa la casa ove Medoro
giacque ferito, e v'ebbe alta avventura.
Corcarsi Orlando e non cenar domanda,
di dolor sazio e non d'altra vivanda.

117
Quanto pi cerca ritrovar quiete,
tanto ritrova pi travaglio e pena;
che de l'odiato scritto ogni parete,
ogni uscio, ogni finestra vede piena.
Chieder ne vuol: poi tien le labra chete;
che teme non si far troppo serena,
troppo chiara la cosa che di nebbia
cerca offuscar, perch men nuocer debbia.

118
Poco gli giova usar fraude a se stesso;
che senza domandarne,  chi ne parla.
Il pastor che lo vede cos oppresso
da sua tristizia, e che voria levarla,
l'istoria nota a s, che dicea spesso
di quei duo amanti a chi volea ascoltarla,
ch'a molti dilettevole fu a udire,
gl'incominci senza rispetto a dire:

119
come esso a prieghi d'Angelica bella
portato avea Medoro alla sua villa,
ch'era ferito gravemente; e ch'ella
cur la piaga, e in pochi d guarilla:
ma che nel cor d'una maggior di quella
lei fer Amor; e di poca scintilla
l'accese tanto e s cocente fuoco,
che n'ardea tutta, e non trovava loco:

120
e sanza aver rispetto ch'ella fusse
figlia del maggior re ch'abbia il Levante,
da troppo amor costretta si condusse
a farsi moglie d'un povero fante.
All'ultimo l'istoria si ridusse,
che 'l pastor fe'portar la gemma inante,
ch'alla sua dipartenza, per mercede
del buono albergo, Angelica gli diede.

121
Questa conclusion fu la secure
che 'l capo a un colpo gli lev dal collo,
poi che d'innumerabil battiture
si vide il manigoldo Amor satollo.
Celar si studia Orlando il duolo; e pure
quel gli fa forza, e male asconder pllo:
per lacrime e suspir da bocca e d'occhi
convien, voglia o non voglia, al fin che scocchi.

122
Poi ch'allargare il freno al dolor puote
(che resta solo e senza altrui rispetto),
gi dagli occhi rigando per le gote
sparge un fiume di lacrime sul petto:
sospira e geme, e va con spesse ruote
di qua di l tutto cercando il letto;
e pi duro ch'un sasso, e pi pungente
che se fosse d'urtica, se lo sente.

123
In tanto aspro travaglio gli soccorre
che nel medesmo letto in che giaceva,
l'ingrata donna venutasi a porre
col suo drudo pi volte esser doveva.
Non altrimenti or quella piuma abborre,
n con minor prestezza se ne leva,
che de l'erba il villan che s'era messo
per chiuder gli occhi, e vegga il serpe appresso.

124
Quel letto, quella casa, quel pastore
immantinente in tant'odio gli casca,
che senza aspettar luna, o che l'albore
che va dinanzi al nuovo giorno nasca,
piglia l'arme e il destriero, ed esce fuore
per mezzo il bosco alla pi oscura frasca;
e quando poi gli  aviso d'esser solo,
con gridi ed urli apre le porte al duolo.

125
Di pianger mai, mai di gridar non resta;
n la notte n 'l d si d mai pace.
Fugge cittadi e borghi, e alla foresta
sul terren duro al discoperto giace.
Di s si meraviglia ch'abbia in testa
una fontana d'acqua s vivace,
e come sospirar possa mai tanto;
e spesso dice a s cos nel pianto:

126
- Queste non son pi lacrime, che fuore
stillo dagli occhi con s larga vena.
Non suppliron le lacrime al dolore:
finir, ch'a mezzo era il dolore a pena.
Dal fuoco spinto ora il vitale umore
fugge per quella via ch'agli occhi mena;
ed  quel che si versa, e trarr insieme
e 'l dolore e la vita all'ore estreme.

127
Questi ch'indizio fan del mio tormento,
sospir non sono, n i sospir sono tali.
Quelli han triegua talora; io mai non sento
che 'l petto mio men la sua pena esali.
Amor che m'arde il cor, fa questo vento,
mentre dibatte intorno al fuoco l'ali.
Amor, con che miracolo lo fai,
che 'n fuoco il tenghi, e nol consumi mai?

128
Non son, non sono io quel che paio in viso:
quel ch'era Orlando  morto ed  sotterra;
la sua donna ingratissima l'ha ucciso:
s, mancando di f, gli ha fatto guerra.
Io son lo spirto suo da lui diviso,
ch'in questo inferno tormentandosi erra,
acci con l'ombra sia, che sola avanza,
esempio a chi in Amor pone speranza. -

129
Pel bosco err tutta la notte il conte;
e allo spuntar de la diurna fiamma
lo torn il suo destin sopra la fonte
dove Medoro isculse l'epigramma.
Veder l'ingiuria sua scritta nel monte
l'accese s, ch'in lui non rest dramma
che non fosse odio, rabbia, ira e furore;
n pi indugi, che trasse il brando fuore.

130
Tagli lo scritto e 'l sasso, e sin al cielo
a volo alzar fe'le minute schegge.
Infelice quell'antro, ed ogni stelo
in cui Medoro e Angelica si legge!
Cos restar quel d, ch'ombra n gielo
a pastor mai non daran pi, n a gregge:
e quella fonte, gi si chiara e pura,
da cotanta ira fu poco sicura;

131
che rami e ceppi e tronchi e sassi e zolle
non cess di gittar ne le bell'onde,
fin che da sommo ad imo s turbolle
che non furo mai pi chiare n monde.
E stanco al fin, e al fin di sudor molle,
poi che la lena vinta non risponde
allo sdegno, al grave odio, all'ardente ira,
cade sul prato, e verso il ciel sospira.

132
Afflitto e stanco al fin cade ne l'erba,
e ficca gli occhi al cielo, e non fa motto.
Senza cibo e dormir cos si serba,
che 'l sole esce tre volte e torna sotto.
Di crescer non cess la pena acerba,
che fuor del senno al fin l'ebbe condotto.
Il quarto d, da gran furor commosso,
e maglie e piastre si stracci di dosso.

133
Qui riman l'elmo, e l riman lo scudo,
lontan gli arnesi, e pi lontan l'usbergo:
l'arme sue tutte, in somma vi concludo,
avean pel bosco differente albergo.
E poi si squarci i panni, e mostr ignudo
l'ispido ventre e tutto 'l petto e 'l tergo;
e cominci la gran follia, s orrenda,
che de la pi non sar mai ch'intenda.

134
In tanta rabbia, in tanto furor venne,
che rimase offuscato in ogni senso.
Di tor la spada in man non gli sovenne;
che fatte avria mirabil cose, penso.
Ma n quella, n scure, n bipenne
era bisogno al suo vigore immenso.
Quivi fe'ben de le sue prove eccelse,
ch'un alto pino al primo crollo svelse:

135
e svelse dopo il primo altri parecchi,
come fosser finocchi, ebuli o aneti;
e fe'il simil di querce e d'olmi vecchi,
di faggi e d'orni e d'illici e d'abeti.
Quel ch'un ucellator che s'apparecchi
il campo mondo, fa, per por le reti,
dei giunchi e de le stoppie e de l'urtiche,
facea de cerri e d'altre piante antiche.

136
I pastor che sentito hanno il fracasso,
lasciando il gregge sparso alla foresta,
chi di qua, chi di l, tutti a gran passo
vi vengono a veder che cosa  questa.
Ma son giunto a quel segno il qual s'io passo
vi potria la mia istoria esser molesta;
ed io la vo'pi tosto diferire,
che v'abbia per lunghezza a fastidire.


CANTO VENTIQUATTRESIMO.


1
Chi mette il pi su l'amorosa pania,
cerchi ritrarlo, e non v'inveschi l'ale;
che non  in somma amor, se non insania,
a giudizio de'savi universale:
e se ben come Orlando ognun non smania,
suo furor mostra a qualch'altro segnale.
E quale  di pazzia segno pi espresso
che, per altri voler, perder se stesso?

2
Vari gli effetti son, ma la pazzia
 tutt'una per, che li fa uscire.
Gli  come una gran selva, ove la via
conviene a forza, a chi vi va, fallire:
chi su, chi gi, chi qua, chi l travia.
Per concludere in somma, io vi vo'dire:
a chi in amor s'invecchia, oltr'ogni pena,
si convengono i ceppi e la catena.

3
Ben mi si potria dir: - Frate, tu vai
l'altrui mostrando, e non vedi il tuo fallo. -
Io vi rispondo che comprendo assai,
or che di mente ho lucido intervallo;
ed ho gran cura (e spero farlo ormai)
di riposarmi e d'uscir fuor di ballo:
ma tosto far, come vorrei, nol posso;
che 'l male  penetrato infin all'osso.

4
Signor, ne l'altro canto io vi dicea
che 'l forsennato e furioso Orlando
trattesi l'arme e sparse al campo avea,
squarciati i panni, via gittato il brando,
svelte le piante, e risonar facea
i cavi sassi e l'alte selve; quando
alcun'pastori al suon trasse in quel lato
lor stella, o qualche lor grave peccato.

5
Viste del pazzo l'incredibil prove
poi pi d'appresso e la possanza estrema,
si voltan per fuggir, ma non sanno ove,
s come avviene in subitana tema.
Il pazzo dietro lor ratto si muove:
uno ne piglia, e del capo lo scema
con la facilit che torria alcuno
da l'arbor pome, o vago fior dal pruno.

6
Per una gamba il grave tronco prese,
e quello us per mazza adosso al resto:
in terra un paio addormentato stese,
ch'al novissimo d forse fia desto.
Gli altri sgombraro subito il paese,
ch'ebbono il piede e il buono aviso presto.
Non saria stato il pazzo al seguir lento,
se non ch'era gi volto al loro armento.

7
Gli agricultori, accorti agli altru'esempli,
lascian nei campi aratri e marre e falci:
chi monta su le case e chi sui templi
(poi che non son sicuri olmi n salci),
onde l'orrenda furia si contempli,
ch'a pugni, ad urti, a morsi, a graffi, a calci,
cavalli e buoi rompe, fraccassa e strugge;
e ben  corridor chi da lui fugge.

8
Gi potreste sentir come ribombe
l'alto rumor ne le propinque ville
d'urli e di corni, rusticane trombe.
e pi spesso che d'altro, il suon di squille;
e con spuntoni ed archi e spiedi e frombe
veder dai monti sdrucciolarne mille,
ed altritanti andar da basso ad alto,
per fare al pazzo un villanesco assalto.

9
Qual venir suol nel salso lito l'onda
mossa da l'austro ch'a principio scherza,
che maggior de la prima  la seconda,
e con pi forza poi segue la terza;
ed ogni volta pi l'umore abonda,
e ne l'arena pi stende la sferza:
tal contra Orlando l'empia turba cresce,
che gi da balze scende e di valli esce.

10
Fece morir diece persone e diece,
che senza ordine alcun gli andaro in mano:
e questo chiaro esperimento fece,
ch'era assai pi sicur starne lontano.
Trar sangue da quel corpo a nessun lece,
che lo fere e percuote il ferro invano.
Al conte il re del ciel tal grazia diede,
per porlo a guardia di sua santa fede.

11
Era a periglio di morire Orlando,
se fosse di morir stato capace.
Potea imparar ch'era a gittare il brando,
e poi voler senz'arme essere audace.
La turba gi s'andava ritirando,
vedendo ogni suo colpo uscir fallace.
Orlando, poi che pi nessun l'attende,
verso un borgo di case il camin prende.

12
Dentro non vi trov piccol n grande,
che 'l borgo ognun per tema avea lasciato.
v'erano in copia povere vivande,
convenienti a un pastorale stato.
Senza pane di scerner da le giande,
dal digiuno e da l'impeto cacciato,
le mani e il dente lasci andar di botto
in quel che trov prima, o crudo o cotto.

13
E quindi errando per tutto il paese,
dava la caccia e agli uomini e alle fere;
e scorrendo pei boschi, talor prese
i capri isnelli e le damme leggiere.
Spesso con orsi e con cingiai contese,
e con man nude li pose a giacere:
e di lor carne con tutta la spoglia
pi volte il ventre emp con fiera voglia.

14
Di qua, di l, di su, di gi discorre
per tutta Francia; e un giorno a un ponte arriva,
sotto cui largo e pieno d'acqua corre
un fiume d'alta e di scoscesa riva.
Edificato accanto avea una torre
che d'ogn'intorno e di lontan scopriva.
Quel che fe'quivi, avete altrove a udire;
che di Zerbin mi convien prima dire.

15
Zerbin, da poi ch'Orlando fu partito,
dimor alquanto, e poi prese il sentiero
che 'l paladino inanzi gli avea trito,
e mosse a passo lento il suo destriero.
Non credo che duo miglia anco fosse ito,
che trar vide legato un cavalliero
sopra un picciol ronzino, e d'ogni lato
la guardia aver d'un cavalliero armato.

16
Zerbin questo prigion conobbe tosto
che gli fu appresso, e cos fe'lssabella:
era Odorico il Biscaglin, che posto
fu come lupo a guardia de l'agnella.
L'avea a tutti gli amici suoi preposto
Zerbino in confidargli la donzella,
sperando che la fede che nel resto
sempre avea avuta, avesse ancora in questo.

17
Come era a punto quella cosa stata,
vena Issabella raccontando allotta:
come nel palischermo fu salvata,
prima ch'avesse il mar la nave rotta;
la forza che l'avea Odorico usata;
e come tratta poi fosse alla grotta.
N giunt'era anco al fin di quel sermone,
che trarre il malfattor vider prigione.

18
I duo ch'in mezzo avean preso Odorico,
d'Issabella notizia ebbeno vera;
e s'avisaro esser di lei l'amico,
e 'l signor lor, colui ch'appresso l'era;
ma pi, che ne lo scudo il segno antico
vider dipinto di sua stirpe altiera:
e trovar poi, che guardar meglio al viso,
che s'era al vero apposto il loro aviso.

19
Saltaro a piedi, e con aperte braccia
correndo se n'andar verso Zerbino,
e l'abbracciaro ove il maggior s'abbraccia,
col capo nudo e col ginocchio chino.
Zerbin, guardando l'uno e l'altro in faccia,
vide esser l'un Corebo il Biscaglino,
Almonio l'altro, ch'egli avea mandati
con Odorico in sul navilio armati.

20
Almonio disse: - Poi che piace a Dio
(la sua merc) che sia Issabella teco,
io posso ben comprender, signor mio,
che nulla cosa nuova ora t'arreco,
s'io vo'dir la cagion che questo rio
fa che cosi legato vedi meco;
che da costei, che pi sent l'offesa,
a punto avrai tutta l'istoria intesa.

21
Come dal traditore io fui schernito
quando da s levommi, saper di;
e come poi Corebo fu ferito,
ch'a difender s'avea tolto costei.
Ma quanto al mio ritorno sia seguito,
n veduto n inteso fu da lei,
che te l'abbia potuto riferire:
di questa parte dunque io ti vo'dire.

22
Da la cittade al mar ratto io veniva
con cavalli ch'in fretta avea trovati,
sempre con gli occhi intenti s'io scopriva
costor che molto a dietro eran restati.
Io vengo inanzi, io vengo in su la riva
del mare, al luogo ove io gli avea lasciati;
io guardo, n di loro altro ritrovo,
che ne l'arena alcun vestigio nuovo.

23
La pesta seguitai, che mi condusse
nel bosco fier; n molto adentro fui,
che, dove il suon l'orecchie mi percusse,
giacere in terra ritrovai costui.
Gli domandai che de la donna fusse,
che d'Odorico, e chi aveva offeso lui.
Io me n'andai, poi che la cosa seppi,
il traditor cercando per quei greppi.

24
Molto aggirando vommi, e per quel giorno
altro vestigio ritrovar non posso.
Dove giacea Corebo al fin ritorno,
che fatto appresso avea il terren s rosso,
che poco pi che vi facea soggiorno,
gli saria stato di bisogno il fosso
e i preti e i frati pi per sotterrarlo,
ch'i medici e che 'l letto per sanarlo.

25
Dal bosco alla citt feci portallo,
e posi in casa d'uno ostier mio amico,
che fatto sano in poco termine hallo
per cura ed arte d'un chirurgo antico.
Poi d'arme proveduti e di cavallo
Corebo ed io cercammo d'Odorico,
ch'in corte del re Alfonso di Biscaglia
trovammo; e quivi fui seco a battaglia.

26
La giustizia del re, che il loco franco
de la pugna mi diede, e la ragione,
ed oltre alla ragion la Fortuna anco,
che spesso la vittoria, ove vuol, pone,
mi giovar s, che di me pot manco
il traditore; onde fu mio prigione.
Il re, udito il gran fallo, mi concesse
di poter farne quanto mi piacesse.

27
Non l'ho voluto uccider n lasciarlo,
ma, come vedi, trarloti in catena;
perch vo'ch'a te stia di giudicarlo,
se morire o tener si deve in pena.
L'avere inteso ch'eri appresso a Carlo,
e 'l desir di trovarti qui mi mena.
Ringrazio Dio che mi fa in questa parte,
dove lo sperai meno, ora trovarte.

28
Ringraziolo anco, che la tua Issabella
io veggo (e non so come) che teco hai;
di cui, per opera del fellon, novella
pensai che non avessi ad udir mai. -
Zerbino ascolta Almonio e non favella,
fermando gli occhi in Odorico assai;
non s per odio, come che gl'incresce
ch'a s mal fin tanta amicizia gli esce.

29
Finito ch'ebbe Almonio il suo sermone,
Zerbin riman gran pezzo sbigottito,
che chi d'ogn'altro men n'avea cagione,
s espressamente il possa aver tradito.
Ma poi che d'una lunga ammirazione
fu, sospirando, finalmente uscito,
al prigion domand se fosse vero
quel ch'avea di lui detto il cavalliero.

30
Il disleal con le ginocchia in terra
lasci cadersi, e disse: - Signor mio,
ognun che vive al mondo pecca ed erra:
n differisce in altro il buon dal rio,
se non che l'uno  vinto ad ogni guerra
che gli vien mossa da un piccol disio;
l'altro ricorre all'arme e si difende,
ma se 'l nimico  forte, anco ei si rende.

31
Se tu m'avessi posto alla difesa
d'una tua rocca, e ch'al primiero assalto
alzate avessi, senza far contesa,
degl'inimici le bandiere in alto;
di vilt, o tradimento, che pi pesa,
sugli occhi por mi si potria uno smalto:
ma s'io cedessi a forza, son ben certo
che biasmo non avrei, ma gloria e merto.

32
Sempre che l'inimico  pi possente,
pi chi perde accettabile ha la scusa.
Mia f guardar dovea non altrimente
ch'una fortezza d'ogn'intorno chiusa:
cos, con quanto senno e quanta mente
da la somma Prudenza m'era infusa,
io mi sforzai guardarla; ma al fin vinto
da intolerando assalto, ne fui spinto. -

33
Cos disse Odorico, e poi soggiunse
(che saria lungo a ricontarvi il tutto)
mostrando che gran stimolo lo punse,
e non per lieve sferza s'era indutto.
Se mai per prieghi ira di cor si emunse,
s'umilt di parlar fece mai frutto,
quivi far lo dovea; che ci che muova
di cor durezza, ora Odorico trova.

34
Pigliar di tanta ingiuria alta vendetta,
tra il s Zerbino e il no resta confuso:
il vedere il demerito lo alletta
a far che sia il fellon di vita escluso;
il ricordarsi l'amicizia stretta
ch'era stata tra lor per s lungo uso,
con l'acqua di piet l'accesa rabbia
nel cor gli spegne, e vuol che merc n'abbia.

35
Mentre stava cos Zerbino in forse
di liberare, o di menar captivo,
o pur il disleal dagli occhi torse
per morte, o pur tenerlo in pena vivo;
quivi rignando il palafreno corse,
che Mandricardo avea di briglia privo;
e vi port la vecchia che vicino
a morte dianzi avea tratto Zerbino.

36
Il palafren, ch'udito di lontano
avea quest'altri, era tra lor venuto,
e la vecchia portatavi, ch'invano
vena piangendo e domandando aiuto.
Come Zerbin lei vide, alz la mano
al ciel che s benigno gli era suto,
che datogli in arbitrio avea que'dui
che soli odiati esser dovean da lui.

37
Zerbin fa ritener la mala vecchia,
tanto che pensi quel che debba farne:
tagliarle il naso e l'una e l'altra orecchia
pensa, ed esempio a'malfattori darne;
poi gli par assai meglio, s'apparecchia
un pasto agli avoltoi di quella carne.
Punizion diversa tra s volve;
e cos finalmente si risolve.

38
Si rivolta ai compagni, e dice: - Io sono
di lasciar vivo il disleal contento;
che s'in tutto non merita perdono,
non merita anco s crudel tormento.
Che viva e che slegato sia gli dono,
per ch'esser d'Amor la colpa sento;
e facilmente ogni scusa s'ammette,
quando in Amor la colpa si reflette.

39
Amore ha volto sottosopra spesso
senno pi saldo che non ha costui,
ed ha condotto a via maggiore eccesso
di questo, ch'oltraggiato ha tutti nui.
Ad Odorico debbe esser rimesso:
punito esser debbo io, che cieco fui,
cieco a dargline impresa, e non por mente
che 'l fuoco arde la paglia facilmente. -

40
Poi mirando Odorico: - Io vo'che sia
(gli disse) del tuo error la penitenza,
che la vecchia abbi un anno in compagnia,
n di lasciarla mai ti sia licenza;
ma notte e giorno, ove tu vada o stia,
un'ora mai non te ne trovi senza;
e fin a morte sia da te difesa
contra ciascun che voglia farle offesa.

41
Vo', se da lei ti sar commandato,
che pigli contra ognun contesa e guerra:
vo'in questo tempo, che tu sia ubligato
tutta Francia cercar di terra in terra. -
Cos dicea Zerbin; che pel peccato
meritando Odorico andar sotterra,
questo era porgli inanzi un'alta fossa,
che fia gran sorte che schivar la possa.

42
Tante donne, tanti uomini traditi
avea la vecchia, e tanti offesi e tanti,
che chi sar con lei, non senza liti
potr passar de'cavallieri erranti.
Cos di par saranno ambi puniti:
ella de'suoi commessi errori inanti,
egli di torne la difesa a torto;
n molto potr andar che non sia morto.

43
Di dover servar questo, Zerbin diede
ad Odorico un giuramento forte,
con patto che se mai rompe la fede,
e ch'inanzi gli capiti per sorte,
senza udir prieghi e averne pi mercede,
lo debba far morir di cruda morte.
Ad Almonio e a Corebo poi rivolto,
fece Zerbin che fu Odorico sciolto.

44
Corebo, consentendo Almonio, sciolse
il traditore al fin, ma non in fretta;
ch'all'uno e all'altro esser turbato dolse
da s desiderata sua vendetta.
Quindi partissi il disleale, e tolse
in compagnia la vecchia maledetta.
Non si legge in Turpin che n'avvenisse;
ma vidi gi un autor che pi ne scrisse.

45
Scrive l'autore, il cui nome mi taccio,
che non furo lontani una giornata,
che per torsi Odorico quello impaccio,
contra ogni patto ed ogni fede data,
al collo di Gabrina gitt un laccio,
e che ad un olmo la lasci impiccata;
e ch'indi a un anno (ma non dice il loco)
Almonio a lui fece il medesmo giuoco.

46
Zerbin che dietro era venuto all'orma
del paladin, n perder la vorrebbe,
manda a dar di s nuove alla sua torma,
che star senza gran dubbio non ne debbe:
Almonio manda, e di pi cose informa,
che lungo il tutto a ricontar sarebbe;
Almonio manda, e a lui Corebo appresso;
n tien, fuor ch'Issabella, altri con esso.

47
Tant'era l'amor grande che Zerbino,
e non minor del suo quel che Issabella
portava al virtuoso paladino;
tanto il desir d'intender la novella
ch'egli avesse trovato il Saracino
che del destrier lo trasse con la sella;
che non far all'esercito ritorno,
se non finito che sia il terzo giorno;

48
il termine ch'Orlando aspettar disse
il cavallier ch'ancor non porta spada.
Non  alcun luogo dove il conte gisse,
che Zerbin pel medesimo non vada.
Giunse al fin tra quegli arbori che scrisse
l'ingrata donna, un poco fuor di strada;
e con la fonte e col vicino sasso
tutti li ritruov messi in fracasso.

49
Vede lontan non sa che luminoso,
e trova la corazza esser del conte;
e trova l'elmo poi, non quel famoso
ch'arm gi il capo all'africano Almonte.
Il destrier ne la selva pi nascoso
sente anitrire, e leva al suon la fronte;
e vede Brigliador pascer per l'erba,
che dall'arcion pendente il freno serba.

50
Durindana cerc per la foresta,
e fuor la vide del fodero starse.
Trov, ma in pezzi, ancor la sopravesta
ch'in cento lochi il miser conte sparse.
Issabella e Zerbin con faccia mesta
stanno mirando, e non san che pensarse:
pensar potrian tutte le cose, eccetto
che fosse Orlando fuor dell'intelletto.

51
Se di sangue vedessino una goccia,
creder potrian che fosse stato morto.
Intanto lungo la corrente doccia
vider venire un pastorello smorto.
Costui pur dianzi avea di su la roccia
l'alto furor de l'infelice scorto,
come l'arme gitt, squarciossi i panni,
pastori uccise, e fe'mill'altri danni.

52
Costui, richiesto da Zerbin, gli diede
vera informazion di tutto questo.
Zerbin si maraviglia, e a pena il crede;
e tuttavia n'ha indizio manifesto.
Sia come vuole, egli discende a piede,
pien di pietade, lacrimoso e mesto;
e ricogliendo da diversa parte
le reliquie ne va ch'erano sparte.

53
Del palafren discende anco Issabella,
e va quell'arme riducendo insieme.
Ecco lor sopraviene una donzella
dolente in vista, e di cor spesso geme.
Se mi domanda alcun chi sia, perch'ella
cos s'affligge, e che dolor la preme,
io gli risponder che  Fiordiligi
che de l'amante suo cerca i vestigi.

54
Da Brandimarte senza farle motto
lasciata fu ne la citt di Carlo,
dov'ella l'aspett sei mesi od otto;
e quando al fin non vide ritornarlo,
da un mare all'altro si mise, fin sotto
Pirene e l'Alpe, e per tutto a cercarlo:
l'and cercando in ogni parte, fuore
ch'al palazzo d'Atlante incantatore.

55
Se fosse stata a quell'ostel d'Atlante,
veduto con Gradasso andare errando
l'avrebbe, con Ruggier, con Bradamante,
e con Ferra prima e con Orlando;
ma poi che cacci Astolfo il negromante
col suono del corno orribile e mirando,
Brandimarte torn verso Parigi:
ma non sapea gi questo Fiordiligi.

56
Come io vi dico, sopraggiunta a caso
a quei duo amanti Fiordiligi bella,
conobbe l'arme, e Brigliador rimaso
senza il patrone e col freno alla sella.
Vide con gli occhi il miserabil caso,
e n'ebbe per udita anco novella;
che similmente il pastorel narrolle
aver veduto Orlando correr folle.

57
Quivi Zerbin tutte raguna l'arme,
e ne fa come un bel trofeo su 'n pino;
e volendo vietar che non se n'arme
cavallier paesan n peregrino,
scrive nel verde ceppo in breve carme:
- Armatura d'Orlando paladino; -
come volesse dir: nessun la muova,
che star non possa con Orlando a prova.

58
Finito ch'ebbe la lodevol opra,
tornava a rimontar sul suo destriero;
ed ecco Mandricardo arrivar sopra,
che visto il pin di quelle spoglie altiero,
lo priega che la cosa gli discuopra:
e quel gli narra, come ha inteso, il vero.
Allora il re pagan lieto non bada,
che viene al pino, e ne leva la spada,

59
dicendo: - Alcun non me ne pu riprendere;
non  pur oggi ch'io l'ho fatta mia,
ed il possesso giustamente prendere
ne posso in ogni parte, ovunque sia.
Orlando che temea quella difendere,
s'ha finto pazzo, e l'ha gittata via;
ma quando sua vilt pur cos scusi,
non debbe far ch'io mia ragion non usi. -

60
Zerbino a lui gridava: - Non la torre,
o pensa non l'aver senza questione.
Se togliesti cos l'arme d'Ettorre,
tu l'hai di furto, pi che di ragione. -
Senz'altro dir l'un sopra l'altro corre,
d'animo e di virt gran paragone.
Di cento colpi gi rimbomba il suono,
n bene ancor ne la battaglia sono.

61
Di prestezza Zerbin pare una fiamma
a torsi ovunque Durindana cada:
di qua di l saltar come una damma
fa 'l suo destrier dove  miglior la strada.
E ben convien che non ne perda dramma;
ch'andr, s'un tratto il coglie quella spada,
a ritrovar gl'innamorati spirti
ch'empion la selva degli ombrosi mirti.

62
Come il veloce can che 'l porco assalta
che fuor del gregge errar vegga nei campi,
lo va aggirando, e quinci e quindi salta;
ma quello attende ch'una volta inciampi:
cos, se vien la spada o bassa od alta,
sta mirando Zerbin come ne scampi;
come la vita e l'onor salvi a un tempo,
tien sempre l'occhio, e fiere e fugge a tempo.

63
Da l'altra parte, ovunque il Saracino
la fiera spada vibra o piena o vota,
sembra fra due montagne un vento alpino
ch'una frondosa selva il marzo scuota;
ch'ora la caccia a terra a capo chino,
or gli spezzati rami in aria ruota.
Ben che Zerbin pi colpi e fggia e schivi,
non pu schivare al fin, ch'un non gli arrivi.

64
Non pu schivare al fine un gran fendente
che tra 'l brando e lo scudo entra sul petto.
Grosso l'usbergo, e grossa parimente
era la piastra, e 'l panziron perfetto:
pur non gli steron contra, ed ugualmente
alla spada crudel dieron ricetto.
Quella cal tagliando ci che prese,
la corazza e l'arcion fin su l'arnese.

65
E se non che fu scarso il colpo alquanto,
permezzo lo fendea come una canna;
ma penetra nel vivo a pena tanto,
che poco pi che la pelle gli danna:
la non profunda piaga  lunga quanto
non si misureria con una spanna.
Le lucid'arme il caldo sangue irriga
per sino al pi di rubiconda riga.

66
Cos talora un bel purpureo nastro
ho veduto partir tela d'argento
da quella bianca man pi ch'alabastro,
da cui partire il cor spesso mi sento.
Quivi poco a Zerbin vale esser mastro
di guerra, ed aver forza e pi ardimento;
che di finezza d'arme e di possanza
il re di Tartaria troppo l'avanza.

67
Fu questo colpo del pagan maggiore
in apparenza, che fosse in effetto;
tal ch'Issabella se ne sente il core
fendere in mezzo all'agghiacciato petto.
Zerbin pien d'ardimento e di valore
tutto s'infiamma d'ira e di dispetto;
e quanto pi ferire a due man puote,
in mezzo l'elmo il Tartaro percuote.

68
Quasi sul collo del destrier piegosse
per l'aspra botta il Saracin superbo;
e quando l'elmo senza incanto fosse,
partito il capo gli avria il colpo acerbo.
Con poco differir ben vendicosse,
n disse: A un'altra volta io te la serbo:
e la spada gli alz verso l'elmetto,
sperandosi tagliarlo infin al petto.

69
Zerbin che tenea l'occhio ove la mente,
presto il cavallo alla man destra volse;
non s presto per, che la tagliente
spada fuggisse, che lo scudo colse.
Da sommo ad imo ella il part ugualmente,
e di sotto il braccial roppe e disciolse
e lui fer nel braccio, e poi l'arnese
spezzgli, e ne la coscia anco gli scese.

70
Zerbin di qua di l cerca ogni via,
n mai di quel che vuol, cosa gli avviene;
che l'armatura sopra cui feria,
un piccol segno pur non ne ritiene.
Da l'altra parte il re di Tartaria
sopra Zerbino a tal vantaggio viene,
che l'ha ferito in sette parti o in otto,
tolto lo scudo, e mezzo l'elmo rotto.

71
Quel tuttavia pi va perdendo il sangue;
manca la forza, e ancor par che nol senta:
il vigoroso cor che nulla langue,
val s, che 'l debol corpo ne sostenta.
La donna sua, per timor fatta esangue,
intanto a Doralice s'appresenta,
e la priega e la supplica per Dio,
che partir voglia il fiero assalto e rio.

72
Cortese come bella, Doralice,
n ben sicura come il fatto segua,
fa volentier quel ch'Issabella dice,
e dispone il suo amante a pace e a triegua.
Cos a'prieghi de l'altra l'ira ultrice
di cor fugge a Zerbino e si dilegua:
ed egli, ove a lei par, piglia la strada,
senza finir l'impresa de la spada.

73
Fiordiligi, che mal vede difesa
la buona spada del misero conte,
tacita duolsi, e tanto le ne pesa,
che d'ira piange e battesi la fronte.
Vorria aver Brandimarte a quella impresa;
e se mai lo ritrova e gli lo conte,
non crede poi che Mandricardo vada
lunga stagione altier di quella spada.

74
Fiordiligi cercando pure invano
va Brandimarte suo matina e sera;
e fa camin da lui molto lontano,
da lui che gi tornato a Parigi era.
Tanto ella se n'and per monte e piano,
che giunse ove, al passar d'una riviera,
vide e conobbe il miser paladino;
ma dicin quel ch'avvenne di Zerbino:

75
che 'l lasciar Durindana s gran fallo
gli par, che pi d'ogn'altro mal gl'incresce;
quantunque a pena star possa a cavallo
pel molto sangue che gli  uscito ed esce.
Or poi che dopo non troppo intervallo
cessa con l'ira il caldo, il dolor cresce:
cresce il dolor s impetuosamente,
che mancarsi la vita se ne sente.

76
Per debolezza pi non potea gire;
s che fermossi appresso una fontana.
Non sa che far n che si debba dire
per aiutarlo la donzella umana.
Sol di disagio lo vede morire;
che quindi  troppo ogni citt lontana,
dove in quel punto al medico ricorra,
che per pietade o premio gli soccorra.

77
Ella non sa se non invan dolersi,
chiamar fortuna e il cielo empio e crudele.
- Perch, ahi lassa! (dicea) non mi sommersi
quando levai ne l'Ocen le vele? -
Zerbin che i languidi occhi ha in lei conversi,
sente pi doglia ch'ella si querele,
che de la passion tenace e forte
che l'ha condutto omai vicino a morte.

78
- Cos, cor mio, vogliate (le diceva),
dopo ch'io sar morto, amarmi ancora,
come solo il lasciarvi  che m'aggreva
qui senza guida, e non gi perch'io mora:
che se in sicura parte m'accadeva
finir de la mia vita l'ultima ora,
lieto e contento e fortunato a pieno
morto sarei, poi ch'io vi moro in seno.

79
Ma poi che 'l mio destino iniquo e duro
vol ch'io vi lasci, e non so in man di cui;
per questa bocca e per questi occhi giuro,
per queste chiome onde allacciato fui,
che disperato nel profondo oscuro
vo de lo 'nferno, ove il pensar di vui
ch'abbia cos lasciata, assai pi ria
sar d'ogn'altra pena che vi sia. -

80
A questo la mestissima Issabella,
declinando la faccia lacrimosa
e congiungendo la sua bocca a quella
di Zerbin, languidetta come rosa,
rosa non colta in sua stagion, s ch'ella
impallidisca in su la siepe ombrosa,
disse: - Non vi pensate gi, mia vita,
far senza me quest'ultima partita.

81
Di ci, cor mio, nessun timor vi tocchi;
ch'io vo'seguirvi o in cielo o ne lo 'nferno.
Convien che l'uno e l'altro spirto scocchi,
insieme vada, insieme stia in eterno.
Non s tosto vedr chiudervi gli occhi,
o che m'uccider il dolore interno,
o se quel non pu tanto, io vi prometto
con questa spada oggi passarmi il petto.

82
De'corpi nostri ho ancor non poca speme,
che me'morti che vivi abbian ventura.
Qui forse alcun capiter, ch'insieme,
mosso a piet, dar lor sepoltura. -
Cos dicendo, le reliquie estreme
de lo spirto vital che morte fura,
va ricogliendo con le labra meste,
fin ch'una minima aura ve ne reste.

83
Zerbin la debol voce riforzando,
disse: - Io vi priego e supplico, mia diva,
per quello amor che mi mostraste, quando
per me lasciaste la paterna riva;
e se commandar posso, io vel commando,
che fin che piaccia a Dio, restiate viva;
n mai per caso pogniate in oblio
che quanto amar si pu, v'abbia amato io.

84
Dio vi proveder d'aiuto forse,
per liberarvi d'ogni atto villano,
come fe'quando alla spelonca torse,
per indi trarvi, il senator romano.
Cos (la sua merc) gi vi soccorse
nel mare e contra il Biscaglin profano:
e se pure avverr che poi si deggia
morire, allora il minor mal s'elleggia. -

85
Non credo che quest'ultime parole
potesse esprimer s, che fosse inteso;
e fin come il debol lume suole,
cui cera manchi od altro in che sia acceso.
Chi potr dire a pien come si duole,
poi che si vede pallido e disteso,
la giovanetta, e freddo come ghiaccio
il suo caro Zerbin restare in braccio?

86
Sopra il sanguigno corpo s'abbandona,
e di copiose lacrime lo bagna,
e stride s, ch'intorno ne risuona
a molte miglia il bosco e la campagna.
N alle guance n al petto si perdona,
che l'uno e l'altro non percuota e fragna;
e straccia a torto l'auree crespe chiome,
chiamando sempre invan l'amato nome.

87
In tanta rabbia, in tal furor sommersa
l'avea la doglia sua, che facilmente
avria la spada in se stessa conversa,
poco al suo amante in questo ubidiente;
s'uno eremita ch'alla fresca e tersa
fonte avea usanza di tornar sovente
da la sua quindi non lontana cella,
non s'opponea, venendo, al voler d'ella.

88
Il venerabile uom, ch'alta bontade
avea congiunta a natural prudenza,
ed era tutto pien di caritade,
di buoni esempi ornato e d'eloquenza,
alla giovan dolente persuade
con ragioni efficaci pazienza;
e inanzi le puon, come uno specchio,
donne del Testamento e nuovo e vecchio.

89
Poi le fece veder, come non fusse
alcun, se non in Dio, vero contento,
e ch'eran l'altre transitorie e flusse
speranze umane, e di poco momento;
e tanto seppe dir, che la ridusse
da quel crudele ed ostinato intento,
che la vita sequente ebbe disio
tutta al servigio dedicar di Dio.

90
Non che lasciar del suo signor voglia unque
n 'l grand'amor, n le reliquie morte:
convien che l'abbia ovunque stia ed ovunque
vada, e che seco e notte e d le porte.
Quindi aiutando l'eremita dunque,
ch'era de la sua et valido e forte,
sul mesto suo destrier Zerbin posaro,
e molti d per quelle selve andaro.

91
Non volse il cauto vecchio ridur seco,
sola con solo, la giovane bella
l dove ascosa in un selvaggio speco
non lungi avea la solitaria cella;
fra s dicendo: - Con periglio arreco
in una man la paglia e la facella. -
N si fida in sua et n in sua prudenza,
che di s faccia tanta esperienza.

92
Di condurla in Provenza ebbe pensiero
non lontano a Marsilia in un castello,
dove di sante donne un monastero
ricchissimo era, e di edificio bello:
e per portarne il morto cavalliero,
composto in una cassa aveano quello,
che 'n un castel ch'era tra via, si fece
lunga e capace, e ben chiusa di pece.

93
Pi e pi giorni gran spazio di terra
cercaro, e sempre per lochi pi inculti;
che pieno essendo ogni cosa di guerra,
voleano gir pi che poteano occulti.
Al fine un cavallier la via lor serra,
che lor fe'oltraggi e disonesti insulti;
di cui dir quando il suo loco fia;
ma ritorno ora al re di Tartaria.

94
Avuto ch'ebbe la battaglia il fine
che gi v'ho detto, il giovin si raccolse
alle fresche ombre e all'onde cristalline;
ed al destrier la sella e 'l freno tolse,
e lo lasci per l'erbe tenerine
del prato andar pascendo ove egli volse:
ma non ste'molto, che vide lontano
calar dal monte un cavalliero al piano.

95
Conobbel, come prima alz la fronte,
Doralice, e mostrollo a Mandricardo,
dicendo: - Ecco il superbo Rodomonte,
se non m'inganna di lontan lo sguardo.
Per far teco battaglia cala il monte:
or ti potr giovar l'esser gagliardo.
Perduta avermi a grande ingiuria tiene,
ch'era sua sposa, e a vendicar si viene. -

96
Qual buono astor che l'anitra o l'acceggia,
starna o colombo o simil altro augello
venirsi incontra di lontano veggia,
leva la testa e si fa lieto e bello;
tal Mandricardo, come certo deggia
di Rodomonte far strage e macello,
con letizia e baldanza il destrier piglia,
le staffe ai piedi, e d alla man la briglia.

97
Quando vicini fur s, ch'udir chiare
tra lor poteansi le parole altiere,
con le mani e col capo a minacciare
incominci gridando il re d'Algiere,
ch'a penitenza gli faria tornare
che per un temerario suo piacere
non avesse rispetto a provocarsi
lui ch'altamente era per vendicarsi.

98
Rispose Mandricardo: - Indarno tenta
chi mi vuol impaurir per minacciarme:
cos fanciulli o femine spaventa,
o altri che non sappia che sieno arme;
me non, cui la battaglia pi talenta
d'ogni riposo; e son per adoprarme
a pi, a cavallo, armato e disarmato,
sia alla campagna, o sia ne lo steccato. -

99
Ecco sono agli oltraggi, al grido, all'ire,
al trar de'brandi, al crudel suon de'ferri;
come vento che prima a pena spire,
poi cominci a crollar frassini e cerri,
ed indi oscura polve in cielo aggire,
indi gli arbori svella e case atterri,
sommerga in mare, e porti ria tempesta
che 'l gregge sparso uccida alla foresta.

100
De'duo pagani, senza pari in terra,
gli audacissimi cor, le forze estreme
parturiscono colpi, ed una guerra
conveniente a s feroce seme.
Del grande e orribil suon triema la terra,
quando le spade son percosse insieme:
gettano l'arme insin al ciel scintille,
anzi lampadi accese a mille a mille.

101
Senza mai riposarsi o pigliar fiato
dura fra quei duo re l'aspra battaglia,
tentando ora da questo, or da quel lato
aprir le piastre e penetrar la maglia.
N perde l'un, n l'altro acquista il prato,
ma come intorno sian fosse o muraglia,
o troppo costi ogn'oncia di quel loco,
non si parton d'un cerchio angusto e poco.

102
Fra mille colpi il Tartaro una volta
colse a duo mani in fronte il re d'Algiere;
che gli fece veder girare in volta
quante mai furon fiacole e lumiere.
Come ogni forza all'African sia tolta,
le groppe del destrier col capo fere:
perde la staffa, ed , presente quella
che cotant'ama, per uscir di sella.

103
Ma come ben composto e valido arco
di fino acciaio in buona somma greve,
quanto si china pi, quanto  pi carco,
e pi lo sforzan martinelli e lieve;
con tanto pi furor, quanto  poi scarco,
ritorna, e fa pi mal che non riceve:
cos quello African tosto risorge,
e doppio il colpo all'inimico porge.

104
Rodomonte a quel segno ove fu colto,
colse a punto il figliol del re Agricane.
Per questo non pot nuocergli al volto,
ch'in difesa trov l'arme troiane;
ma stord in modo il Tartaro, che molto
non sapea s'era vespero o dimane.
L'irato Rodomonte non s'arresta,
che mena l'altro, e pur segna alla testa.

105
Il cavallo del Tartaro, ch'aborre
la spada che fischiando cala d'alto,
al suo signor con suo gran mal soccorre,
perch s'arretra, per fuggir, d'un salto:
il brando in mezzo il capo gli trascorre,
ch'al signor, non a lui, movea l'assalto.
Il miser non avea l'elmo di Troia,
come il patrone; onde convien che muoia.

106
Quel cade, e Mandricardo in piedi guizza,
non pi stordito, e Durindana aggira.
Veder morto il cavallo entro gli adizza,
e fuor divampa un grave incendio d'ira.
L'African, per urtarlo, il destrier drizza;
ma non pi Mandricardo si ritira,
che scoglio far soglia da l'onde: e avvenne
che 'l destrier cadde, ed egli in pi si tenne.

107
L'African che mancarsi il destrier sente,
lascia le staffe e sugli arcion si ponta,
e resta in piedi e sciolto agevolmente:
cos l'un l'altro poi di pari affronta.
La pugna pi che mai ribolle ardente,
e l'odio e l'ira e la superbia monta:
ed era per seguir; ma quivi giunse
in fretta un messagger che gli disgiunse.

108
Vi giunse un messagger del popul Moro,
di molti che per Francia eran mandati
a richiamare agli stendardi loro
i capitani e i cavallier privati;
perch l'imperator dai gigli d'oro
gli avea gli alloggiamenti gi assediati;
e se non  il soccorso a venir presto,
l'eccidio suo conosce manifesto.

109
Riconobbe il messaggio i cavallieri,
oltre all'insegne, oltre alle sopraveste,
al girar de le spade, e ai colpi fieri
ch'altre man non farebbeno che queste.
Tra lor per non osa entrar, che speri
che fra tant'ira sicurt gli preste
l'esser messo del re; n si conforta
per dir ch'imbasciator pena non porta.

110
Ma viene a Doralice, ed a lei narra
ch'Agramante, Marsilio e Stordilano,
con pochi dentro a mal sicura sbarra
sono assediati dal popul cristiano.
Narrato il caso, con prieghi ne inarra
che faccia il tutto ai duo guerrieri piano,
e che gli accordi insieme, e per lo scampo
del popul saracin li meni in campo.

111
Tra i cavallier la donna di gran core
si mette, e dice loro: - Io vi comando,
per quanto so che mi portate amore,
che riserbiate a miglior uso il brando,
e ne vegnate subito in favore
del nostro campo saracino, quando
si trova ora assediato ne le tende,
e presto aiuto, o gran ruina attende. -

112
lndi il messo soggiunse il gran periglio
dei Saracini, e narr il fatto a pieno;
e diede insieme lettere del figlio
del re Troiano al figlio d'Ulieno.
Si piglia finalmente per consiglio
che i duo guerrier, deposto ogni veneno,
facciano insieme triegua fin al giorno
che sia tolto l'assedio ai Mori intorno;

113
e senza pi dimora, come pria
liberato d'assedio abbian lor gente,
non s'intendano aver pi compagnia,
ma crudel guerra e inimicizia ardente,
fin che con l'arme diffinito sia
chi la donna aver de'meritamente.
Quella, ne le cui man giurato fue,
fece la sicurt per amendue.

114
Quivi era la Discordia impaziente,
inimica di pace e d'ogni triegua;
e la Superbia v', che non consente
n vuol patir che tale accordo segua.
Ma pi di lor pu Amor quivi presente,
di cui l'alto valor nessuno adegua;
e fe'ch'indietro, a colpi di saette,
e la Discordia e la Superbia stette.

115
Fu conclusa la triegua fra costoro
s come piacque a chi di lor potea.
Vi mancava uno dei cavalli loro,
che morto quel del Tartaro giacea:
per vi venne a tempo Brigliadoro,
che le fresche erbe lungo il rio pascea.
Ma al fin del canto io mi trovo esser giunto;
s ch'io far, con vostra grazia, punto.


CANTO VENTICINQUESIMO.

1
Oh gran contrasto in giovenil pensiero,
desir di laude ed impeto d'amore!
n chi pi vaglia, ancor si trova il vero;
che resta or questo or quel superiore.
Ne l'uno ebbe e ne l'altro cavalliero
quivi gran forza il debito e l'onore;
che l'amorosa lite s'intermesse,
fin che soccorso il campo lor s'avesse.

2
Ma pi ve l'ebbe Amor: che se non era
che cos command la donna loro,
non si sciogliea quella battaglia fiera,
che l'un n'avrebbe il triunfale alloro;
ed Agramante invan con la sua schiera
l'aiuto avria aspettato di costoro.
Dunque Amor sempre rio non si ritrova:
se spesso nuoce, anco talvolta giova.

3
Or l'uno e l'altro cavallier pagano,
che tutti ha differiti i suoi litigi,
va, per salvar l'esercito africano,
con la donna gentil verso Parigi;
e va con essi ancora il piccol nano
che seguit del Tartaro i vestigi,
fin che con lui condotto a fronte a fronte
avea quivi il geloso Rodomonte.

4
Capitaro in un prato ove a diletto
erano cavallier sopra un ruscello,
duo disarmati e duo ch'avean l'elmetto,
e una donna con lor di viso bello.
Chi fosser quelli, altrove vi fia detto;
or no, che di Ruggier prima favello,
del buon Ruggier di cui vi fu narrato
che lo scudo nel pozzo avea gittato.

5
Non  dal pozzo ancor lontano un miglio,
che venire un corrier vede in gran fretta,
di quei che manda di Troiano il figlio
ai cavallieri onde soccorso aspetta;
dal qual ode che Carlo in tal periglio
la gente saracina tien ristretta,
che, se non  chi tosto le dia aita,
tosto l'onor vi lascer o la vita.

6
Fu da molti pensier ridutto in forse
Ruggier, che tutti l'assaliro a un tratto;
ma qual per lo miglior dovesse torse,
n luogo avea n tempo a pensar atto.
Lasci andare il messaggio, e 'l freno torse
l dove fu da quella donna tratto,
ch'ad or ad or in modo egli affrettava,
che nessun tempo d'indugiar le dava.

7
Quindi seguendo il camin preso, venne
(gi declinando il sole) ad una terra
che 'l re Marsilio in mezzo Francia tenne,
tolta di man di Carlo in quella guerra.
N al ponte n alla porta si ritenne,
che non gli niega alcuno il passo o serra,
ben ch'intorno al rastrello e in su le fosse
gran quantit d'uomini e d'arme fosse.

8
Perch'era conosciuta da la gente
quella donzella ch'avea in compagnia,
fu lasciato passar liberamente,
n domandato pure onde vena.
Giunse alla piazza, e di fuoco lucente,
e piena la trov di gente ria;
e vide in mezzo star con viso smorto
il giovine dannato ad esser morto.

9
Ruggier come gli alz gli occhi nel viso,
che chino a terra e lacrimoso stava,
di veder Bradamante gli fu aviso,
tanto il giovine a lei rassimigliava.
Pi dessa gli parea, quanto pi fiso
al volto e alla persona il riguardava;
e fra s disse: - O questa  Bradamante,
o ch'io non son Ruggier com'era inante.

10
Per troppo ardir si sar forse messa
del garzon condennato alla difesa;
e poi che mal la cosa l' successa,
ne sar stata, come io veggo, presa.
Deh perch tanta fretta, che con essa
io non potei trovarmi a questa impresa?
Ma Dio ringrazio che ci son venuto,
ch'a tempo ancora io potr darle aiuto. -

11
E sanza pi indugiar la spada stringe
(ch'avea all'altro castel rotta la lancia),
e adosso il vulgo inerme il destrier spinge
per lo petto, pei fianchi e per la pancia.
Mena la spada a cerco, ed a chi cinge
la fronte, a chi la gola, a chi la guancia.
Fugge il popul gridando; e la gran frotta
resta o sciancata o con la testa rotta.

12
Come stormo d'augei ch'in ripa a un stagno
vola sicuro e a sua pastura attende,
s'improviso dal ciel falcon grifagno
gli d nel mezzo ed un ne batte o prende,
si sparge in fuga, ognun lascia il compagno,
e de lo scampo suo cura si prende;
cos veduto avreste far costoro,
tosto che 'l buon Ruggier diede fra loro.

13
A quattro o sei dai colli i capi netti
lev Ruggier, ch'indi a fuggir fur lenti;
ne divise altretanti infin ai petti,
fin agli occhi infiniti e fin ai denti.
Conceder che non trovasse elmetti,
ma ben di ferro assai cuffie lucenti:
e s'elmi fini anco vi fosser stati,
cos gli avrebbe, o poco men, tagliati.

14
La forza di Ruggier non era quale
or si ritrovi in cavallier moderno,
n in orso n in leon n in animale
altro pi fiero, o nostrale od esterno.
Forse il tremuoto le sarebbe uguale,
forse il Gran Diavol: non quel de lo 'nferno,
ma quel del mio signor, che va col fuoco
ch'a cielo e a terra e a mar si fa dar loco.

15
D'ogni suo colpo mai non cadea manco
d'un uomo in terra, e le pi volte un paio;
e quattro a un colpo e cinque n'uccise anco,
s che si venne tosto al centinaio.
Tagliava il brando che trasse dal fianco,
come un tenero latte, il duro acciaio.
Falerina, per dar morte ad Orlando,
fe'nel giardin d'Orgagna il crudel brando.

16
Averlo fatto poi ben le rincrebbe,
che 'l suo giardin disfar vide con esso.
Che strazio dunque, che ruina debbe
far or ch'in man di tal guerriero  messo?
Se mai Ruggier furor, se mai forza ebbe,
se mai fu l'alto suo valore espresso,
qui l'ebbe, il pose qui, qui fu veduto,
sperando dare alla sua donna aiuto.

17
Qual fa la lepre contra i cani sciolti,
facea la turba contra lui riparo.
Quei che restaro uccisi, furo molti;
furo infiniti quei ch'in fuga andaro.
Avea la donna intanto i lacci tolti,
ch'ambe le mani al giovine legaro;
e come pot meglio, presto armollo,
gli di una spada in mano e un scudo al collo.

18
Egli che molto  offeso, pi che puote
si cerca vendicar di quella gente:
e quivi son s le sue forze note,
che riputar si fa prode e valente.
Gi avea attuffato le dorate ruote
il Sol ne la marina d'occidente,
quando Ruggier vittorioso e quello
giovine seco uscir fuor del castello.

19
Quando il garzon sicuro de la vita
con Ruggier si trov fuor de le porte,
gli rend molta grazia ed infinita
con gentil modi e con parole accorte,
che non lo conoscendo, a dargli aita
si fosse messo a rischio de la morte;
e preg che 'l suo nome gli dicesse,
per sapere a chi tanto obligo avesse.

20
- Veggo (dicea Ruggier) la faccia bella
e le belle fattezze e 'l bel sembiante,
ma la suavit de la favella
non odo gi de la mia Bradamante;
n la relazion di grazie  quella
ch'ella usar debba al suo fedele amante.
Ma se pur questa  Bradamante, or come
ha s tosto in oblio messo il mio nome? -

21
Per ben saperne il certo, accortamente
Ruggier le disse: - Io v'ho veduto altrove;
ed ho pensato e penso, e finalmente
non so n posso ricordarmi dove.
Ditemel voi, se vi ritorna a mente,
e fate che 'l nome anco udir mi giove,
acci che saper possa a cui mia aita
dal fuoco abbia salvata oggi la vita. -

22
- Che voi m'abbiate visto esser potria
(rispose quel), che non so dove o quando:
ben vo pel mondo anch'io la parte mia,
strane aventure or qua or l cercando.
Forse una mia sorella stata fia,
che veste l'arme e porta al lato il brando;
che nacque meco, e tanto mi somiglia,
che non ne pu discerner la famiglia.

23
N primo n secondo n ben quarto
ste di quei ch'errore in ci preso hanno:
n 'l padre n i fratelli n chi a un parto
ci produsse ambi, scernere ci sanno.
Gli  ver che questo crin raccorcio e sparto
ch'io porto, come gli altri uomini fanno,
ed il suo lungo e in treccia al capo avvolta,
ci solea far gi differenza molta:

24
ma poi ch'un giorno ella ferita fu
nel capo (lungo saria a dirvi come),
e per sanarla un servo di Ies
a mezza orecchia le tagli le chiome,
alcun segno tra noi non rest pi
di differenza, fuor che 'l sesso e 'l nome.
Ricciardetto son io, Bradamante ella;
io fratel di Rinaldo, essa sorella.

25
E se non v'increscesse l'ascoltarmi,
cosa direi che vi faria stupire,
la qual m'occorse per assimigliarmi
a lei: gioia al principio e al fin martre. -
Ruggiero il qual pi graziosi carmi,
pi dolce istoria non potrebbe udire,
che dove alcun ricordo intervenisse
de la sua donna, il preg s, che disse.

26
- Accadde a questi d, che pei vicini
boschi passando la sorella mia,
ferita da uno stuol de Saracini
che senza l'elmo la trovar per via,
fu di scorciarsi astretta i lunghi crini,
se sanar volse d'una piaga ria
ch'avea con gran periglio ne la testa;
e cos scorcia err per la foresta.

27
Errando giunse ad una ombrosa fonte;
e perch afflitta e stanca ritrovosse,
dal destrier scese e disarm la fronte,
e su le tenere erbe addormentosse.
Io non credo che fabula si conte,
che pi di questa istoria bella fosse.
Fiordispina di Spagna soprarriva,
che per cacciar nel bosco ne veniva.

28
E quando ritrov la mia sirocchia
tutta coperta d'arme, eccetto il viso,
ch'avea la spada in luogo di conocchia,
le fu vedere un cavalliero aviso.
La faccia e le viril fattezze adocchia
tanto, che se ne sente il cor conquiso;
la invita a caccia, e tra l'ombrose fronde
lunge dagli altri al fin seco s'asconde.

29
Poi che l'ha seco in solitario loco
dove non teme d'esser sopraggiunta,
con atti e con parole a poco a poco
le scopre il fisso cuor di grave punta.
Con gli occhi ardenti e coi sospir di fuoco
le mostra l'alma di disio consunta.
Or si scolora in viso, or si raccende;
tanto s'arrischia, ch'un bacio ne prende.

30
La mia sorella avea ben conosciuto
che questa donna in cambio l'avea tolta:
n dar poteale a quel bisogno aiuto,
e si trovava in grande impaccio avvolta.
- Gli  meglio (dicea seco) s'io rifiuto
questa avuta di me credenza stolta
e s'io mi mostro femina gentile,
che lasciar riputarmi un uomo vile. -

31
E dicea il ver; ch'era viltade espressa,
conveniente a un uom fatto di stucco,
con cui s bella donna fosse messa,
piena di dolce e di nettareo succo,
e tuttavia stesse a parlar con essa,
tenendo basse l'ale come il cucco.
Con modo accorto ella il parlar ridusse,
che venne a dir come donzella fusse;

32
che gloria, qual gi Ippolita e Camilla,
cerca ne l'arme; e in Africa era nata
in lito al mar ne la citt d'Arzilla,
a scudo e a lancia da fanciulla usata.
Per questo non si smorza una scintilla
del fuoco de la donna inamorata.
Questo rimedio all'alta piaga  tardo:
tant'avea Amor cacciato inanzi il dardo.

33
Per questo non le par men bello il viso,
men bel lo sguardo e men belli i costumi;
per ci non torna il cor, che gi diviso
da lei, godea dentro gli amati lumi.
Vedendola in quell'abito, l' aviso
che pu far che 'l desir non la consumi;
e quando, ch'ella  pur femina, pensa,
sospira e piange e mostra doglia immensa.

34
Chi avesse il suo ramarico e 'l suo pianto
quel giorno udito, avria pianto con lei.
- Quai tormenti (dicea) furon mai tanto
crudel, che pi non sian crudeli i miei?
D'ogn'altro amore, o scelerato o santo,
il desiato fin sperar potrei;
saprei partir la rosa da le spine:
solo il mio desiderio  senza fine!

35
Se pur volevi, Amor, darmi tormento
che t'increscesse il mio felice stato,
d'alcun martr dovevi star contento,
che fosse ancor negli altri amanti usato.
N tra gli uomini mai n tra l'armento,
che femina ami femina ho trovato:
non par la donna all'altre donne bella,
n a cervie cervia, n all'agnelle agnella.

36
In terra, in aria, in mar, sola son io
che patisco da te s duro scempio;
e questo hai fatto acci che l'error mio
sia ne l'imperio tuo l'ultimo esempio.
La moglie del re Nino ebbe disio,
il figlio amando, scelerato ed empio,
e Mirra il padre, e la Cretense il toro:
ma gli  pi folle il mio, ch'alcun dei loro.

37
La femina nel maschio fe'disegno,
speronne il fine, ed ebbelo, come odo:
Pasife ne la vacca entr del legno,
altre per altri mezzi e vario modo.
Ma se volasse a me con ogni ingegno
Dedalo, non potria scioglier quel nodo
che fece il mastro troppo diligente,
Natura d'ogni cosa pi possente. -

38
Cos si duole e si consuma ed ange
la bella donna, e non s'accheta in fretta.
Talor si batte il viso e il capel frange,
e di s contra s cerca vendetta.
La mia sorella per piet ne piange,
ed  a sentir di quel dolor costretta.
Del folle e van disio si studia trarla,
ma non fa alcun profitto, e invano parla.

39
Ella ch'aiuto cerca e non conforto,
sempre pi si lamenta e pi si duole.
Era del giorno il termine ormai corto,
che rosseggiava in occidente il sole,
ora oportuna da ritrarsi in porto
a chi la notte al bosco star non vuole;
quando la donna invit Bradamante
a questa terra sua poco distante.

40
Non le seppe negar la mia sorella:
e cos insieme ne vennero al loco,
dove la turba scelerata e fella
posto m'avria, se tu non v'eri, al fuoco.
Fece l dentro Fiordispina bella
la mia sirocchia accarezzar non poco:
e rivestita di feminil gonna,
conoscer fe'a ciascun ch'ella era donna.

41
Per che conoscendo che nessuno
util traea da quel virile aspetto,
non le parve anco di voler ch'alcuno
biasmo di s per questo fosse detto:
fllo anco, acci che 'l mal ch'avea da l'uno
virile abito, errando, gi concetto,
ora con l'altro, discoprendo il vero,
provassi di cacciar fuor del pensiero.

42
Commune il letto ebbon la notte insieme,
ma molto differente ebbon riposo;
che l'una dorme, e l'altra piange e geme
che sempre il suo desir sia pi focoso.
E se 'l sonno talor gli occhi le preme,
quel breve sonno  tutto imaginoso:
le par veder che 'l ciel l'abbia concesso
Bradamante cangiata in miglior sesso.

43
Come l'infermo acceso di gran sete,
s'in quella ingorda voglia s'addormenta,
nell'interrotta e turbida quiete,
d'ogn'acqua che mai vide si ramenta;
cos a costei di far sue voglie liete
l'imagine del sonno rappresenta.
Si desta; e nel destar mette la mano,
e ritrova pur sempre il sogno vano.

44
Quanti prieghi la notte, quanti voti,
offerse al suo Macone e a tutti i dei,
che con miracoli apparenti e noti
mutassero in miglior sesso costei!
ma tutti vede andar d'effetto voti,
e forse ancora il ciel ridea di lei.
Passa la notte; e Febo il capo biondo
traea del mare, e dava luce al mondo.

45
Poi che 'l d venne e che lasciaro il letto,
a Fiordispina s'augumenta doglia;
che Bradamante ha del partir gi detto,
ch'uscir di questo impaccio avea gran voglia.
La gentil donna un ottimo ginetto
in don da lei vuol che partendo toglia,
guernito d'oro, ed una sopravesta
che riccamente ha di sua man contesta.

46
Accompagnolla un pezzo Fiordispina,
poi fe'piangendo al suo castel ritorno.
La mia sorella s ratto camina,
che venne a Montalbano anco quel giorno.
Noi suoi fratelli e la madre meschina
tutti le siamo festeggiando intorno;
che di lei non sentendo, avuto forte
dubbio e tema avevn de la sua morte.

47
Mirammo (al trar de l'elmo) al mozzo crine,
ch'intorno al capo prima s'avolgea;
cos le sopraveste peregrine
ne fer meravigliar, ch'indosso avea.
Ed ella il tutto dal principio al fine
narronne, come dianzi io vi dicea:
come ferita fosse al bosco, e come
lasciasse, per guarir, le belle chiome;

48
e come poi dormendo in ripa all'acque,
la bella cacciatrice sopragiunse,
a cui la falsa sua sembianza piacque;
e come da la schiera la disgiunse.
Del lamento di lei poi nulla tacque,
che di pietade l'anima ci punse;
e come alloggi seco, e tutto quello
che fece fin che ritorn al castello.

49
Di Fiordispina gran notizia ebb'io,
ch'in Siragozza e gi la vidi in Francia,
e piacquer molto all'appetito mio
i suoi begli occhi e la polita guancia:
ma non lasciai fermarvisi il disio,
che l'amar senza speme  sogno e ciancia.
Or, quando in tal ampiezza mi si porge,
l'antiqua fiamma subito risorge.

50
Di queste speme Amor ordisce i nodi,
che d'altre fila ordir non li potea,
onde mi piglia: e mostra insieme i modi
che da la donna avrei quel ch'io chiedea.
A succeder saran facil le frodi;
che come spesso altri ingannato avea
la simiglianza c'ho di mia sorella,
forse anco inganner questa donzella.

51
Faccio o nol faccio? Al fin mi par che buono
sempre cercar quel che diletti sia.
Del mio pensier con altri non ragiono,
n vo'ch'in ci consiglio altri mi dia.
Io vo la notte ove quell'arme sono
che s'avea tratte la sorella mia:
tolgole, e col destrier suo via camino,
n sto aspettar che luca il matutino.

52
Io me ne vo la notte (Amore  duce)
a ritrovar la bella Fiordispina;
e v'arrivai che non era la luce
del sole ascosa ancor ne la marina.
Beato  chi correndo si conduce
prima degli altri a dirlo alla regina,
da lei sperando per l'annunzio buono
acquistar grazia e riportarne dono.

53
Tutti m'aveano tolto cos in fallo,
com'hai tu fatto ancor, per Bradamante;
tanto pi che le vesti ebbi e 'l cavallo
con che partita era ella il giorno inante.
Vien Fiordispina di poco intervallo
con feste incontra e con carezze tante,
e con s allegro viso e s giocondo,
che pi gioia mostrar non potria al mondo.

54
Le belle braccia al collo indi mi getta,
e dolcemente stringe, e bacia in bocca.
Tu puoi pensar s'allora la saetta
dirizzi Amor, s'in mezzo il cor mi tocca.
Per man mi piglia, e in camera con fretta
mi mena; e non ad altri, ch'a lei, tocca
che da l'elmo allo spron l'arme mi slacci
e nessun altro vuol che se n'impacci.

55
Poi fattasi arrecare una sua veste
adorna e ricca, di sua man la spiega,
e come io fossi femina, mi veste,
e in reticella d'oro il crin mi lega.
Io muovo gli occhi con maniere oneste,
n ch'io sia donna alcun mio gesto niega.
La voce ch'accusar mi potea forse,
s ben usai, ch'alcun non se n'accorse.

56
Uscimmo poi l dove erano molte
persone in sala, e cavallieri e donne,
dai quali fummo con l'onor raccolte,
ch'alle regine fassi e gran madonne.
Quivi d'alcuni mi risi io pi volte,
che non sappiendo ci che sotto gonne
si nascondesse valido e gagliardo,
mi vagheggiavan con lascivo sguardo.

57
Poi che si fece la notte pi grande,
e gi un pezzo la mensa era levata,
la mensa, che fu d'ottime vivande,
secondo la stagione, apparecchiata;
non aspetta la donna ch'io domande
quel che m'era cagion del venir stata:
ella m'invita per sua cortesia,
che quella notte a giacer seco io stia.

58
Poi che donne e donzelle ormai levate
si furo, e paggi e camerieri intorno,
essendo ambe nel letto dispogliate,
coi torchi accesi che parea di giorno,
io cominciai: - Non vi maravigliate,
madonna, se s tosto a voi ritorno;
che forse v'andavate imaginando
di non mi riveder fin Dio sa quando.

59
Dir prima la causa del partire,
poi del ritorno l'udirete ancora.
Se 'l vostro ardor, madonna, intiepidire
potuto avessi col mio far dimora,
vivere in vostro servizio e morire
voluto avrei, n starne senza un'ora;
ma visto quanto il mio star vi nocessi,
per non poter far meglio, andare elessi.

60
Fortuna mi tir fuor del camino
in mezzo un bosco d'intricati rami,
dove odo un grido risonar vicino,
come di donna che soccorso chiami.
V'accorro, e sopra un lago cristallino
ritrovo un fauno ch'avea preso agli ami
in mezzo l'acqua una donzella nuda,
e mangiarsi, il crudel, la volea cruda.

61
Col mi trassi, e con la spada in mano
(perch'aiutar non la potea altrimente)
tolsi di vita il pescator villano:
ella salt ne l'acqua immantinente.
- Non m'avrai (disse) dato aiuto invano:
ben ne sarai premiato e riccamente
quanto chieder saprai, perch son ninfa
che vivo dentro a questa chiara linfa;

62
ed ho possanza far cose stupende,
e sforzar gli elementi e la natura.
Ghiedi tu, quanto il mio valor s'estende,
poi lascia a me di satisfarti cura.
Dal ciel la luna al mio cantar discende,
s'agghiaccia il fuoco, e l'aria si fa dura;
ed ho talor con semplici parole
mossa la terra, ed ho fermato il sole. -

63
Non le domando a questa offerta unire
tesor, n dominar populi e terre,
n in pi virt n in pi vigor salire,
n vincer con onor tutte le guerre;
ma sol che qualche via donde il desire
vostro s'adempia, mi schiuda e disserre:
n pi le domando un ch'un altro effetto,
ma tutta al suo giudicio mi rimetto.

64
Ebbile a pena mia domanda esposta,
ch'un'altra volta la vidi attuffata;
n fece al mio parlare altra risposta,
che di spruzzar vr me l'acqua incantata:
la qual non prima al viso mi s'accosta,
ch'io (non so come) son tutta mutata.
Io 'l veggo, io 'l sento, e a pena vero parmi:
sento in maschio, di femina, mutarmi.

65
E se non fosse che senza dimora
vi potete chiarir, nol credereste:
e qual nell'altro sesso, in questo ancora
ho le mie voglie ad ubbidirvi preste.
Commandate lor pur, che fieno or ora
e sempremai per voi vigile e deste. -
Cos le dissi; e feci ch'ella istessa
trov con man la veritade espressa.

66
Come interviene a chi gi fuor di speme
di cosa sia che nel pensier molt'abbia,
che mentre pi d'esserne privo geme,
pi se n'afflige e se ne strugge e arrabbia;
se ben la trova poi, tanto gli preme
l'aver gran tempo seminato in sabbia,
e la disperazion l'ha s male uso,
che non crede a se stesso, e sta confuso:

67
cos la donna, poi che tocca e vede
quel di ch'avuto avea tanto desire,
agli occhi, al tatto, a se stessa non crede,
e sta dubbiosa ancor di non dormire;
e buona prova bisogn a far fede,
che sentia quel che le parea sentire.
- Fa, Dio (disse ella), se son sogni questi,
ch'io dorma sempre, e mai pi non mi desti. -

68
Non rumor di tamburi o suon di trombe
furon principio all'amoroso assalto,
ma baci ch'imitavan le colombe,
davan segno or di gire, or di fare alto.
Usammo altr'arme che saette o frombe.
Io senza scale in su la rocca salto
e lo stendardo piantovi di botto,
e la nimica mia mi caccio sotto.

69
Se fu quel letto la notte dinanti
pien di sospiri e di querele gravi,
non stette l'altra poi senza altretanti
risi, feste, gioir, giochi soavi.
Non con pi nodi i flessuosi acanti
le colonne circondano e le travi,
di quelli con che noi legammo stretti
e colli e fianchi e braccia e gambe e petti.

70
La cosa stava tacita fra noi,
s che dur il piacer per alcun mese:
pur si trov chi se n'accorse poi,
tanto che con mio danno il re lo 'ntese.
Voi che mi liberaste da quei suoi
che ne la piazza avean le fiamme accese,
comprendere oggimai potete il resto;
ma Dio sa ben con che dolor ne resto. -

71
Cos a Ruggier narrava Ricciardetto,
e la notturna via facea men grave,
salendo tuttavia verso un poggetto
cinto di ripe e di pendici cave.
Un erto calle e pien di sassi e stretto
apria il camin con faticosa chiave.
Sedea al sommo un castel detto Agrismonte,
ch'ave'in guardia Aldigier di Chiaramonte.

72
Di Buovo era costui figliuol bastardo,
fratel di Malagigi e di Viviano;
chi legitimo dice di Gherardo,
 testimonio temerario e vano.
Fosse come si voglia, era gagliardo,
prudente, liberal, cortese, umano;
e facea quivi le fraterne mura
la notte e il d guardar con buona cura.

73
Raccolse il cavallier cortesemente,
come dovea, il cugin suo Ricciardetto,
ch'am come fratello; e parimente
fu ben visto Ruggier per suo rispetto.
Ma non gli usc gi incontra allegramente,
come era usato, anzi con tristo aspetto,
perch'uno aviso il giorno avuto avea,
che nel viso e nel cor mesto il facea.

74
A Ricciardetto in cambio di saluto
disse: - Fratello, abbin nuova non buona.
Per certissimo messo oggi ho saputo
che Bertolagi iniquo di Baiona
con Lanfusa crudel s' convenuto,
che preziose spoglie esso a lei dona,
ed essa a lui pon nostri frati in mano,
il tuo bon Malagigi e il tuo Viviano.

75
Ella dal d che Ferra li prese,
gli ha ognor tenuti in loco oscuro e fello,
fin che 'l brutto contratto e discortese
n'ha fatto con costui di ch'io favello.
Gli de'mandar domane al Maganzese
nei confin tra Baiona e un suo castello.
Verr in persona egli a pagar la mancia
che compra il miglior sangue che sia in Francia.

76
Rinaldo nostro n'ho avisato or ora,
ed ho cacciato il messo di galoppo;
ma non mi par ch'arrivar possa ad ora
che non sia tarda, che 'l camino  troppo.
Io non ho meco gente da uscir fuora:
l'animo  pronto, ma il potere  zoppo.
Se gli ha quel traditor, li fa morire:
s che non so che far, non so che dire. -

77
La dura nuova a Ricciardetto spiace,
e perch spiace a lui, spiace a Ruggiero;
che poi che questo e quel vede che tace,
n tra'profitto alcun del suo pensiero,
disse con grande ardir: - Datevi pace:
sopra me quest'impresa tutta chero;
e questa mia varr per mille spade
a riporvi i fratelli in libertade.

78
Io non voglio altra gente, altri sussidi,
ch'io credo bastar solo a questo fatto;
io vi domando solo un che mi guidi
al luogo ove si dee fare il baratto.
Io vi far sin qui sentire i gridi
di chi sar presente al rio contratto. -
Cos dicea; n dicea cosa nuova
all'un de'dui, che n'avea visto pruova.

79
L'altro non l'ascoltava, se non quanto
s'ascolti un ch'assai parli e sappia poco:
ma Ricciardetto gli narr da canto
come fu per costui tratto del fuoco;
e ch'era certo che maggior del vanto
faria veder l'effetto a tempo e a loco.
Gli diede allor udienza pi che prima,
e riverillo, e fe'di lui gran stima.

80
Ed alla mensa, ove la Copia fuse
il corno, l'onor come suo donno.
Quivi senz'altro aiuto si concluse
che liberare i duo fratelli ponno.
Intanto sopravenne e gli occhi chiuse
ai signori e ai sergenti il pigro Sonno,
fuor ch'a Ruggier; che, per tenerlo desto,
gli punge il cor sempre un pensier molesto.

81
L'assedio d'Agramante ch'avea il giorno
udito dal corrier, gli sta nel core.
Ben vede ch'ogni minimo soggiorno
che faccia d'aiutarlo,  suo disnore.
Quanta gli sar infamia, quanto scorno,
se coi nemici va del suo signore!
Oh come a gran viltade, a gran delitto,
battezzandosi alor, gli sar ascritto!

82
Potria in ogn'altro tempo esser creduto
che vera religion l'avesse mosso;
ma ora che bisogna col suo aiuto
Agramante d'assedio esser riscosso,
pi tosto da ciascun sar tenuto
che timore e vilt l'abbia percosso,
ch'alcuna opinion di miglior fede:
questo il cor di Ruggier stimula e fiede.

83
Che s'abbia da partire anco lo punge
senza licenza de la sua regina.
Quando questo pensier, quando quel giunge,
che 'l dubio cor diversamente inchina.
Gli era l'aviso riuscito lunge
di trovarla al castel di Fiordispina,
dove insieme dovean, come ho gi detto,
in soccorso venir di Ricciardetto.

84
Poi gli sovien ch'egli le avea promesso
di seco a Vallombrosa ritrovarsi.
Pensa ch'andar v'abbi ella, e quivi d'esso
che non vi trovi poi, maravigliarsi.
Potesse almen mandar lettera o messo,
s ch'ella non avesse a lamentarsi
che, oltre ch'egli mal le avea ubbidito,
senza far motto ancor fosse partito.

85
Poi che pi cose imaginate s'ebbe,
pensa scriverle al fin quanto gli accada;
e ben ch'egli non sappia come debbe
la lettera inviar, s che ben vada,
non per vuol restar; che ben potrebbe
alcun messo fedel trovar per strada.
Pi non s'indugia, e salta de le piume;
si fa dar carta, inchiostro, penna e lume.

86
I camarier discreti ed aveduti
arrecano a Ruggier ci che commanda.
Egli comincia a scrivere, e i saluti
(come si suol) nei primi versi manda:
poi narra degli avisi che venuti
son dal suo re, ch'aiuto gli domanda;
e se l'andata sua non  ben presta,
o morto o in man degli nimici resta.

87
Poi seguita, ch'essendo a tal partito,
e ch'a lui per aiuto si volgea,
vedesse ella che 'l biasmo era infinito
s'a quel punto negar gli lo volea;
e ch'esso, a lei dovendo esser marito,
guardarsi da ogni macchia si dovea;
che non si convenia con lei, che tutta
era sincera, alcuna cosa brutta.

88
E se mai per adietro un nome chiaro,
ben oprando, cerc di guadagnarsi,
e guadagnato poi, se avuto caro,
se cercato l'avea di conservarsi;
or lo cercava, e n'era fatto avaro,
poi che dovea con lei participarsi,
la qual sua moglie, e totalmente in dui
corpi esser dovea un'anima con lui.

89
E s come gi a bocca le avea detto,
le ridicea per questa carta ancora:
finito il tempo in che per fede astretto
era al suo re, quando non prima muora,
che si far cristian cos d'effetto,
come di buon voler stato era ogni ora;
e ch'al padre e a Rinaldo e agli altri suoi
per moglie domandar la far poi.

90
- Voglio (le soggiungea), quando vi piaccia,
l'assedio al mio signor levar d'intorno,
acci che l'ignorante vulgo taccia,
il qual direbbe, a mia vergogna e scorno:
Ruggier, mentre Agramante ebbe bonaccia,
mai non l'abandon notte n giorno;
or che Fortuna per Carlo si piega,
egli col vincitor l'insegna spiega.

91
Voglio quindici d termine o venti,
tanto che comparir possa una volta,
s che degli africani alloggiamenti
la grave ossedion per me sia tolta.
Intanto cercher convenienti
cagioni, e che sian giuste, di dar volta.
Io vi domando per mio onor sol questo:
tutto poi vostro  di mia vita il resto. -

92
In simili parole si diffuse
Ruggier, che tutte non so dirvi a pieno;
e segu con molt'altre, e non concluse
fin che non vide tutto il foglio pieno;
e poi pieg la lettera e la chiuse,
e suggellata se la pose in seno,
con speme che gli occorra il d seguente
chi alla donna la dia secretamente.

93
Chiusa ch'ebbe la lettera, chiuse anco
gli occhi sul letto, e ritrov quiete;
che 'l Sonno venne, e sparse il corpo stanco
col ramo intinto nel liquor di Lete:
e pos fin ch'un nembo rosso e bianco
di fiori sparse le contrade liete
del lucido oriente d'ogn'intorno,
ed indi usc de l'aureo albergo il giorno.

94
E poi ch'a salutar la nuova luce
pei verdi rami incominciar gli augelli,
Aldigier che voleva essere il duce
di Ruggiero e de l'altro, e guidar quelli
ove faccin che dati in mano al truce
Bertolagi non siano i duo fratelli,
fu 'l primo in piede; e quando sentir lui,
del letto usciro anco quegli altri dui.

95
Poi che vestiti furo e bene armati,
coi duo cugin Ruggier si mette in via,
gi molto indarno avendoli pregati
che questa impresa a lui tutta si dia;
ma essi, pel desir c'han de'lor frati,
e perch lor parea discortesia,
steron negando pi duri che sassi,
n consentiron mai che solo andassi.

96
Giunsero al loco il d che si dovea
Malagigi mutar nei carriaggi.
Era un'ampla campagna che giacea
tutta scoperta agli apollinei raggi.
Quivi n allor n mirto si vedea,
n cipressi n frassini n faggi,
ma nuda ghiara, e qualche umil virgulto
non mai da marra o mai da vomer culto.

97
I tre guerrieri arditi si fermaro
dove un sentier fendea quella pianura;
e giunger quivi un cavallier miraro,
ch'avea d'oro fregiata l'armatura,
e per insegna in campo verde il raro
e bello augel che pi d'un secol dura.
Signor, non pi, che giunto al fin mi veggio
di questo canto, e riposarmi chieggio.


CANTO VENTISEIESIMO.


1
Cortesi donne ebbe l'antiqua etade,
che le virt, non le ricchezze, amaro:
al tempo nostro si ritrovan rade
a cui, pi del guadagno, altro sia caro.
Ma quelle che per lor vera bontade
non seguon de le pi lo stile avaro,
vivendo, degne son d'esser contente;
gloriose e immortal poi che fian spente.

2
Degna d'eterna laude  Bradamante,
che non am tesor, non am impero,
ma la virt, ma l'animo prestante,
ma l'alta gentilezza di Ruggiero;
e merit che ben le fosse amante
un cos valoroso cavalliero,
e per piacere a lei facesse cose
nei secoli avenir miracolose.

3
Ruggier, come di sopra vi fu detto,
coi duo di Chiaramonte era venuto,
dico con Aldigier, con Ricciardetto,
per dare ai duo fratei prigioni aiuto.
Vi dissi ancor che di superbo aspetto
venire un cavalliero avean veduto,
che portava l'augel che si rinuova,
e sempre unico al mondo si ritrova.

4
Come di questi il cavallier s'accorse,
che stavan per ferir quivi su l'ale,
in prova disegn di voler porse,
s'alla sembianza avean virtude uguale.
-  di voi (disse loro) alcuno forse
che provar voglia chi di noi pi vale
a'colpi o de la lancia o de la spada,
fin che l'un resti in sella e l'altro cada? -

5
- Farei (disse Aldigier) teco, o volessi
menar la spada a cerco, o correr l'asta;
ma un'altra impresa che, se qui tu stessi,
veder potresti, questa in modo guasta,
ch'a parlar teco, non che ci traessi
a correr giostra, a pena tempo basta:
seicento uomini al varco, o pi, attendiamo,
coi qua'd'oggi provarci obligo abbiamo.

6
Per tor lor duo de'nostri che prigioni
quinci trarran, pietade e amor n'ha mosso. -
E seguit narrando le cagioni
che li fece venir con l'arme indosso.
- S giusta  questa escusa che m'opponi
(disse il guerrier), che contradir non posso;
e fo certo giudicio che voi siate
tre cavallier che pochi pari abbiate.

7
Io chiedea un colpo o dui con voi scontrarme,
per veder quanto fosse il valor vostro;
ma quando all'altrui spese dimostrarme
lo vogliate, mi basta, e pi non giostro.
Vi priego ben, che por con le vostr'arme
quest'elmo io possa e questo scudo nostro;
e spero dimostrar, se con voi vegno,
che di tal compagnia non sono indegno. -

8
Parmi veder ch'alcun saper desia
il nome di costui, che quivi giunto
a Ruggiero e a'compagni si offeria
compagno d'arme al periglioso punto.
Costei (non pi costui detto vi sia)
era Marfisa che diede l'assunto
al misero Zerbin de la ribalda
vecchia Gabrina ad ogni mal s calda.

9
I duo di Chiaramonte e il buon Ruggiero
l'accettar volentier ne la lor schiera,
ch'esser credeano certo un cavalliero,
e non donzella, e non quella ch'ella era.
Non molto dopo scoperse Aldigiero
e veder fe'ai compagni una bandiera
che facea l'aura tremolare in volta,
e molta gente intorno avea raccolta.

10
E poi che pi lor fur fatti vicini,
e che meglio notar l'abito moro,
conobbero che gli eran Saracini,
e videro i prigioni in mezzo a loro
legati e tratti su piccol ronzini
a'Maganzesi, per cambiarli in oro.
Disse Marfisa agli altri: - Ora che resta,
poi che son qui, di cominciar la festa? -

11
Ruggier rispose: - Gl'invitati ancora
non ci son tutti, e manca una gran parte.
Gran ballo s'apparecchia di fare ora;
e perch sia solenne, usiamo ogn'arte:
ma far non ponno omai lunga dimora. -
Cos dicendo, veggono in disparte
venire i traditori di Maganza:
s ch'eran presso a cominciar la danza.

12
Giungean da l'una parte i Maganzesi,
e conducean con loro i muli carchi
d'oro e di vesti e d'altri ricchi arnesi;
da l'altra in mezzo a lance, spade ed archi,
venian dolenti i duo germani presi,
che si vedeano essere attesi ai varchi:
e Bertolagi, empio inimico loro,
udian parlar col capitano Moro.

13
N di Buovo il figliuol n quel d'Amone,
veduto il Maganzese, indugiar puote:
la lancia in resta l'uno e l'altro pone,
e l'uno e l'altro il traditor percuote.
L'un gli passa la pancia e 'l primo arcione,
e l'altro il viso per mezzo le gote.
Cos n'andasser pur tutti i malvagi,
come a quei colpi n'and Bertolagi.

14
Marfisa con Ruggiero a questo segno
si muove, e non aspetta altra trombetta;
n prima rompe l'arrestato legno,
che tre, l'un dopo l'altro, in terra getta.
De l'asta di Ruggier fu il pagan degno,
che guid gli altri, e usc di vita in fretta;
e per quella medesima con lui
uno ed un altro and nei regni bui.

15
Di qui nacque un error tra gli assaliti,
che lor caus lor ultima ruina.
Da un lato i Maganzesi esser traditi
credeansi da la squadra saracina;
da l'altro i Mori in tal modo feriti,
l'altra schiera chiamavano assassina:
e tra lor cominciar con fiera clade
a tirare archi e a menar lance e spade.

16
Salta ora in questa squadra ed ora in quella
Ruggiero, e via ne toglie or dieci or venti:
altritanti per man de la donzella
di qua e di l ne son scemati e spenti.
Tanti si veggon gir morti di sella,
quanti ne toccan le spade taglienti,
a cui dan gli elmi e le corazze loco,
come nel bosco i secchi legni al fuoco.

17
Se mai d'aver veduto vi raccorda,
o rapportato v'ha fama all'orecchie,
come, allor che 'l collegio si discorda,
e vansi in aria a far guerra le pecchie,
entri fra lor la rondinella ingorda,
e mangi e uccida e guastine parecchie;
dovete imaginar che similmente
Ruggier fosse e Marfisa in quella gente.

18
Non cos Ricciardetto e il suo cugino
tra le due genti variavan danza,
perch, lasciando il campo saracino,
sol tenean l'occhio all'altro di Maganza.
Il fratel di Rinaldo paladino
con molto animo avea molta possanza,
e quivi raddoppiar glie la facea
l'odio che contra ai Maganzesi avea.

19
Facea parer questa medesma causa
un leon fiero il bastardo di Buovo,
che con la spada senza indugio e pausa
fende ogn'elmo, o lo schiaccia come un ovo.
E qual persona non saria stata ausa,
non saria comparita un Ettor nuovo,
Marfisa avendo in compagnia e Ruggiero,
ch'eran la scelta e 'l fior d'ogni guerriero?

20
Marfisa tuttavolta combattendo,
spesso ai compagni gli occhi rivoltava;
e di lor forza paragon vedendo,
con maraviglia tutti li lodava:
ma di Ruggier pur il valor stupendo
e senza pari al mondo le sembrava;
e talor si credea che fosse Marte
sceso dal quinto cielo in quella parte.

21
Mirava quelle orribili percosse,
miravale non mai calare in fallo:
parea che contra Balisarda fosse
il ferro carta e non duro metallo.
Gli elmi tagliava e le corazze grosse,
e gli uomini fendea fin sul cavallo,
e li mandava in parte uguali al prato,
tanto da l'un quanto da l'altro lato.

22
Continuando la medesma botta,
uccidea col signore il cavallo anche.
I capi dalle spalle alzava in frotta,
e spesso i busti dipartia da l'anche.
Cinque e pi a un colpo ne tagli talotta:
e se non che pur dubito che manche
credenza al ver c'ha faccia di menzogna,
di pi direi; ma di men dir bisogna.

23
Il buon Turpin, che sa che dice il vero,
e lascia creder poi quel ch'a l'uom piace,
narra mirabil cose di Ruggiero,
ch'udendolo, il direste voi mendace.
Cos parea di ghiaccio ogni guerriero
contra Marfisa, ed ella ardente face;
e non men di Ruggier gli occhi a s trasse,
ch'ella di lui l'alto valor mirasse.

24
E s'ella lui Marte stimato avea,
stimato egli avria lei forse Bellona,
se per donna cos la conoscea,
come parea il contrario alla persona.
E forse emulazion tra lor nascea
per quella gente misera, non buona,
ne la cui carne e sangue e nervi ed ossa
fan prova chi di loro abbia pi possa.

25
Bast di quattro l'animo e il valore
a far ch'un campo e l'altro andasse rotto.
Non restava arme, a chi fuggia, migliore
che quella che si porta pi di sotto.
Beato chi il cavallo ha corridore,
ch'in prezzo non  quivi ambio n trotto;
e chi non ha destrier, quivi s'avede,
quanto il mestier de l'arme  tristo a piede.

26
Riman la preda e 'l campo ai vincitori
che non  fante o mulatier che resti.
L Maganzesi, e qua fuggono i Mori:
quei lasciano i prigion, le some questi.
Furon, con lieti visi e pi coi cori,
Malagigi e Viviano a scioglier presti;
non fur men diligenti a sciorre i paggi,
e por le some in terra e i carriaggi.

27
Oltre una buona quantit d'argento
ch'in diverse vasella era formato,
ed alcun muliebre vestimento
di lavoro bellissimo fregiato,
e per stanze reali un paramento
d'oro e di seta in Fiandra lavorato,
ed altre cose ricche in copia grande;
fiaschi di vin trovar, pane e vivande.

28
Al trar degli elmi, tutti vider come
avea lor dato aiuto una donzella:
fu conosciuta all'auree crespe chiome
ed alla faccia delicata e bella.
L'onoran molto, e pregano che 'l nome
di gloria degno non asconda; ed ella,
che sempre tra gli amici era cortese,
a dar di s notizia non contese.

29
Non si ponno saziar di riguardarla;
che tal vista l'avean ne la battaglia.
Sol mira ella Ruggier, sol con lui parla:
altri non prezza, altri non par che vaglia.
Vengono i servi intanto ad invitarla
coi compagni a goder la vettovaglia,
ch'apparecchiata avean sopra una fonte
che difendea dal raggio estivo un monte.

30
Era una de le fonti di Merlino,
de le quattro di Francia da lui fatte,
d'intorno cinta di bel marmo fino,
lucido e terso, e bianco pi che latte.
Quivi d'intaglio con lavor divino
avea Merlino imagini ritratte:
direste che spiravano, e, se prive
non fossero di voce, ch'eran vive.

31
Quivi una bestia uscir de la foresta
parea, di crudel vista, odiosa e brutta,
ch'avea l'orecchie d'asino, e la testa
di lupo e i denti, e per gran fame asciutta;
branche avea di leon; l'altro che resta,
tutto era volpe: e parea scorrer tutta
e Francia e Italia e Spagna ed Inghelterra,
l'Europa e l'Asia, e al fin tutta la terra.

32
Per tutto avea genti ferite e morte,
la bassa plebe e i pi superbi capi:
anzi nuocer parea molto pi forte
a re, a signori, a principi, a satrapi.
Peggio facea ne la romana corte,
che v'avea uccisi cardinali e papi:
contaminato avea la bella sede
di Pietro e messo scandol ne la fede.

33
Par che dinanzi a questa bestia orrenda
cada ogni muro, ogni ripar che tocca.
Non si vede citt che si difenda:
se l'apre incontra ogni castello e rocca.
Par che agli onor divini anco s'estenda,
e sia adorata da la gente sciocca,
e che le chiavi s'arroghi d'avere
del cielo e de l'abisso in suo potere.

34
Poi si vedea d'imperiale alloro
cinto le chiome un cavallier venire
con tre giovini a par, che i gigli d'oro
tessuti avean nel lor real vestire;
e, con insegna simile, con loro
parea un leon contra quel mostro uscire:
avean lor nomi chi sopra la testa,
e chi nel lembo scritto de la vesta.

35
L'un ch'avea fin a l'elsa ne la pancia
la spada immersa alla maligna fera,
Francesco primo, avea scritto, di Francia;
Massimigliano d'Austria a par seco era;
e Carlo quinto imperator, di lancia
avea passato il mostro alla gorgiera;
e l'altro, che di stral gli fige il petto,
l'ottavo Enrigo d'Inghilterra  detto.

36
Decimo ha quel Leon scritto sul dosso,
ch'al brutto mostro i denti ha ne l'orecchi;
e tanto l'ha gi travagliato e scosso,
che vi sono arrivati altri parecchi.
Parea del mondo ogni timor rimosso;
ed in emenda degli errori vecchi
nobil gente accorrea, non per molta,
onde alla belva era la vita tolta.

37
I cavallieri stavano e Marfisa
con desiderio di conoscer questi
per le cui mani era la bestia uccisa,
che fatti avea tanti luoghi atri e mesti.
Avenga che la pietra fosse incisa
dei nomi lor, non eran manifesti.
Si pregavan tra lor, che se sapesse
l'istoria alcuno, agli altri la dicesse.

38
Volt Viviano a Malagigi gli occhi,
che stava a udire, e non facea lor motto:
- A te (disse) narrar l'istoria tocchi,
ch'esser ne di, per quel ch'io vegga, dotto.
Chi son costor che con saette e stocchi
e lance a morte han l'animal condotto? -
Rispose Malagigi: - Non  istoria
di ch'abbia autor fin qui fatto memoria.

39
Sappiate che costor che qui scritto hanno
nel marmo i nomi, al mondo mai non furo;
ma fra settecento anni vi saranno,
con grande onor del secolo futuro.
Merlino, il savio incantator britanno,
fe'far la fonte al tempo del re Arturo;
e di cose ch'al mondo hanno a venire,
la fe'da buoni artefici scolpire.

40
Questa bestia crudele usc del fondo
de lo 'nferno a quel tempo che fur fatti
alle campagne i termini, e fu il pondo
trovato e la misura, e scritti i patti.
Ma non and a principio in tutto 'l mondo:
di s lasci molti paesi intatti.
Al tempo nostro in molti lochi sturba;
ma i populari offende e la vil turba.

41
Dal suo principio infin al secol nostro
sempre  cresciuto, e sempre andr crescendo:
sempre crescendo, al lungo andar fia il mostro
il maggior che mai fosse e lo pi orrendo.
Quel Fiton che per carte e per inchiostro
s'ode che fu s orribile e stupendo,
alla met di questo non fu tutto,
n tanto abominevol n s brutto.

42
Far strage crudel, n sar loco
che non guasti, contamini ed infetti:
e quanto mostra la scultura,  poco
de'suoi nefandi e abominosi effetti.
Al mondo, di gridar merc gi roco,
questi, dei quali i nomi abbiamo letti,
che chiari splenderan pi che piropo,
verranno a dare aiuto al maggior uopo.

43
Alla fera crudele il pi molesto
non sar di Francesco il re de'Franchi:
e ben convien che molti ecceda in questo,
e nessun prima e pochi n'abbia a'fianchi;
quando in splendor real, quando nel resto
di virt far molti parer manchi,
che gi parver compiuti; come cede
tosto ogn'altro splendor, che 'l sol si vede.

44
L'anno primier del fortunato regno,
non ferma ancor ben la corona in fronte,
passer l'Alpe, e romper il disegno
di chi all'incontro avr occupato il monte,
da giusto spinto e generoso sdegno,
che vendicate ancor non sieno l'onte
che dal furor da paschi e mandre uscito
l'esercito di Francia avr patito.

45
E quindi scender nel ricco piano
di Lombardia, col fior di Francia intorno,
e s l'Elvezio spezzer, ch'invano
far mai pi pensier d'alzare il corno.
Con grande e de la Chiesa e de l'ispano
campo e del fiorentin vergogna e scorno
espugner il castel che prima stato
sar non espugnabile stimato.

46
Sopra ogn'altr'arme, ad espugnarlo, molto
pi gli varr quella onorata spada
con la qual prima avr di vita tolto
il mostro corruttor d'ogni contrada.
Convien ch'inanzi a quella sia rivolto
in fuga ogni stendardo, o a terra vada;
n fossa, n ripar, n grosse mura
possan da lei tener citt sicura.

47
Questo principe avr quanta eccellenza
aver felice imperator mai debbia:
l'animo del gran Cesar, la prudenza
di chi mostrolla a Transimeno e a Trebbia,
con la fortuna d'Alessandro, senza
cui saria fumo ogni disegno, e nebbia.
Sar s liberal, ch'io lo contemplo
qui non aver n paragon n esemplo. -

48
Cos diceva Malagigi, e messe
desire a'cavallier d'aver contezza
del nome d'alcun altro ch'uccidesse
l'infernal bestia, uccider gli altri avezza.
Quivi un Bernardo tra'primi si lesse,
che Merlin molto nel suo scritto apprezza.
- Fia nota per costui (dicea) Bibiena,
quanto Fiorenza sua vicina e Siena. -

49
Non mette piede inanzi ivi persona
a Sismondo, a Giovanni, a Ludovico:
un Gonzaga, un Salviati, un d'Aragona,
ciascuno al brutto mostro aspro nimico.
V' Francesco Gonzaga, n abandona
le sue vestigie il figlio Federico;
ed ha il cognato e il genero vicino,
quel di Ferrara, e quel duca d'Urbino.

50
De l'un di questi il figlio Guidobaldo
non vuol che 'l padre o ch'altri a dietro il metta.
Con Otobon dal Flisco, Sinibaldo
caccia la fera, e van di pari in fretta.
Luigi da Gazolo il ferro caldo
fatto nel collo le ha d'una saetta,
che con l'arco gli di Febo, quando anco
Marte la spada sua gli messe al fianco.

51
Duo Erculi, duo Ippoliti da Este,
un altro Ercule, un altro Ippolito anco,
da Gonzaga, de'Medici, le peste
seguon del mostro, e l'han, cacciando, stanco.
N Giuliano al figliuol, n par che reste
Ferrante al fratel dietro; n che manco
Andrea Doria sia pronto; n che lassi
Francesco Sforza, ch'ivi uomo lo passi.

52
Del generoso, illustre e chiaro sangue
d'Avalo vi son dui ch'han per insegna
lo scoglio, che dal capo ai piedi d'angue
par che l'empio Tifeo sotto si tegna.
Non  di questi duo, per fare esangue
l'orribil mostro, che pi inanzi vegna:
l'uno Francesco di Pescara invitto,
l'altro Alfonso del Vasto ai piedi ha scritto.

53
Ma Consalvo Ferrante ove ho lasciato,
l'ispano onor, ch'in tanto pregio v'era,
che fu da Malagigi s lodato,
che pochi il pareggiar di quella schiera?
Guglielmo si vedea di Monferrato
fra quei che morto avean la brutta fera;
ed eran pochi verso gl'infiniti
ch'ella v'avea chi morti e chi feriti.

54
In giuochi onesti e parlamenti lieti,
dopo mangiar, spesero il caldo giorno,
corcati su finissimi tapeti
tra gli arbuscelli ond'era il rivo adorno.
Malagigi e Vivian, perch quieti
pi fosser gli altri, tenean l'arme intorno;
quando una donna senza compagnia
vider, che verso lor ratto vena.

55
Questa era quella Ippalca a cui fu tolto
Frontino, il bon destrier, da Rodomonte.
L'avea il d inanzi ella seguito molto,
pregandolo ora, ora dicendogli onte;
ma non giovando, avea il camin rivolto
per ritrovar Ruggiero in Agrismonte.
Tra via le fu (non so gi come) detto
che quivi il troveria con Ricciardetto.

56
E perch il luogo ben sapea (che v'era
stata altre volte), se ne venne al dritto
alla fontana; ed in quella maniera
ve lo trov, ch'io v'ho di sopra scritto.
Ma come buona e cauta messaggera
che sa meglio esequir che non l' ditto,
quando vide il fratel di Bradamante,
non conoscer Ruggier fece sembiante.

57
A Ricciardetto tutta rivoltosse,
s come drittamente a lui venisse;
e quel che la conobbe, se le mosse
incontra, e domand dove ne gisse.
Ella ch'ancora avea le luci rosse
del pianger lungo, sospirando disse;
ma disse forte, acci che fosse espresso
a Ruggiero il suo dir, che gli era presso.

58
- Mi traea dietro (disse) per la briglia,
come imposto m'avea la tua sorella,
un bel cavallo e buono a maraviglia,
ch'ella molto ama e che Frontino appella;
e l'avea tratto pi di trenta miglia
verso Marsilia, ove venir debbe ella
fra pochi giorni, e dove ella mi disse
ch'io l'aspettassi fin che vi venisse.

59
Era s baldanzoso il creder mio,
ch'io non stimava alcun di cor s saldo,
che me l'avesse a tor, dicendogli io
ch'era de la sorella di Rinaldo.
Ma vano il mio disegno ieri m'usco,
che me lo tolse un Saracin ribaldo;
n per udir di chi Frontino fusse,
a volermelo rendere s'indusse.

60
Tutto ieri ed oggi l'ho pregato; e quando
ho visto uscir prieghi e minacce invano,
maledicendol molto e bestemmiando,
l'ho lasciato di qui poco lontano,
dove il cavallo e s molto affannando,
s'aiuta, quanto pu, con l'arme in mano
contra un guerrier ch'in tal travaglio il mette,
che spero ch'abbia a far le mie vendette. -

61
Ruggiero a quel parlar salito in piede,
ch'avea potuto a pena il tutto udire,
si volta a Ricciardetto, e per mercede
e premio e guidardon del ben servire
(prieghi aggiungendo senza fin) gli chiede
che con la donna solo il lasci gire
tanto che 'l Saracin gli sia mostrato,
ch'a lei di mano ha il buon destrier levato.

62
A Ricciardetto, ancor che discortese
il concedere altrui troppo paresse
di terminar le a s debite imprese,
al voler di Ruggier pur si rimesse:
e quel licenza dai compagni prese,
e con Ippalca a ritornar si messe,
lasciando a quei che rimanean, stupore,
con maraviglia pur del suo valore.

63
Poi che dagli altri allontanato alquanto
Ippalca l'ebbe, gli narr ch'ad esso
era mandata da colei che tanto
avea nel core il suo valore impresso;
e senza finger pi, seguit quanto
la sua donna al partir le avea commesso,
e che se dianzi avea altrimente detto,
per la presenza fu di Ricciardetto.

64
Disse, che chi le avea tolto il destriero,
ancor detto l'avea con molto orgoglio:
- Perch so che 'l cavallo  di Ruggiero,
pi volontier per questo te lo toglio.
S'egli di racquistarlo avr pensiero,
fagli saper (ch'asconder non gli voglio)
ch'io son quel Rodomonte il cui valore
mostra per tutto 'l mondo il suo splendore. -

65
Ascoltando, Ruggier mostra nel volto,
di quanto sdegno acceso il cor gli sia,
s perch caro avria Frontino molto,
s perch vena il dono onde vena
s perch in suo dispregio gli par tolto;
vede che biasmo e disonor gli fia,
se torlo a Rodomonte non s'affretta,
e sopra lui non fa degna vendetta.

66
La donna Ruggier guida, e non soggiorna,
che por lo brama col Pagano a fronte;
e giunge ove la strada fa dua corna:
l'un va gi al piano, e l'altro va su al monte;
e questo e quel ne la vallea ritorna,
dov'ella avea lasciato Rodomonte.
Aspra, ma breve era la via del colle;
l'altra pi lunga assai, ma piana e molle.

67
Il desiderio che conduce Ippalca
d'aver Frontino e vendicar l'oltraggio,
fa che 'l sentier de la montagna calca,
onde molto pi corto era il viaggio.
Per l'altra intanto il re d'Algier cavalca
col Tartaro e cogli altri che detto aggio;
e gi nel pian la via pi facil tiene,
n con Ruggier ad incontrar si viene.

68
Gi son le lor querele differite
fin che soccorso ad Agramante sia
(questo sapete); ed han d'ogni lor lite
la cagion, Doralice, in compagnia.
Ora il successo de l'istoria udite.
Alla fontana  la lor dritta via,
ove Aldigier, Marfisa, Ricciardetto,
Malagigi e Vivian stanno a diletto.

69
Marfisa a'prieghi de'compagni avea
veste da donna ed ornamenti presi,
di quelli ch'a Lanfusa si credea
mandare il traditor de'Maganzesi;
e ben che veder raro si solea
senza l'osbergo e gli altri buoni arnesi,
pur quel d se li trasse; e come donna,
a'prieghi lor lasci vedersi in gonna.

70
Tosto che vede il Tartaro Marfisa,
per la credenza c'ha di guadagnarla,
in ricompensa e in cambio ugual s'avisa
di Doralice, a Rodomonte darla;
s come Amor si regga a questa guisa,
che vender la sua donna o permutarla
possa l'amante, n a ragion s'attrista,
se quando una ne perde, una n'acquista.

71
Per dunque provedergli di donzella,
acci per s quest'altra si ritegna,
Marfisa, che gli par leggiadra e bella,
e d'ogni cavallier femina degna,
come abbia ad aver questa, come quella,
subito cara, a lui donar disegna;
e tutti i cavallier che con lei vede,
a giostra seco ed a battaglia chiede.

72
Malagigi e Vivian, che l'arme aveano
come per guardia e sicurt del resto,
si mossero dal luogo ove sedeano,
l'un come l'altro alla battaglia presto,
perch giostrar con amenduo credeano;
ma l'African che non vena per questo,
non ne fe'segno o movimento alcuno:
s che la giostra rest lor contra uno.

73
Viviano  il primo, e con gran cor si muove,
e nel venire abbassa un'asta grossa:
e 'l re pagan da le famose pruove
da l'altra parte vien con maggior possa.
Dirizza l'uno e l'altro, e segna dove
crede meglio fermar l'aspra percossa.
Viviano indarno a l'elmo il pagan fere;
che non lo fa piegar, non che cadere.

74
Il re pagan, ch'avea pi l'asta dura,
fe'lo scudo a Vivian parer di ghiaccio;
e fuor di sella in mezzo alla verdura,
all'erbe e ai fiori il fe'cadere in braccio.
Vien Malagigi, e ponsi in aventura
di vendicare il suo fratello avaccio;
ma poi d'andargli appresso ebbe tal fretta,
che gli fe'compagnia pi che vendetta.

75
L'altro fratel fu prima del cugino
coll'arme indosso, e sul destrier salito;
e disfidato contra il Saracino
venne a scontrarlo a tutta briglia ardito.
Rison il colpo in mezzo a l'elmo fino
di quel pagan sotto la vista un dito:
vol al ciel l'asta in quattro tronchi rotta;
ma non mosse il pagan per quella botta.

76
Il pagan fer lui dal lato manco;
e perch il colpo fu con troppa forza,
poco lo scudo, e la corazza manco
gli valse, che s'aprir come una scorza.
Pass il ferro crudel l'omero bianco:
pieg Aldigier ferito a poggia e ad orza;
tra fiori ed erbe al fin si vide avolto,
rosso su l'arme, e pallido nel volto.

77
Con molto ardir vien Ricciardetto appresso;
e nel venire arresta s gran lancia,
che mostra ben, come ha mostrato spesso,
che degnamente  paladin di Francia:
ed al pagan ne facea segno espresso,
se fosse stato pari alla bilancia;
ma sozzopra n'and, perch il cavallo
gli cadde adosso, e non gi per suo fallo.

78
Poi ch'altro cavallier non si dimostra,
ch'al pagan per giostrar volti la fronte,
pensa aver guadagnato de la giostra
la donna, e venne a lei presso alla fonte;
e disse: - Damigella, ste nostra,
s'altri non  per voi ch'in sella monte.
Nol potete negar, n farne iscusa;
che di ragion di guerra cos s'usa. -

79
Marfisa, alzando con un viso altiero
la faccia, disse: - Il tuo parer molto erra.
Io ti concedo che diresti il vero,
ch'io sarei tua per la ragion di guerra,
quando mio signor fosse o cavalliero
alcun di questi ch'hai gittato in terra.
Io sua non son, n d'altri son che mia:
dunque me tolga a me chi mi desia.

80
So scudo e lancia adoperare anch'io,
e pi d'un cavalliero in terra ho posto. -
- Datemi l'arme, disse, e il destrier mio, -
agli scudier che l'ubbidiron tosto.
Trasse la gonna, ed in farsetto usco;
e le belle fattezze e il ben disposto
corpo mostr, ch'in ciascuna sua parte,
fuor che nel viso, assimigliava a Marte.

81
Poi che fu armata, la spada si cinse
e sul destrier mont d'un leggier salto;
e qua e l tre volte e pi lo spinse,
e quinci e quindi fe'girare in alto;
e poi, sfidando il Saracino, strinse
la grossa lancia e cominci l'assalto.
Tal nel campo troian Pentesilea
contra il tessalo Achille esser dovea.

82
Le lance infin al calce si fiaccaro
a quel superbo scontro, come vetro;
n pero chi le corsero, piegaro,
che si notasse, un dito solo a dietro.
Marfisa che volea conoscer chiaro
s'a pi stretta battaglia simil metro
le serverebbe contra il fier pagano,
se gli rivolse con la spada in mano.

83
Bestemmi il cielo e gli elementi il crudo
pagan, poi che restar la vide in sella:
ella, che gli pens romper lo scudo,
non men sdegnosa contra il ciel favella.
Gi l'uno e l'altro ha in mano il ferro nudo
e su le fatal arme si martella:
l'arme fatali han parimente intorno,
che mai non bisognar pi di quel giorno.

84
S buona  quella piastra e quella maglia,
che spada o lancia non le taglia o fora;
s che potea seguir l'aspra battaglia
tutto quel giorno e l'altro appresso ancora.
Ma Rodomonte in mezzo lor si scaglia,
e riprende il rival de la dimora,
dicendo: - Se battaglia pur far vuoi,
finin la cominciata oggi fra noi.

85
Facemmo, come sai, triegua con patto
di dar soccorso alla milizia nostra.
Non debbin, prima che sia questo fatto,
incominciare altra battaglia o giostra. -
Indi a Marfisa, riverente in atto
si volta, e quel messaggio le dimostra;
e le racconta come era venuto
a chieder lor per Agramante aiuto.

86
La priega poi che le piaccia non solo
lasciar quella battaglia o differire,
ma che voglia in aiuto del figliuolo
del re Troian con essi lor venire;
onde la fama sua con maggior volo
potr far meglio infin al ciel salire,
che, per querela di poco momento,
dando a tanto disegno impedimento.

87
Marfisa, che fu sempre disiosa
di provar quei di Carlo a spada e a lancia,
n l'avea indotta a venire altra cosa
di s lontana regione in Francia,
se non per esser certa se famosa
lor nominanza era per vero o ciancia,
tosto d'andar con lor partito prese,
che d'Agramante il gran bisogno intese.

88
Ruggiero in questo mezzo avea seguito
indarno Ippalca per la via del monte;
e trov, giunto al loco, che partito
per altra via se n'era Rodomonte:
e pensando che lungi non era ito,
e che 'l sentier tenea dritto alla fonte,
trottando in fretta dietro gli vena
per l'orme ch'eran fresche in su la via.

89
Volse che Ippalca a Montalban pigliasse
la via, ch'una giornata era vicino;
perch s'alla fontana ritornasse,
si torria troppo dal dritto camino.
E disse a lei, che gi non dubitasse
che non s'avesse a ricovrar Frontino:
ben le farebbe a Montalbano, o dove
ella si trovi, udir tosto le nuove.

90
E le diede la lettera che scrisse
in Agrismonte, e che si port in seno;
e molte cose a bocca anco le disse,
e la preg che l'escusasse a pieno.
Ne la memoria Ippalca il tutto fisse,
prese licenza e volt il palafreno;
e non cess la buona messaggera,
ch'in Montalban si ritrov la sera.

91
Seguia Ruggiero in fretta il Saracino
per l'orme ch'apparian ne la via piana,
ma non lo giunse prima che vicino
con Mandricardo il vide alla fontana.
Gi promesso s'avean che per camino
l'un non farebbe all'altro cosa strana,
n fin ch'al campo si fosse soccorso,
a cui Carlo era appresso a porre il morso.

92
Quivi giunto Ruggier, Frontin conobbe,
e conobbe per lui chi adosso gli era;
e su la lancia fe'le spalle gobbe,
e sfid l'African con voce altiera.
Rodomonte quel d fe'pi che Iobbe,
poi che dom la sua superbia fiera;
e ricus la pugna ch'avea usanza
di sempre egli cercar con ogni istanza.

93
Il primo giorno e l'ultimo, che pugna
mai ricusasse il re d'Algier, fu questo;
ma tanto il desiderio che si giugna,
in soccorso al suo re gli pare onesto,
che se credesse aver Ruggier ne l'ugna
pi che mai lepre il pardo isnello e presto,
non se vorria fermar tanto con lui,
che fsse un colpo de la spada o dui.

94
Aggiungi che sapea ch'era Ruggiero
che seco per Frontin facea battaglia,
tanto famoso, ch'altro cavalliero
non  ch'a par di lui di gloria saglia,
l'uom che bramato ha di saper per vero
esperimento quanto in arme vaglia;
e pur non vuol seco accettar l'impresa:
tanto l'assedio del suo re gli pesa.

95
Trecento miglia sarebbe ito e mille,
se ci non fosse, a comperar tal lite;
ma se l'avesse oggi sfidato Achille,
pi fatto non avria di quel ch'udite:
tanto a quel punto sotto le faville
le fiamme avea del suo furor sopite.
Narra a Ruggier perch pugna rifiuti;
ed anco il priega che l'impresa aiuti:

96
che facendol, far quel che far deve
al suo signore un cavallier fedele.
Sempre che questo assedio poi si leve,
avran ben tempo da finir querele.
Ruggier rispose a lui: - Mi sar lieve
differir questa pugna, fin che de le
forze di Carlo si traggia Agramante,
pur che mi rendi il mio Frontino inante.

97
Se di provarti c'hai fatto gran fallo,
e fatto hai cosa indegna ad un uom forte,
d'aver tolto a una donna il mio cavallo,
vuoi ch'io prolunghi fin che siamo in corte,
lascia Frontino, e nel mio arbitrio dllo.
Non pensare altrimente ch'io sopporte
che la battaglia qui tra noi non segua,
o ch'io ti faccia sol d'un'ora triegua. -

98
Mentre Ruggiero all'African domanda
o Frontino o battaglia allora allora,
e quello in lungo e l'uno e l'altro manda,
n vuol dare il destrier, n far dimora;
Mandricardo ne vien da un'altra banda,
e mette in campo un'altra lite ancora,
poi che vede Ruggier che per insegna
porta l'augel che sopra gli altri regna.

99
Nel campo azzur l'aquila bianca avea,
che de'Troiani fu l'insegna bella:
perch Ruggier l'origine traea
dal fortissimo Ettr, portava quella.
Ma questo Mandricardo non sapea;
n vuol patire, e grande ingiuria appella,
che ne lo scudo un altro debba porre
l'aquila bianca del famoso Ettorre.

100
Portava Mandricardo similmente
l'augel che rap in Ida Ganimede.
Come l'ebbe quel d che fu vincente
al castel periglioso, per mercede,
credo vi sia con l'altre istorie a mente,
e come quella fata gli lo diede
con tutte le bell'arme che Vulcano
avea gi date al cavallier troiano.

101
Altra volta a battaglia erano stati
Mandricardo e Ruggier solo per questo;
e per che caso fosser distornati,
io nol dir, che gi v' manifesto.
Dopo non s'eran mai pi raccozzati,
se non quivi ora; e Mandricardo presto,
visto lo scudo alz il superbo grido
minacciando, e a Ruggier disse: - Io ti sfido.

102
Tu la mia insegna, temerario, porti;
n questo  il primo d ch'io te l'ho detto.
E credi, pazzo, ancor ch'io tel comporti,
per una volta ch'io t'ebbi rispetto?
Ma poi che n minacce n conforti
ti pn questa follia levar del petto,
ti mostrer quanto miglior partito
t'era d'avermi subito ubbidito.

103
Come ben riscaldato arrido legno
a piccol soffio subito s'accende,
cos s'avampa di Ruggier lo sdegno
al primo motto che di questo intende.
- Ti pensi (disse) farmi stare al segno,
perch quest'altro ancor meco contende?
Ma mostrerotti ch'io son buon per torre
Frontino a lui, lo scudo a te d'Ettorre.

104
Un'altra volta pur per questo venni
teco a battaglia, e non  gran tempo anco;
ma d'ucciderti allora mi contenni,
perch tu non avevi spada al fianco.
Questi fatti saran, quelli fur cenni;
e mal sar per te quell'augel bianco,
ch'antiqua insegna  stata di mia gente:
tu te l'usurpi, io 'l porto giustamente. -

105
- Anzi t'usurpi tu l'insegna mia! -
rispose Mandricardo; e trasse il brando,
quello che poco inanzi per follia
avea gittato alla foresta Orlando.
Il buon Ruggier, che di sua cortesia
non pu non sempre ricordarsi, quando
vide il Pagan ch'avea tratta la spada,
lasci cader la lancia ne la strada.

106
E tutto a un tempo Balisarda stringe,
la buona spada, e me'lo scudo imbraccia:
ma l'Africano in mezzo il destrier spinge,
e Marfisa con lui presta si caccia;
e l'uno questo, e l'altro quel respinge,
e priegano amendui che non si faccia.
Rodomonte si duol che rotto il patto
due volte ha Mandricardo, che fu fatto.

107
Prima, credendo d'acquistar Marfisa,
fermato s'era a far pi d'una giostra;
or per privar Ruggier d'una divisa,
di curar poco il re Agramante mostra.
- Se pur (dicea) di fare a questa guisa,
finin prima tra noi la lite nostra,
conveniente e pi debita assai,
ch'alcuna di quest'altre che prese hai.

108
Con tal condizion fu stabilita
la triegua e questo accordo ch' fra nui.
Come la pugna teco avr finita,
poi del destrier risponder a costui.
Tu del tuo scudo, rimanendo in vita,
la lite avrai da terminar con lui;
ma ti dar da far tanto, mi spero,
che non n'avanzar troppo a Ruggiero. -

109
- La parte che ti pensi, non n'avrai
(rispose Mandricardo a Rodomonte):
io te ne dar pi che non vorrai,
e ti far sudar dal pi alla fronte:
e me ne rimarr per darne assai
(come non manca mai l'acqua del fonte)
ed a Ruggiero ed a mill'altri seco,
e a tutto il mondo che la voglia meco. -

110
Moltiplicavan l'ire e le parole
quando da questo e quando da quel lato:
con Rodomonte e con Ruggier la vuole
tutto in un tempo Mandricardo irato;
Ruggier, ch'oltraggio sopportar non suole,
non vuol pi accordo, anzi litigio e piato.
Marfisa or va da questo or da quel canto
per riparar, ma non pu sola tanto.

111
Come il villan, se fuor per l'alte sponde
trapela il fiume e cerca nuova strada,
frettoloso a vietar che non affonde
i verdi paschi e la sperata biada,
chiude una via ed un'altra, e si confonde;
che se ripara quinci che non cada,
quindi vede lassar gli argini molli,
e fuor l'acqua spicciar con pi rampolli:

112
cos, mentre Ruggiero e Mandricardo
e Rodomonte son tutti sozzopra,
ch'ognun vuol dimostrarsi pi gagliardo,
ed ai compagni rimaner di sopra,
Marfisa ad acchetarli have riguardo,
e s'affatica, e perde il tempo e l'opra;
che, come ne spicca uno e lo ritira,
gli altri duo risalir vede con ira.

113
Marfisa, che volea porgli d'accordo,
dicea: - Signori, udite il mio consiglio:
differire ogni lite  buon ricordo
fin ch'Agramante sia fuor di periglio.
S'ognun vuole al suo fatto essere ingordo,
anch'io con Mandricardo mi ripiglio;
e vo'vedere al fin se guadagnarme,
come egli ha detto,  buon per forza d'arme.

114
Ma se si de'soccorrere Agramante,
soccorrasi, e tra noi non si contenda. -
- Per me non si star d'andare inante
(disse Ruggier), pur che 'l destrier si renda.
O che mi dia il cavallo, a far di tante
una parola, o che da me il difenda:
o che qui morto ho da restare, o ch'io
in campo ho da tornar sul destrier mio. -

115
Rispose Rodomonte: - Ottener questo
non fia cos, come quell'altro, lieve.-
E seguit dicendo: - Io ti protesto
che, s'alcun danno il nostro re riceve,
fia per tua colpa; ch'io per me non resto
di fare a tempo quel che far si deve.-
Ruggiero a quel protesto poco bada;
ma stretto dal furor stringe la spada.

116
Al re d'Algier come cingial si scaglia,
e l'urta con lo scudo e con la spalla;
e in modo lo disordina e sbarraglia,
che fa che d'una staffa il pi gli falla.
Mandricardo gli grida: - O la battaglia
differisci, Ruggiero, o meco falla; -
e crudele e fellon pi che mai fosse,
Ruggier su l'elmo in questo dir percosse.

117
Fin sul collo al destrier Ruggier s'inchina,
n, quando vuolsi rilevar, si puote;
perch gli sopragiunge la ruina
del figlio d'Ulien che lo percuote.
Se non era di tempra adamantina,
fesso l'elmo gli avria fin tra le gote.
Apre Ruggier le mani per l'ambascia,
e l'una il fren, l'altra la spada lascia.

118
Se lo porta il destrier per la campagna:
dietro gli resta in terra Balisarda.
Marfisa che quel d fatta compagna
se gli era d'arme, par ch'avampi ed arda,
che solo fra que'duo cos rimagna:
e come era magnanima e gagliarda,
si drizza a Mandricardo, e col potere
ch'avea maggior, sopra la testa il fiere.

119
Rodomonte a Ruggier dietro si spinge:
vinto  Frontin, s'un'altra gli n'appicca;
ma Ricciardetto con Vivian si stringe,
e tra Ruggiero e 'l Saracin si ficca.
L'uno urta Rodomonte e lo rispinge,
e da Ruggier per forza lo dispicca;
l'altro la spada sua, che fu Viviano,
pone a Ruggier, gi risentito, in mano.

120
Tosto che 'l buon Ruggiero in s ritorna,
e che Vivian la spada gli appresenta,
a vendicar l'ingiuria non soggiorna,
e verso il re d'Algier ratto s'aventa,
come il leon che tolto su le corna
dal bue sia stato, e che 'l dolor non senta:
s sdegno ed ira ed impeto l'affretta,
stimula e sferza a far la sua vendetta.

121
Ruggier sul capo al Saracin tempesta:
e se la spada sua si ritrovasse,
che, come ho detto, al comminciar di questa
pugna, di man gran fellonia gli trasse,
mi credo ch'a difendere la testa
di Rodomonte l'elmo non bastasse,
l'elmo che fece il re far di Babelle
quando muover pens guerra alle stelle.

122
La Discordia, credendo non potere
altro esser quivi che contese e risse,
n vi dovesse mai pi luogo avere
o pace o triegua, alla sorella disse
ch'omai sicuramente a rivedere
i monachetti suoi seco venisse.
Lascinle andare, e stin noi dove in fronte
Ruggiero avea ferito Rodomonte.

123
Fu il colpo di Ruggier di s gran forza,
che fece in su la groppa di Frontino
percuoter l'elmo e quella dura scorza
di ch'avea armato il dosso il Saracino,
e lui tre volte e quattro a poggia e ad orza
piegar per gire in terra a capo chino;
e la spada egli ancora avria perduta,
se legata alla man non fosse suta.

124
Avea Marfisa a Mandricardo intanto
fatto sudar la fronte, il viso e il petto,
ed egli aveva a lei fatto altretanto;
ma s l'osbergo d'ambi era perfetto,
che mai poter falsarlo in nessun canto,
e stati eran sin qui pari in effetto:
ma in un voltar che fece il suo destriero,
bisogno ebbe Marfisa di Ruggiero.

125
Il destrier di Marfisa in un voltarsi
che fece stretto, ov'era molle il prato,
sdrucciol in guisa, che non pot aitarsi
di non tutto cader sul destro lato;
e nel volere in fretta rilevarsi,
da Brigliador fu pel traverso urtato,
con che il pagan poco cortese venne;
s che cader di nuovo gli convenne.

126
Ruggier che la donzella a mal partito
vide giacer, non differ il soccorso,
or che l'agio n'avea, poi che stordito
da s lontan quell'altro era trascorso:
fer su l'elmo il Tartaro; e partito
quel colpo gli avria il capo, come un torso,
se Ruggier Balisarda avesse avuta,
o Mandricardo in capo altra barbuta.

127
Il re d'Algier che si risente in questo,
si volge intorno, e Ricciardetto vede;
e si ricorda che gli fu molesto
dianzi, quando soccorso a Ruggier diede.
A lui si drizza, e saria stato presto
a darli del ben fare aspra mercede,
se con grande arte e nuovo incanto tosto
non se gli fosse Malagigi opposto.

128
Malagigi, che sa d'ogni malia
quel che ne sappia alcun mago eccellente,
ancor che 'l libro suo seco non sia,
con che fermare il sole era possente,
pur la scongiurazione onde solia
commandare ai demoni aveva a mente:
tosto in corpo al ronzino un ne costringe
di Doralice, ed in furor lo spinge.

129
Nel mansueto ubino che sul dosso
avea la figlia del re Stordilano,
fece entrar un degli angel di Minosso
sol con parole il frate di Viviano:
e quel che dianzi mai non s'era mosso,
se non quanto ubidito avea alla mano,
or d'improviso spicc in aria un salto,
che trenta pi fu lungo e sedeci alto.

130
Fu grande il salto, non per di sorte
che ne dovesse alcun perder la sella.
Quando si vide in alto, grid forte
(che si tenne per morta) la donzella.
Quel ronzin, come il diavol se lo porte,
dopo un gran salto se ne va con quella,
che pur grida soccorso, in tanta fretta,
che non l'avrebbe giunto una saetta.

131
Da la battaglia il figlio d'Ulieno
si lev al primo suon di quella voce;
e dove furiava il palafreno,
per la donna aiutar n'and veloce.
Mandricardo di lui non fece meno,
n pi a Ruggier, n pi a Marfisa nce;
ma, senza chieder loro o paci o tregue,
e Rodomonte e Doralice segue.

132
Marfisa intanto si lev di terra,
e tutta ardendo di disdegno e d'ira,
credesi far la sua vendetta, ed erra;
che troppo lungi il suo nimico mira.
Ruggier, ch'aver tal fin vede la guerra,
rugge come un leon, non che sospira.
Ben sanno che Frontino e Brigliadoro
giunger non ponno coi cavalli loro.

133
Ruggier non vuol cessar fin che decisa
col re d'Algier non l'abbia del cavallo:
non vuol quietar il Tartaro Marfisa,
che provato a suo senno anco non hallo.
Lasciar la sua querela a questa guisa
parrebbe all'uno e all'altro troppo fallo.
Di commune parer disegno fassi
di chi offesi gli avea seguire i passi.

134
Nel campo saracin li troveranno,
quando non possan ritrovarli prima;
che per levar l'assedio iti seranno,
prima che 'l re di Francia il tutto opprima.
Cos dirittamente se ne vanno
dove averli a man salva fanno stima.
Gi non and Ruggier cos di botto,
che non facesse ai suoi compagni motto.

135
Ruggier se ne ritorna ove in disparte
era il fratel de la sua donna bella,
e se gli proferisce in ogni parte
amico, per fortuna e buona e fella:
indi lo priega (e lo fa con bella arte)
che saluti in suo nome la sorella;
e questo cos ben gli venne detto,
che n a lui di n agli altri alcun sospetto.

136
E da lui, da Vivian, da Malagigi,
dal ferito Aldigier tolse commiato.
Si proferiro anch'essi alli servigi
di lui, debitor sempre in ogni lato.
Marfisa avea s il cor d'ire a Parigi,
che 'l salutar gli amici avea scordato;
ma Malagigi and tanto e Viviano,
che pur la salutaron di lontano;

137
e cos Ricciardetto; ma Aldigiero
giace, e convien che suo malgrado resti.
Verso Parigi avean preso il sentiero
quelli duo prima, ed or lo piglian questi.
Dirvi, Signor, ne l'altro canto spero
miracolosi e sopraumani gesti,
che con danno degli uomini di Carlo
ambe le coppie fer, di ch'io vi parlo.


CANTO VENTISETTESIMO.


1
Molti consigli de le donne sono
meglio improviso, ch'a pensarvi, usciti;
che questo  speziale e proprio dono
fra tanti e tanti lor dal ciel largiti.
Ma pu mal quel degli uomini esser buono,
che maturo discorso non aiti,
ove non s'abbia a ruminarvi sopra
speso alcun tempo e molto studio ed opra.

2
Parve, e non fu per buono il consiglio
di Malagigi, ancor che (come ho detto)
per questo di grandissimo periglio
liberassi il cugin suo Ricciardetto.
A levare indi Rodomonte e il figlio
del re Agrican, lo spirto avea costretto,
non avvertendo che sarebbon tratti
dove i cristian ne rimarrian disfatti.

3
Ma se spazio a pensarvi avesse avuto,
creder si pu che dato similmente
al suo cugino avria debito aiuto,
n fatto danno alla cristiana gente.
Commandare allo spirto avria potuto,
ch'alla via di levante o di ponente
s dilungata avesse la donzella,
che non n'udisse Francia pi novella.

4
Cos gli amanti suoi l'avrian seguta,
come a Parigi, anco in ogn'altro loco;
ma fu questa avvertenza inavvertita
da Malagigi, per pensarvi poco:
e la Malignit dal ciel bandita,
che sempre vorria sangue e strage e fuoco,
prese la via donde pi Carlo afflisse,
poi che nessuna il mastro gli prescrisse.

5
Il palafren ch'avea il demonio al fianco,
port la spaventata Doralice,
che non pot arrestarla fiume, e manco
fossa, bosco, palude, erta o pendice;
fin che per mezzo il campo inglese e franco,
e l'altra moltitudine fautrice
de l'insegne di Cristo, rassegnata
non l'ebbe al padre suo re di Granata.

6
Rodomonte col figlio d'Agricane
la seguitaro il primo giorno un pezzo,
che le vedean le spalle, ma lontane:
di vista poi perderonla da sezzo,
e venner per la traccia, come il cane
la lepre o il capriol trovare avezzo;
n si fermar, che furo in parte, dove
di lei ch'era col padre ebbono nuove.

7
Guardati, Carlo, che 'l ti viene addosso
tanto furor, ch'io non ti veggo scampo:
n questi pur, ma 'l re Gradasso  mosso
con Sacripante a danno del tuo campo.
Fortuna, per toccarti fin all'osso,
ti tolle a un tempo l'uno e l'altro lampo
di forza e di saper, che vivea teco;
e tu rimaso in tenebre sei cieco.

8
Io ti dico d'Orlando e di Rinaldo;
che l'uno al tutto furioso e folle,
al sereno, alla pioggia, al freddo, al caldo,
nudo va discorrendo il piano e 'l colle:
l'altro, con senno non troppo pi saldo,
d'appresso al gran bisogno ti si tolle;
che non trovando Angelica in Parigi,
si parte, e va cercandone vestigi.

9
Un fraudolente vecchio incantatore
gli fe'(come a principio vi si disse)
creder per un fantastico suo errore,
che con Orlando Angelica venisse:
ond di gelosia tocco nel core,
de la maggior ch'amante mai sentisse,
venne a Parigi, e come apparve in corte,
d'ire in Bretagna gli tocc per sorte.

10
Or fatta la battaglia onde portonne
egli l'onor d'aver chiuso Agramante,
torn a Parigi, e monister di donne
e case e rocche cerc tutte quante.
Se murata non  tra le colonne,
l'avria trovata il curioso amante.
Vedendo al fin ch'ella non v' n Orlando,
amenduo va con gran disio cercando.

11
Pens che dentro Anglante o dentro a Brava
se la godesse Orlando in festa e in giuoco;
e qua e l per ritrovarla andava,
n in quel la ritrov n in questo loco.
A Parigi di nuovo ritornava,
pensando che tardar dovesse poco
di capitare il paladino al varco;
che 'l suo star fuor non era senza incarco.

12
Un giorno o duo ne la citt soggiorna
Rinaldo; e poi ch'Orlando non arriva,
or verso Anglante, or verso Brava torna,
cercando se di lui novella udiva.
Cavalca e quando annotta e quando aggiorna,
alla fresca alba e all'ardente ora estiva;
e fa al lume del sole e de la luna
dugento volte questa via, non ch'una.

13
Ma l'antiquo aversario, il qual fece Eva
all'interdetto pome alzar la mano,
a Carlo un giorno i lividi occhi leva,
che 'l buon Rinaldo era da lui lontano;
e vedendo la rotta che poteva
darsi in quel punto al populo cristiano,
quanta eccellenza d'arme al mondo fusse
fra tutti i Saracini, ivi condusse.

14
Al re Gradasso e al buon re Sacripante,
ch'eran fatti compagni all'uscir fuore
de la piena d'error casa d'Atlante,
di venire in soccorso messe in core
alle genti assediate d'Agramante,
e a distruzion di Carlo imperatore:
ed egli per l'incognite contrade
fe'lor la scorta e agevol le strade.

15
Ed ad un altro suo diede negozio
d'affrettar Rodomonte e Mandricardo
per le vestigie donde l'altro sozio
a condur Doralice non  tardo.
Ne manda ancora un altro, perch in ozio
non stia Marfisa n Ruggier gagliardo;
ma chi guid l'ultima coppia tenne
la briglia pi, n quando gli altri venne.

16
La coppia di Marfisa e di Ruggiero
di mezza ora pi tarda si condusse;
per ch'astutamente l'angel nero,
volendo agli cristian dar de le busse,
provide che la lite del destriero
per impedire il suo desir non fusse,
che rinovata si saria, se giunto
fosse Ruggiero e Rodomonte a un punto.

17
I quattro primi si trovaro insieme
onde potean veder gli alloggiamenti
de l'esercito oppresso e di chi 'l preme,
e le bandiere in che feriano i venti.
Si consigliaro alquanto; e fur l'estreme
conclusion dei lor ragionamenti
di dare aiuto, mal grado di Carlo,
al re Agramante, e de l'assedio trarlo.

18
Stringonsi insieme, e prendono la via
per mezzo ove s'alloggiano i cristiani,
gridando Africa e Spagna tuttavia;
e si scopriro in tutto esser pagani.
Pel campo, arme, arme risonar s'udia;
ma menar si sentir prima le mani:
e de la retroguardia una gran frotta,
non ch'assalita sia, ma fugge in rotta.

19
L'esercito cristian mosso a tumulto
sozzopra va senza sapere il fatto.
Estima alcun che sia un usato insulto
che Svizzari o Guasconi abbino fatto.
Ma perch'alla pi parte  il caso occulto,
s'aduna insieme ogni nazion di fatto,
altri a suon di tamburo, altri di tromba:
grande  'l rumore, e fin al ciel rimbomba.

20
Il magno imperator, fuor che la testa,
 tutto armato, e i paladini ha presso;
e domandando vien che cosa  questa
che le squadre in disordine gli ha messo;
e minacciando, or questi or quelli arresta;
e vede a molti il viso o il petto fesso,
ad altri insanguinare o il capo o il gozzo,
alcun tornar con mano o braccio mozzo.

21
Giunge pi inanzi, e ne ritrova molti
giacere in terra, anzi in vermiglio lago
nel proprio sangue orribilmente involti,
n giovar lor pu medico n mago;
e vede dagli busti i capi sciolti
e braccia e gambe con crudele imago;
e ritrova dai primi alloggiamenti
agli ultimi per tutto uomini spenti.

22
Dove passato era il piccol drappello,
di chiara fama eternamente degno,
per lunga riga era rimaso quello
al mondo sempre memorabil segno.
Carlo mirando va il crudel macello,
maraviglioso, e pien d'ira e di sdegno,
come alcun, in cui danno il fulgur venne,
cerca per casa ogni sentier che tenne.

23
Non era agli ripari anco arrivato
del re african questo primiero aiuto,
che con Marfisa fu da un altro lato
l'animoso Ruggier sopravenuto.
Poi ch'una volta o due l'occhio aggirato
ebbe la degna coppia, e ben veduto
qual via pi breve per soccorrer fosse
l'assediato signor, ratto si mosse.

24
Come quando si d fuoco alla mina,
pel lungo solco de la negra polve
licenziosa fiamma arde e camina
s ch'occhio a dietro a pena se le volve;
e qual si sente poi l'alta ruina
che 'l duro sasso o il grosso muro solve:
cos Ruggiero e Marfisa veniro,
e tai ne la battaglia si sentiro.

25
Per lungo e per traverso a fender teste
incominciaro, e tagliar braccia e spalle
de le turbe che male erano preste
ad espedire e sgombrar loro il calle.
C'ha notato il passar de le tempeste,
ch'una parte d'un monte o d'una valle
offende, e l'altra lascia, s'appresenti
la via di questi duo fra quelle genti.

26
Molti che dal furor di Rodomonte
e di quegli altri primi eran fuggiti,
Dio ringraziavan ch'avea lor s pronte
gambe concesse, e piedi s spediti;
e poi, dando del petto e de la fronte
in Marfisa e in Ruggier, vedean scherniti,
come l'uom n per star n per fuggire,
al suo fisso destin pu contradire.

27
Chi fugge l'un pericolo, rimane
ne l'altro, e paga il fio d'ossa e di polpe.
Cos cader coi figli in bocca al cane
suol, sperando fuggir, timida volpe,
poi che la caccia de l'antique tane
il suo vicin che le d mille colpe,
e cautamente con fumo e con fuoco
turbata l'ha da non temuto loco.

28
Negli ripari entr de'Saracini
Marfisa con Ruggiero a salvamento.
Quivi tutti con gli occhi al ciel supini
Dio ringraziar del buono avvenimento.
Or non v' pi timor de'paladini:
il pi tristo pagan ne sfida cento;
ed  concluso che senza riposo
si torni a fare il campo sanguinoso.

29
Corni, bussoni, timpani moreschi
empieno il ciel di formidabil suoni:
ne l'aria tremolare ai venti freschi
si veggon le bandiere e i gonfaloni.
Da l'altra parte i capitan carleschi
stringon con Alamanni e con Britoni
quei di Francia, d'Italia e d'Inghilterra;
e si mesce aspra e sanguinosa guerra.

30
La forza del terribil Rodomonte,
quella di Mandricardo furibondo,
quella del buon Ruggier, di virt fonte,
del re Gradasso, s famoso al mondo,
e di Marfisa l'intrepida fronte,
col re circasso a nessun mai secondo,
feron chiamar san Gianni e san Dionigi
al re di Francia, e ritrovar Parigi.

31
Di questi cavallieri e di Marfisa
l'ardire invitto e la mirabil possa
non fu, Signor, di sorte, non fu in guisa
ch'imaginar, non che descriver possa.
Quindi si pu stimar che gente uccisa
fosse quel giorno, e che crudel percossa
avesse Carlo. Arroge poi con loro,
con Ferra pi d'un famoso Moro.

32
Molti per fretta s'affogaro in Senna
(che 'l ponte non potea supplire a tanti),
e desiar, come Icaro, la penna,
perch la morte avean dietro e davanti.
Eccetto Uggieri e il marchese di Vienna,
i paladin fur presi tutti quanti.
Olivier ritorn ferito sotto
la spalla destra, Uggier col capo rotto.

33
E se, come Rinaldo e come Orlando,
lasciato Brandimarte avesse il giuoco,
Carlo n'andava di Parigi in bando,
se potea vivo uscir di s gran fuoco.
Ci che pot, fe'Brandimarte, e quando
non pot pi, diede alla furia loco.
Cos Fortuna ad Agramante arrise,
ch'un'altra volta a Carlo assedio mise.

34
Di vedovelle i gridi e le querele,
e d'orfani fanciulli e di vecchi orbi,
ne l'eterno seren dove Michele
sedea, salir fuor di questi aer torbi;
e gli fecion veder come il fedele
popul preda de'lupi era e de'corbi,
di Francia, d'Inghilterra e di Lamagna,
che tutta avea coperta la campagna.

35
Nel viso s'arross l'angel beato,
parendogli che mal fosse ubidito
al Creatore, e si chiam ingannato
da la Discordia perfida e tradito.
D'accender liti tra i pagani dato
le avea l'assunto, e mal era esequito;
anzi tutto il contrario al suo disegno
parea aver fatto, a chi guardava al segno.

36
Come servo fedel, che pi d'amore
che di memoria abondi, e che s'aveggia
aver messo in oblio cosa ch'a core
quanto la vita e l'anima aver deggia,
studia con fretta d'emendar l'errore,
n vuol che prima il suo signor lo veggia:
cos l'angelo a Dio salir non volse,
se de l'obligo prima non si sciolse.

37
Al monister, dove altre volte avea
la Discordia veduta, drizz l'ali.
Trovolla ch'in capitulo sedea
a nuova elezion degli ufficiali;
e di veder diletto si prendea,
volar pel capo a'frati i breviali.
Le man le pose l'angelo nel crine,
e pugna e calci le di senza fine.

38
Indi le roppe un manico di croce
per la testa, pel dosso e per le braccia.
Merc grida la misera a gran voce,
e le genocchia al divin nunzio abbraccia.
Michel non l'abandona, che veloce
nel campo del re d'Africa la caccia;
e poi le dice: - Aspettati aver peggio,
se fuor di questo campo pi ti veggio. -

39
Come che la Discordia avesse rotto
tutto il dosso e le braccia, pur temendo
un'altra volta ritrovarsi sotto
a quei gran colpi, a quel furor tremendo,
corre a pigliare i mantici di botto,
ed agli accesi fuochi esca aggiungendo,
ed accendendone altri, fa salire
da molti cori un alto incendio d'ire.

40
E Rodomonte e Mandricardo e insieme
Ruggier n'infiamma s, che inanzi al Moro
li fa tutti venire, or che non preme
Carlo i pagani, anzi il vantaggio  loro.
Le differenze narrano, ed il seme
fanno saper, da cui produtte foro;
poi del re si rimettono al parere,
chi di lor prima il campo debba avere.

41
Marfisa del suo caso anco favella,
e dice che la pugna vuol finire,
che cominci col Tartaro; perch'ella
provocata da lui vi fu a venire:
n, per dar loco all'altre, volea quella
un'ora, non che un giorno, differire;
ma d'esser prima fa l'instanza grande,
ch'alla battaglia il Tartaro domande.

42
Non men vuol Rodomonte il primo campo
da terminar col suo rival l'impresa,
che per soccorrer l'africano campo
ha gi interrotta, e fin a qui sospesa.
Mette Ruggier le sue parole a campo,
e dice che patir troppo gli pesa
che Rodomonte il suo destrier gli tenga,
e ch'a pugna con lui prima non venga.

43
Per pi intricarla il Tartaro viene anche,
e niega che Ruggiero ad alcun patto
debba l'aquila aver da l'ale bianche;
e d'ira e di furore  cos matto,
che vuol, quando dagli altri tre non manche,
combatter tutte le querele a un tratto.
N pi dagli altri ancor saria mancato,
se 'l consenso del re vi fosse stato.

44
Con prieghi il re Agramante e buon ricordi
fa quanto pu, perch la pace segua;
e quando al fin tutti li vede sordi
non volere assentire a pace o a triegua,
va discorrendo come almen gli accordi
s, che l'un dopo l'altro il campo assegua:
e pel miglior partito al fin gli occorre
ch'ognuno a sorte il campo s'abbia a torre.

45
Fe'quattro brevi porre: un Mandricardo
e Rodomonte insieme scritto avea;
ne l'altro era Ruggiero e Mandricardo.
Rodomonte e Ruggier l'altro dicea;
dicea l'altro Marfisa e Mandricardo.
Indi all'arbitrio de l'instabil dea
li fece trarre: e 'l primo fu il signore
di Sarza a uscir con Mandricardo fuore.

46
Mandricardo e Ruggier fu nel secondo;
nel terzo fu Ruggiero e Rodomonte;
rest Marfisa e Mandricardo in fondo,
di che la donna ebbe turbata fronte.
N Ruggier pi di lei parve giocondo:
sa che le forze dei duo primi pronte
han tra lor da finir le liti in guisa,
che non ne fia per s n per Marfisa.

47
Giacea non lungi da Parigi un loco,
che volgea un miglio o poco meno intorno:
lo cingea tutto un argine non poco
sublime, a guisa d'un teatro adorno.
Un castel gi vi fu, ma a ferro e a fuoco
le mura e i tetti ed a ruina andorno.
Un simil pu vederne in su la strada,
qual volta a Borgo il Parmigiano vada.

48
In questo loco fu la lizza fatta,
di brevi legni d'ogn'intorno chiusa,
per giusto spazio quadra, al bisogno atta,
con due capaci porte, come s'usa.
Giunto il d ch'al re par che si combatta
tra i cavallier che non ricercan scusa,
furo appresso alle sbarre in ambi i lati
contra i rastrelli i padiglion tirati.

49
Nel padiglion ch' pi verso ponente
sta il re d'Algier, c'ha membra di gigante.
Gli pon lo scoglio indosso del serpente
l'ardito Ferra con Sacripante.
Il re Gradasso e Falsiron possente
sono in quell'altro al lato di levante,
e metton di sua man l'arme troiane
indosso al successor del re Agricane.

50
Sedeva in tribunale amplo e sublime
il re d'Africa, e seco era l'Ispano;
poi Stordilano, e l'altre genti prime
che riveria l'esercito pagano.
Beato a chi pn dare argini e cime
d'arbori stanza che gli alzi dal piano!
Grande  la calca, e grande in ogni lato
populo ondeggia intorno al gran steccato.

51
Eran con la regina di Castiglia
regine e principesse e nobil donne
d'Aragon, di Granata e di Siviglia,
e fin di presso all'atlantee colonne:
tra quai di Stordilan sedea la figlia,
che di duo drappi avea le ricche gonne,
l'un d'un rosso mal tinto, e l'altro verde;
ma 'l primo quasi imbianca e il color perde.

52
In abito succinta era Marfisa,
qual si convenne a donna ed a guerriera.
Termoodonte forse a quella guisa
vide Ippolita ornarsi e la sua schiera.
Gi, con la cotta d'arme alla divisa
del re Agramante, in campo venut'era
l'araldo a far divieto e metter leggi,
che n in fatto n in detto alcun parteggi.

53
La spessa turba aspetta disiando
la pugna, e spesso incolpa il venir tardo
dei duo famosi cavallieri; quando
s'ode dal padiglion di Mandricardo
alto rumor che vien moltiplicando.
Or sappiate, Signor, che 'l re gagliardo
di Sericana e 'l Tartaro possente
fanno il tumulto e 'l grido che si sente.

54
Avendo armato il re di Sericana
di sua man tutto il re di Tartaria,
per porgli al fianco la spada soprana
che gi d'Orlando fu, se ne vena;
quando nel pome scritto Durindana
vide, e 'l quartier ch'Almonte aver solia,
ch'a quel meschin fu tolto ad una fonte
dal giovenetto Orlando in Aspramonte.

55
Vedendola, fu certo ch'era quella
tanto famosa del signor d'Anglante,
per cui con grande armata, e la pi bella
che giamai si partisse di Levante,
soggiogato avea il regno di Castella,
e Francia vinta esso pochi anni inante:
ma non pu imaginarsi come avenga
ch'or Mandricardo in suo poter la tenga.

56
E dimandgli se per forza o patto
l'avesse tolta al conte, e dove e quando.
E Mandricardo disse ch'avea fatto
gran battaglia per essa con Orlando;
e come finto quel s'era poi matto,
cos coprire il suo timor sperando,
ch'era d'aver continua guerra meco,
fin che la buona spada avesse seco.

57
E dicea ch'imitato avea il castore,
il qual si strappa i genitali sui,
vedendosi alle spalle il cacciatore,
che sa che non ricerca altro da lui.
Gradasso non ud tutto il tenore,
che disse: - Non vo'darla a te n altrui:
tanto oro, tanto affanno e tanta gente
ci ho speso, che  ben mia debitamente.

58
Cercati pur fornir d'un'altra spada,
ch'io voglio questa, e non ti paia nuovo.
Pazzo o saggio ch'Orlando se ne vada,
averla intendo, ovunque io la ritrovo.
Tu senza testimoni in su la strada
te l'usurpasti: io qui lite ne muovo.
La mia ragion dir mia scimitarra,
e faremo il giudicio ne la sbarra.

59
Prima, di guadagnarla t'apparecchia,
che tu l'adopri contra a Rodomonte.
Di comprar prima l'arme  usanza vecchia,
ch'alla battaglia il cavallier s'affronte. -
- Pi dolce suon non mi viene all'orecchia
(rispose alzando il Tartaro la fronte),
che quando di battaglia alcun mi tenta;
ma fa che Rodomonte lo consenta.

60
Fa che sia tua la prima, e che si tolga
il re di Sarza la tenzon seconda:
e non ti dubitar ch'io non mi volga,
e ch'a te ed ad ogni altro io non risponda. -
Ruggier grid: - Non vo'che si disciolga
il patto, o pi la sorte si confonda:
o Rodomonte in campo prima saglia,
o sia la sua dopo la mia battaglia.

61
Se di Gradasso la ragion prevale,
prima acquistar che porre in opra l'arme;
n tu l'aquila mia da le bianche ale
prima usar di, che non me ne disarme:
ma poi ch' stato il mio voler gi tale,
di mia sentenza non voglio appellarme,
che sia seconda la battaglia mia,
quando del re d'Algier la prima sia.

62
Se turbarete voi l'ordine in parte,
io totalmente turbarollo ancora.
Io non intendo il mio scudo lasciarte,
se contra me non lo combatti or ora. -
- Se l'uno e l'altro di voi fosse Marte
(rispose Mandricardo irato allora),
non saria l'un n l'altro atto a vietarme
la buona spada o quelle nobili arme. -

63
E tratto da la colera, aventosse
col pugno chiuso al re di Sericana;
e la man destra in modo gli percosse,
ch'abandonar gli fece Durindana.
Gradasso, non credendo ch'egli fosse
di cos folle audacia e cos insana,
colto improviso fu, che stava a bada,
e tolta si trov la buona spada.

64
Cos scornato, di vergogna e d'ira
nel viso avampa, e par che getti fuoco;
e pi l'affligge il caso e lo martira,
poi che gli accade in s palese loco.
Bramoso di vendetta si ritira,
a trar la scimitarra, a dietro un poco.
Mandricardo in s tanto si confida,
che Ruggiero anco alla battaglia sfida.

65
- Venite pure inanzi amenduo insieme,
e vengane pel terzo Rodomonte,
Africa e Spagna e tutto l'uman seme;
ch'io son per sempremai volger la fronte. -
Cos dicendo, quel che nulla teme,
mena d'intorno la spada d'Almonte;
lo scudo imbraccia, disdegnoso e fiero,
contra Gradasso e contra il buon Ruggiero.

66
- Lascia la cura a me (dicea Gradasso),
ch'io guarisca costui de la pazzia. -
- Per Dio (dicea Ruggier), non te la lasso,
ch'esser convien questa battaglia mia. -
- Va indietro tu! - Vavvi pur tu! - n passo
per tornando, gridan tuttavia;
ed attaccossi la battaglia in terzo,
ed era per uscirne un strano scherzo,

67
se molti non si fossero interposti
a quel furor, non con troppo consiglio;
ch'a spese lor quasi imparar che costi
voler altri salvar con suo periglio.
N tutto 'l mondo mai gli avria composti,
se non venia col re d'Ispagna il figlio
del famoso Troiano, al cui cospetto
tutti ebbon riverenza e gran rispetto.

68
Si fe'Agramante la cagione esporre
di questa nuova lite cos ardente:
poi molto affaticossi per disporre
che per quella giornata solamente
a Mandricardo la spada d'Ettorre
concedesse Gradasso umanamente,
tanto ch'avesse fin l'aspra contesa
ch'avea gi incontra a Rodomonte presa.

69
Mentre studia placarli il re Agramante,
ed or con questo ed or con quel ragiona;
da l'altro padiglion tra Sacripante
e Rodomonte un'altra lite suona.
Il re circasso (come  detto inante)
stava di Rodomonte alla persona,
ed egli e Ferra gli aveano indotte
l'arme del suo progenitor Nembrotte.

70
Ed eran poi venuti ove il destriero
facea, mordendo, il ricco fren spumoso;
io dico il buon Frontin, per cui Ruggiero
stava iracondo e pi che mai sdegnoso.
Sacripante ch'a por tal cavalliero
in campo avea, mirava curioso
se ben ferrato e ben guernito e in punto
era il destrier, come doveasi a punto.

71
E venendo a guardargli pi a minuto
i segni, le fattezze isnelle ed atte,
ebbe, fuor d'ogni dubbio, conosciuto
che questo era il destrier suo Frontalatte,
che tanto caro gi s'avea tenuto,
per cui gi avea mille querele fatte;
e poi che gli fu tolto, un tempo volse
sempre ire a piedi: in modo gliene dolse.

72
Inanzi Albracca glie l'avea Brunello
tolto di sotto quel medesmo giorno
ch'ad Angelica ancor tolse l'annello,
al conte Orlando Balisarda e 'l corno,
e la spada a Marfisa: ed avea quello,
dopo che fece in Africa ritorno,
con Balisarda insieme a Ruggier dato,
il qual l'avea Frontin poi nominato.

73
Quando conobbe non si apporre in fallo,
disse il Circasso, al re d'Algier rivolto:
- Sappi, signor, che questo  mio cavallo,
ch'ad Albracca di furto mi fu tolto.
Bene avrei testimoni da provallo;
ma perch son da noi lontani molto,
s'alcun lo niega, io gli vo'sostenere
con l'arme in man le mie parole vere.

74
Ben son contento, per la compagnia
in questi pochi d stata fra noi,
che prestato il cavallo oggi ti sia,
ch'io veggo ben che senza far non puoi;
per con patto, se per cosa mia
e prestata da me conoscer vuoi:
altrimente d'averlo non far stima,
o se non lo combatti meco prima. -

75
Rodomonte, del quale un pi orgoglioso
non ebbe mai tutto il mestier de l'arme;
al quale in esser forte e coraggioso
alcuno antico d'uguagliar non parme;
rispose: - Sacripante, ogn'altro ch'oso,
fuor che tu, fosse in tal modo a parlarme,
con suo mal si saria tosto avveduto
che meglio era per lui di nascer muto.

76
Ma per la compagnia che, come hai detto,
novellamente insieme abbiamo presa,
ti son contento aver tanto rispetto,
ch'io t'ammonisca a tardar questa impresa,
fin che de la battaglia veggi effetto,
che fra il Tartaro e me tosto fia accesa:
dove porti uno esempio inanzi spero,
ch'avrai di grazia a dirmi: Abbi il destriero. -

77
Gli  teco cortesia l'esser villano
(disse il Circasso pien d'ira e di isdegno);
ma pi chiaro ti dico ora e pi piano,
che tu non faccia in quel destrier disegno:
che te lo defendo io, tanto ch'in mano
questa vindice mia spada sostegno;
e mettervi insino l'ugna e il dente,
se non potr difenderlo altrimente. -

78
Venner da le parole alle contese,
ai gridi, alle minacce, alla battaglia,
che per molt'ira in pi fretta s'accese,
che s'accendesse mai per fuoco paglia.
Rodomonte ha l'osbergo ed ogni arnese,
Sacripante non ha piastra n maglia;
ma par (s ben con lo schermir s'adopra)
che tutto con la spada si ricuopra.

79
Non era la possanza e la fierezza
di Rodomonte, ancor ch'era infinita,
pi che la providenza e la destrezza
con che sue forze Sacripante aita.
Non volt ruota mai con pi prestezza
il macigno sovran che 'l grano trita,
che faccia Sacripante or mano or piede
di qua di l, dove il bisogno vede.

80
Ma Ferra, ma Serpentino arditi
trasson le spade, e si cacciar tra loro,
dal re Grandonio, da Isolier seguiti,
da molt'altri signor del popul Moro.
Questi erano i romori, i quali uditi
ne l'altro padiglion fur da costoro,
quivi per accordar venuti invano
col Tartaro, Ruggiero e 'l Sericano.

81
Venne chi la novella al re Agramante
riport certa, come pel destriero
avea con Rodomonte Sacripante
incominciato un aspro assalto e fiero.
Il re, confuso di discordie tante,
disse a Marsilio: - Abbi tu qui pensiero
che fra questi guerrier non segua peggio,
mentre all'altro disordine io proveggio. -

82
Rodomonte, che 'l re, suo signor, mira,
frena l'orgoglio, e torna indietro il passo;
n con minor rispetto si ritira
al venir d'Agramante il re circasso.
Quel domanda la causa di tant'ira
con real viso e parlar grave e basso:
e cerca, poi che n'ha compreso il tutto,
porli d'accordo; e non vi fa alcun frutto.

83
Il re circasso il suo destrier non vuole
ch'al re d'Algier pi lungamente resti,
se non s'umilia tanto di parole,
che lo venga a pregar che glie lo presti.
Rodomonte, superbo come suole,
gli risponde: - N 'l ciel, n tu faresti
che cosa che per forza aver potessi,
da altri, che da me, mai conoscessi. -

84
Il re chiede al Circasso, che ragione
ha nel cavallo, e come gli fu tolto:
e quel di parte in parte il tutto espone,
ed esponendo s'arrossisce in volto,
quando gli narra che 'l sottil ladrone,
ch'in un alto pensier l'aveva colto,
la sella su quattro aste gli suffolse,
e di sotto il destrier nudo gli tolse.

85
Marfisa che tra gli altri al grido venne,
tosto che 'l furto del cavallo ud,
in viso si turb, che le sovenne
che perd la sua spada ella quel d:
e quel destrier che parve aver le penne
da lei fuggendo, riconobbe qui:
riconobbe anco il buon re Sacripante,
che non avea riconosciuto inante.

86
Gli altri ch'erano intorno, e che vantarsi
Brunel di questo aveano udito spesso,
verso lui cominciaro a rivoltarsi,
e far palesi cenni ch'era desso;
Marfisa sospettando, ad informarsi
da questo e da quell'altro ch'avea appresso,
tanto che venne a ritrovar che quello
che le tolse la spada era Brunello:

87
e seppe che pel furto onde era degno
che gli annodasse il collo un capestro unto,
dal re Agramante al tingitano regno
fu, con esempio inusitato, assunto.
Marfisa, rinfrescando il vecchio sdegno,
disegn vendicarsene a quel punto,
e punir scherni e scorni che per strada
fatti l'avea sopra la tolta spada.

88
Dal suo scudier l'elmo allacciar si fece;
che del resto de l'arme era guernita.
Senza osbergo io non trovo che mai diece
volte fosse veduta alla sua vita,
dal giorno ch'a portarlo assuefece
la sua persona, oltre ogni fede ardita.
Con l'elmo in capo and dove fra i primi
Brunel sedea negli argini sublimi.

89
Gli diede a prima giunta ella di piglio
in mezzo il petto, e da terra levollo,
come levar suol col falcato artiglio
talvolta la rapace aquila il pollo;
e l dove la lite inanzi al figlio
era del re Troian, cos portollo.
Brunel, che giunto in male man si vede,
pianger non cessa e domandar mercede.

90
Sopra tutti i rumor, strepiti e gridi,
di che 'l campo era pien quasi ugualmente,
Brunel, ch'ora pietade ora sussidi
domandando vena, cos si sente,
ch'al suono de'ramarichi e de'stridi
si fa d'intorno accor tutta la gente.
Giunta inanzi al re d'Africa, Marfisa
con viso altier gli dice in questa guisa:

91
- Io voglio questo ladro tuo vasallo
con le mie mani impender per la gola,
perch il giorno medesmo che 'l cavallo
a costui tolle, a me la spada invola.
Ma se gli  alcun che voglia dir ch'io fallo,
facciasi inanzi e dica una parola;
ch'in tua presenza gli vo'sostenere
che se ne mente, e ch'io fo il mio dovere.

92
Ma perch si potria forse imputarme
c'ho atteso a farlo in mezzo a tante liti,
mentre che questi pi famosi in arme
d'altre querele son tutti impediti;
tre giorni ad impiccarlo io vo'indugiarme:
intanto o vieni, o manda chi l'aiti;
che dopo, se non fia chi me lo vieti,
far di lui mille uccellacci lieti.

93
Di qui presso a tre leghe a quella torre
che siede inanzi ad un piccol boschetto,
senza pi compagnia mi vado a porre,
che d'una mia donzella e d'un valletto.
S'alcuno ardisce di venirmi a torre
questo ladron, l venga, ch'io l'aspetto. -
Cos disse ella; e dove disse, prese
tosto la via, n pi risposta attese.

94
Sul collo inanzi del destrier si pone
Brunel, che tuttavia tien per le chiome.
Piange il misero e grida, e le persone,
in che sperar sola, chiama per nome.
Resta Agramante in tal confusione
di questi intrichi, che non vede come
poterli sciorre; e gli par via pi greve
che Marfisa Brunel cos gli leve.

95
Non che l'apprezzi o che gli porti amore,
anzi pi giorni son che l'odia molto;
e spesso ha d'impiccarlo avuto in core,
dopo che gli era stato l'annel tolto.
Ma questo atto gli par contra il suo onore,
s che n'avampa di vergogna in volto.
Vuole in persona egli seguirla in fretta,
e a tutto suo poter farne vendetta.

96
Ma il re Sobrino, il quale era presente,
da questa impresa molto il dissuade,
dicendogli che mal conveniente
era all'altezza di sua maestade,
se ben avesse d'esserne vincente
ferma speranza e certa sicurtade:
pi ch'onor, gli fia biasmo, che si dica
ch'abbia vinta una femina a fatica.

97
Poco l'onore, e molto era il periglio
d'ogni battaglia che con lei pigliasse;
e che gli dava per miglior consiglio,
che Brunello alle forche aver lasciasse;
e se credesse ch'uno alzar di ciglio
a torlo dal capestro gli bastasse,
non dovea alzarlo, per non contradire
che s'abbia la giustizia ad esequire.

98
- Potrai mandare un che Marfisa prieghi
(dicea) ch'in questo giudice ti faccia,
con promission ch'al ladroncel si leghi
il laccio al collo, e a lei si sodisfaccia;
e quando anco ostinata te lo nieghi,
se l'abbia, e il suo desir tutto compiaccia:
pur che da tua amicizia non si spicchi,
Brunello e gli altri ladri tutti impicchi. -

99
Il re Agramante volentier s'attenne
al parer di Sobrin discreto e saggio;
e Marfisa lasci, che non le venne,
n pat ch'altri andasse a farle oltraggio,
n di farla pregare anco sostenne:
e toler, Dio sa con che coraggio,
per poter acchetar liti maggiori,
e del suo campo tor tanti romori.

100
Di ci si ride la Discordia pazza,
che pace o triegua ormai pi teme poco.
Scorre di qua e di l tutta la piazza,
n pu trovar per allegrezza loco.
La Superbia con lei salta e gavazza,
e legne ed esca va aggiungendo al fuoco:
e grida s, che fin ne l'alto regno
manda a Michel de la vittoria segno.

101
Trem Parigi e turbidossi Senna
all'alta voce, a quello orribil grido;
rimbomb il suon fin alla selva Ardenna
s che lasciar tutte le fiere il nido.
Udiron l'Alpi e il monte di Gebenna,
di Blaia e d'Arli e di Roano il lido;
Rodano e Sonna ud, Garonna e il Reno:
si strinsero le madri i figli al seno.

102
Son cinque cavallier c'han fisso il chiodo
d'essere i primi a terminar sua lite,
l'una ne l'altra aviluppata in modo,
che non l'avrebbe Apolline espedite.
Commincia il re Agramante a sciorre il nodo
de le prime tenzon ch'aveva udite,
che per la figlia del re Stordilano
eran tra il re di Scizia e il suo Africano.

103
Il re Agramante and per porre accordo
di qua e di l pi volte a questo e a quello,
e a questo e a quel pi volte di ricordo
da signor giusto e da fedel fratello:
e quando parimente trova sordo
l'un come l'altro, indomito e rubello
di volere esser quel che resti senza
la donna da cui vien lor differenza;

104
s'appiglia al fin, come a miglior partito,
di che amendui si contentar gli amanti,
che de la bella donna sia marito
l'uno de'duo, quel che vuole essa inanti;
e da quanto per lei sia stabilito,
pi non si possa andar dietro n avanti.
All'uno e all'altro piace il compromesso,
sperando ch'esser debbia a favor d'esso.

105
Il re di Sarza, che gran tempo prima
di Mandricardo amava Doralice,
ed ella l'avea posto in su la cima
d'ogni favor ch'a donna casta lice;
che debba in util suo venire estima
la gran sentenza che 'l pu far felice:
n egli avea questa credenza solo,
ma con lui tutto il barbaresco stuolo.

106
Ognun sapea ci ch'egli avea gi fatto
per essa in giostre, in torniamenti, in guerra;
e che stia Mandricardo a questo patto,
dicono tutti che vaneggia ed erra.
Ma quel che pi fiate e pi di piatto
con lei fu mentre il sol stava sotterra,
e sapea quanto avea di certo in mano,
ridea del popular giudicio vano.

107
Poi lor convenzion ratificaro
in man del re quei duo prochi famosi,
ed indi alla donzella se n'andaro.
Ed ella abbass gli occhi vergognosi,
e disse che pi il Tartaro avea caro:
di che tutti restar maravigliosi;
Rodomonte s attonito e smarrito,
che di levar non era il viso ardito.

108
Ma poi che l'usata ira cacci quella
vergogna che gli avea la faccia tinta,
ingiusta e falsa la sentenza appella;
e la spada impugnando, ch'egli ha cinta,
dice, udendo il re e gli altri, che vuol ch'ella
gli dia perduta questa causa o vinta,
e non l'arbitrio di femina lieve
che sempre inchina a quel che men far deve.

109
Di nuovo Mandricardo era risorto,
dicendo: - Vada pur come ti pare: -
s che prima che 'l legno entrasse in porto,
v'era a solcare un gran spazio di mare:
se non che 'l re Agramante diede torto
a Rodomonte, che non pu chiamare
pi Mandricardo per quella querela;
e fe'cadere a quel furor la vela.

110
Or Rodomonte che notar si vede
dinanzi a quei signor di doppio scorno,
dal suo re, a cui per riverenza cede,
e da la donna sua, tutto in un giorno,
quivi non volse pi fermare il piede;
e de la molta turba ch'avea intorno
seco non tolse pi che duo sergenti,
ed usc dei moreschi alloggiamenti.

111
Come, partendo, afflitto tauro suole,
che la giuvenca al vincitor cesso abbia,
cercar le selve e le rive pi sole
lungi dai paschi, o qualche arrida sabbia;
dove muggir non cessa all'ombra e al sole,
n per scema l'amorosa rabbia:
cos sen va di gran dolor confuso
il re d'Algier da la sua donna escluso.

112
Per riavere il buon destrier si mosse
Ruggier, che gi per questo s'era armato;
ma poi di Mandricardo ricordasse,
a cui de la battaglia era ubligato:
non segu Rodomonte, e ritornosse
per entrar col re tartaro in steccato
prima che 'ntrasse il re di Sericana,
che l'altra lite avea di Durindana.

113
Veder torsi Frontin troppo gli pesa
dinanzi agli occhi, e non poter vietarlo;
ma dato ch'abbia fine a questa impresa,
ha ferma intenzion di ricovrarlo.
Ma Sacripante, che non ha contesa,
come Ruggier, che possa distornarlo,
e che non ha da far altro che questo,
per l'orme vien di Rodomonte presto.

114
E tosto l'avria giunto, se non era
un caso strano che trov tra via,
che lo fe'dimorar fin alla sera,
e perder le vestigie che seguia.
Trov una donna che ne la riviera
di Senna era caduta, e vi peria,
s'a darle tosto aiuto non veniva:
salt ne l'acqua e la ritrasse a riva.

115
Poi quando in sella volse risalire,
aspettato non fu dal suo destriero,
che fin a sera si fece seguire,
e non si lasci prender di leggiero:
preselo al fin, ma non seppe venire
pi, donde s'era tolto dal sentiero:
ducento miglia err tra piano e monte,
prima che ritrovasse Rodomonte.

116
Dove trovollo, e come fu conteso
con disvantaggio assai di Sacripante,
come perd il cavallo e rest preso,
or non dir; c'ho da narrarvi inante
di quanto sdegno e di quanta ira acceso
contra la donna e contra il re Agramante
del campo Rodomonte si partisse,
e ci che contra all'uno e all'altro disse.

117
Di cocenti sospir l'aria accendea
dovunque andava il Saracin dolente:
Ecco per la piet che gli n'avea,
da'cavi sassi rispondea sovente.
- Oh feminile ingegno (egli dicea),
come ti volgi e muti facilmente,
contrario oggetto proprio de la fede!
Oh infelice, oh miser chi ti crede!

118
N lunga servit, n grand'amore
che ti fu a mille prove manifesto,
ebbono forza di tenerti il core,
che non fossi a cangiarsi almen s presto.
Non perch'a Mandricardo inferiore
io ti paressi, di te privo resto;
n so trovar cagione ai casi miei,
se non quest'una, che femina sei.

119
Credo che t'abbia la Natura e Dio
produtto, o scelerato sesso, al mondo
per una soma, per un grave fio
de l'uom, che senza te saria giocondo:
come ha produtto anco il serpente rio
e il lupo e l'orso, e fa l'aer fecondo
e di mosche e di vespe e di tafani,
e loglio e avena fa nascer tra i grani.

120
Perch fatto non ha l'alma Natura,
che senza te potesse nascer l'uomo,
come s'inesta per umana cura
l'un sopra l'altro il pero, il corbo e 'l pomo?
Ma quella non pu far sempre a misura:
anzi, s'io vo'guardar come io la nomo,
veggo che non pu far cosa perfetta,
poi che Natura femina vien detta.

121
Non siate per tumide e fastose,
donne, per dir che l'uom sia vostro figlio;
che de le spine ancor nascon le rose,
e d'una fetida erba nasce il giglio:
importune, superbe, dispettose,
prive d'amor, di fede e di consiglio,
temerarie, crudeli, inique, ingrate,
per pestilenza eterna al mondo nate. -

122
Con queste ed altre er infinite appresso
querele il re di Sarza se ne giva,
or ragionando in un parlar sommesso,
quando in un suon che di lontan s'udiva,
in onta e in biasmo del femineo sesso:
e certo da ragion si dipartiva;
che per una o per due che trovi ree,
che cento buone sien creder si dee.

123
Se ben di quante io n'abbia fin qui amate,
non n'abbia mai trovata una fedele,
perfide tutte io non vo'dir n ingrate,
ma darne colpa al mio destin crudele.
Molte or ne sono, e pi gi ne son state,
che non dan causa ad uom che si querele;
ma mia fortuna vuol che s'una ria
ne sia tra cento, io di lei preda sia.

124
Pur vo'tanto cercar prima ch'io mora,
anzi prima che 'l crin pi mi s'imbianchi,
che forse dir un d, che per me ancora
alcuna sia che di sua f non manchi.
Se questo avvien (che di speranza fuora
io non ne son), non fia mai ch'io mi stanchi
di farla, a mia possanza, gloriosa
con lingua e con inchiostro, e in verso e in prosa.

125
Il Saracin non avea manco sdegno
contra il suo re, che contra la donzella;
e cos di ragion passava il segno,
biasmando lui, come biasmando quella.
Ha disio di veder che sopra il regno
gli cada tanto mal, tanta procella,
ch'in Africa ogni casa si funesti,
n pietra salda sopra pietra resti;

126
e che spinto del regno, in duolo e in lutto
viva Agramante misero e mendico:
e ch'esso sia che poi gli renda il tutto,
e lo riponga nel suo seggio antico,
e de la fede sua produca il frutto;
e gli faccia veder ch'un vero amico
a dritto e a torto esser dovea preposto,
se tutto 'l mondo se gli fosse opposto.

127
E cos quando al re, quando alla donna
volgendo il cor turbato, il Saracino
cavalca a gran giornate, e non assonna,
e poco riposar lascia Frontino.
Il d seguente o l'altro in su la Sonna
si ritrov, ch'avea dritto il camino
verso il mar di Provenza, con disegno
di navigare in Africa al suo regno.

128
Di barche e di sottil legni era tutto
fra l'una ripa e l'altra il fiume pieno,
ch'ad uso de l'esercito condutto
da molti lochi vettovaglie avieno;
perch in poter de'Mori era ridutto,
venendo da Parigi al lito ameno
d'Acquamorta, e voltando invr la Spagna,
ci che v' da man destra di campagna.

129
Le vettovaglie in carra ed in iumenti,
tolte fuor de le navi, erano carche,
e tratte con la scorta de le genti,
ove venir non si potea con barche.
Avean piene le ripe i grassi armenti
quivi condotti da diverse marche;
e i conduttori intorno alla riviera
per vari tetti albergo avean la sera.

130
Il re d'Algier, perch gli sopravenne
quivi la notte e l'aer nero e cieco,
d'un ostier paesan lo 'nvito tenne,
che lo preg che rimanesse seco.
Adagiato il destrier, la mensa venne
di vari cibi e di vin corso e greco;
che 'l Saracin nel resto alla moresca
ma volse far nel bere alla francesca.

131
L'oste con buona mensa e miglior viso
studi di fare a Rodomonte onore;
che la presenza gli di certo aviso
ch'era uomo illustre e pien d'alto valore:
ma quel che da se stesso era diviso,
n quella sera avea ben seco il core
(che mal suo grado s'era ricondotto
alla donna gi sua), non facea motto.

132
Il buon ostier, che fu dei diligenti
che mai si sien per Francia ricordati,
quando tra le nimiche e strane genti
l'albergo e'beni suoi s'avea salvati,
per servir, quivi, alcuni suoi parenti,
a tal servigio pronti, avea chiamati;
de'quai non era alcun di parlar oso,
vedendo il Saracin muto e pensoso.

133
Di pensiero in pensiero and vagando
da se stesso lontano il pagan molto,
col viso a terra chino, n levando
s gli occhi mai, ch'alcun guardasse in volto.
Dopo un lungo star cheto, suspirando,
s come d'un gran sonno allora sciolto,
tutto si scosse, e insieme alz le ciglia,
e volt gli occhi all'oste e alla famiglia.

134
Indi roppe il silenzio, e con sembianti
pi dolci un poco e viso men turbato,
domand all'oste e agli altri circostanti
se d'essi alcuno avea mogliere a lato.
Che l'oste e che quegli altri tutti quanti
l'aveano, per risposta gli fu dato.
Domanda lor quel che ciascun si crede
de la sua donna nel servargli fede.

135
Eccetto l'oste, fer tutti risposta,
che si credeano averle e caste e buone.
Disse l'oste: - Ognun pur creda a sua posta;
ch'io so ch'avete falsa opinione.
Il vostro sciocco credere vi costa
ch'io stimi ognun di voi senza ragione;
e cos far questo signor deve anco,
se non vi vuol mostrar nero per bianco.

136
Perch, s come  sola la fenice,
n mai pi d'una in tutto il mondo vive,
cos n mai pi d'uno esser si dice,
che de la moglie i tradimenti schive.
Ognun si crede d'esser quel felice,
d'esser quel sol ch'a questa palma arrive.
Come  possibil che v'arrivi ognuno,
se non ne pu nel mondo esser pi d'uno?

137
Io fui gi ne l'error che siete voi,
che donna casta anco pi d'una fusse.
Un gentilomo di Vinegia poi,
che qui mia buona sorte gi condusse,
seppe far s con veri esempi suoi,
che fuor de l'ignoranza mi ridusse.
Gian Francesco Valerio era nomato;
che 'l nome suo non mi s' mai scordato.

138
Le fraudi che le mogli e che l'amiche
sogliano usar, sapea tutte per conto:
e sopra ci moderne istorie e antiche,
e proprie esperienze avea s in pronto,
che mi mostr che mai donne pudiche
non si trovaro, o povere o di conto;
e s'una casta pi de l'altra parse,
vena, perch pi accorta era a celarse.

139
E fra l'altre (che tante me ne disse,
che non ne posso il terzo ricordarmi),
s nel capo una istoria mi si scrisse,
che non si scrisse mai pi saldo in marmi:
e ben parria a ciascuno che l'udisse,
di queste rie quel ch'a me parve e parmi.
E se, signor, a voi non spiace udire,
a lor confusion ve la vo'dire. -

140
Rispose il Saracin: - Che puoi tu farmi,
che pi al presente mi diletti e piaccia,
che dirmi istoria e qualche esempio darmi
che con l'opinion mia si confaccia?
Perch'io possa udir meglio, e tu narrarmi,
siedemi incontra, ch'io ti vegga in faccia. -
Ma nel canto che segue io v'ho da dire
quel che fe'l'oste a Rodomonte udire.


CANTO VENTOTTESIMO.


1
Donne, e voi che le donne avete in pregio,
per Dio, non date a questa istoria orecchia,
a questa che l'ostier dire in dispregio
e in vostra infamia e biasmo s'apparecchia;
ben che n macchia vi pu dar n fregio
lingua s vile, e sia l'usanza vecchia
che 'l volgare ignorante ognun riprenda,
e parli pi di quel che meno intenda.

2
Lasciate questo canto, che senza esso
pu star l'istoria, e non sar men chiara.
Mettendolo Turpino, anch'io l'ho messo,
non per malivolenza n per gara.
Ch'io v'ami, oltre mia lingua che l'ha espresso,
che mai non fu di celebrarvi avara,
n'ho fatto mille prove; e v'ho dimostro
ch'io son, n potrei esser se non vostro.

3
Passi, chi vuol, tre carte o quattro, senza
leggerne verso, e chi pur legger vuole,
gli dia quella medesima credenza
che si suol dare a finzioni e a fole.
Ma tornando al dir nostro, poi ch'udienza
apparecchiata vide a sue parole,
e darsi luogo incontra al cavalliero,
cos l'istoria incominci l'ostiero.

4
- Astolfo, re de'Longobardi, quello
a cui lasci il fratel monaco il regno,
fu ne la giovinezza sua s bello,
che mai poch'altri giunsero a quel segno.
N'avria a fatica un tal fatto a penello
Apelle, o Zeusi, o se v' alcun pi degno.
Bello era, ed a ciascun cos parea:
ma di molto egli ancor pi si tenea.

5
Non stimava egli tanto per l'altezza
del grado suo, d'avere ognun minore;
n tanto, che di genti e di ricchezza,
di tutti i re vicini era il maggiore;
quanto che di presenza e di bellezza
avea per tutto 'l mondo il primo onore.
Godea di questo, udendosi dar loda,
quanto di cosa volentier pi s'oda.

6
Tra gli altri di sua corte avea assai grato
Fausto Latini, un cavallier romano:
con cui sovente essendosi lodato
or del bel viso or de la bella mano,
ed avendolo un giorno domandato
se mai veduto avea, presso o lontano,
altro uom di forma cos ben composto;
contra quel che credea, gli fu risposto.

7
- Dico (rispose Fausto) che secondo
ch'io veggo e che parlarne odo a ciascuno,
ne la bellezza hai pochi pari al mondo;
e questi pochi io li restringo in uno.
Quest'uno  un fratel mio, detto Iocondo.
Eccetto lui, ben creder ch'ognuno
di belt molto a dietro tu ti lassi;
ma questo sol credo t'adegui e passi. -

8
Al re parve impossibil cosa udire,
che sua la palma infin allora tenne;
e d'aver conoscenza alto desire
di s lodato giovene gli venne.
Fe's con Fausto, che di far venire
quivi il fratel prometter gli convenne;
ben ch'a poterlo indur che ci venisse,
saria fatica, e la cagion gli disse:

9
che 'l suo fratello era uom che mosso il piede
mai non avea di Roma alla sua vita,
che del ben che Fortuna gli concede,
tranquilla e senza affanni avea notrita:
la roba di che 'l padre il lasci erede,
n mai cresciuta avea n minuita;
e che parrebbe a lui Pavia lontana
pi che non parria a un altro ire alla Tana.

10
E la difficult saria maggiore
a poterlo spiccar da la mogliere,
con cui legato era di tanto amore,
che non volendo lei, non pu volere.
Pur per ubbidir lui che gli  signore,
disse d'andare e fare oltre il potere.
Giunse il re a'prieghi tali offerte e doni,
che di negar non gli lasci ragioni.

11
Partisse, e in pochi giorni ritrovosse
dentro di Roma alle paterne case.
Quivi tanto preg, che 'l fratel mosse
s ch'a venire al re gli persuase;
e fece ancor (ben che difficil fosse)
che la cognata tacita rimase,
proponendole il ben che n'usciria,
oltre ch'obligo sempre egli l'avria.

12
Fisse Iocondo alla partita il giorno:
trov cavalli e servitori intanto;
vesti fe'far per comparire adorno,
che talor cresce una belt un bel manto.
La notte a lato, e 'l d la moglie intorno,
con gli occhi ad or ad or pregni di pianto,
gli dice che non sa come patire
potr tal lontananza e non morire;

13
che pensandovi sol, da la radice
sveller si sente il cor nel lato manco.
- Deh, vita mia, non piagnere (le dice
Iocondo, e seco piagne egli non manco);
cos mi sia questo camin felice,
come tornar vo'fra duo mesi almanco:
n mi faria passar d'un giorno il segno,
se mi donasse il re mezzo il suo regno.-

14
N la donna perci si riconforta:
dice che troppo termine si piglia;
e s'al ritorno non la trova morta,
esser non pu se non gran maraviglia.
Non lascia il duol che giorni e notte porta,
che gustar cibo, e chiuder possa ciglia;
tal che per la piet Iocondo spesso
si pente ch'al fratello abbia promesso.

15
Dal collo un suo monile ella si sciolse,
ch'una crocetta avea ricca di gemme,
e di sante reliquie che raccolse
in molti luoghi un peregrin boemme;
ed il padre di lei, ch'in casa il tolse
tornando infermo, di Ierusalemme,
venendo a morte poi ne lasci erede:
questa levossi ed al marito diede.

16
E che la porti per suo amore al collo
lo prega, s che ognor gli ne sovenga.
Piacque il dono al marito, ed accettollo;
non perch dar ricordo gli convenga:
che n tempo n assenza mai dar crollo,
n buona o ria fortuna che gli avenga,
potr a quella memoria salda e forte
c'ha di lei sempre, e avr dopo la morte.

17
La notte ch'and inanzi a quella aurora
che fu il termine estremo alla partenza,
al suo Iocondo par ch'in braccio muora
la moglie, che n'ha tosto da star senza.
Mai non si dorme; e inanzi al giorno un'ora
viene il marito all'ultima licenza.
Mont a cavallo e si part in effetto;
e la moglier si ricorc nel letto.

18
Iocondo ancor duo miglia ito non era,
che gli venne la croce raccordata,
ch'avea sotto il guancial messo la sera,
poi per oblivion l'avea lasciata.
- Lasso! (dicea tra s) di che maniera
trover scusa che mi sia accettata,
che mia moglie non creda che gradito
poco da me sia l'amor suo infinito? -

19
Pensa la scusa, e poi gli cade in mente
che non sar accettabile n buona,
mandi famigli, mandivi altra gente,
s'egli medesmo non vi va in persona.
Si ferma, e al fratel dice: - Or pianamente
fin a Baccano al primo albergo sprona;
che dentro a Roma  forza ch'io rivada:
e credo anco di giugnerti per strada.

20
Non potria fare altri il bisogno mio:
n dubitar, ch'io sar tosto teco. -
volt il ronzin di trotto, e disse a Dio;
n de'famigli suoi volse alcun seco.
Gi cominciava, quando pass il rio,
dinanzi al sole a fuggir l'aer cieco.
Smonta in casa, va al letto, e la consorte
quivi ritrova addormentata forte.

21
La cortina lev senza far motto,
e vide quel che men veder credea:
che la sua casta e fedel moglie, sotto
la coltre, in braccio a un giovene giacea.
Riconobbe l'adultero di botto,
per la pratica lunga che n'avea;
ch'era de la famiglia sua un garzone,
allevato da lui, d'umil nazione.

22
S'attonito restasse e malcontento,
meglio  pensarlo e farne fede altrui,
ch'esserne mai per far l'esperimento
che con suo gran dolor ne fe'costui.
Da lo sdegno assalito, ebbe talento
di trar la spada e uccidergli ambedui:
ma da l'amor che porta, al suo dispetto,
all'ingrata moglier, gli fu interdetto.

23
N lo lasci questo ribaldo Amore
(vedi se s l'avea fatto vasallo)
destarla pur, per non le dar dolore
che fosse da lui colta in s gran fallo.
Quanto pot pi tacito usc fuore,
scese le scale, e rimont a cavallo;
e punto egli d'amor, cos lo punse,
ch'all'albergo non fu, che 'l fratel giunse.

24
Cambiato a tutti parve esser nel volto;
vider tutti che 'l cor non avea lieto.
ma non v' chi s'apponga gi di molto,
e possa penetrar nel suo secreto.
Credeano che da lor si fosse tolto
per gire a Roma, e gito era a Corneto.
Ch'amor sia del mal causa ognun s'avisa;
ma non  gi chi dir sappia in che guisa.

25
Estimasi il fratel, che dolor abbia
d'aver la moglie sua sola lasciata;
e pel contrario duolsi egli ed arrabbia
che rimasa era troppo accompagnata.
Con fronte crespa e con gonfiate labbia
sta l'infelice, e sol la terra guata.
Fausto ch'a confortarlo usa ogni prova,
perch non sa la causa, poca giova.

26
Di contrario liquor la piaga gli unge,
e dove tor dovria, gli accresce doglie;
dove dovria saldar, pi l'apre e punge:
questo gli fa col ricordar la moglie.
N posa d n notte: il sonno lunge
fugge col gusto, e mai non si raccoglie:
e la faccia, che dianzi era s bella,
si cangia s, che pi non sembra quella.

27
Par che gli occhi se ascondin ne la testa;
cresciuto il naso par nel viso scarno:
de la belt s poca gli ne resta,
che ne potr far paragone indarno.
Col duol venne una febbre s molesta,
che lo fe'soggiornar all'Arbia e all'Arno:
e se di bello avea serbata cosa,
tosto rest come al sol colta rosa.

28
Oltre ch'a Fausto incresca del fratello
che veggia a simil termine condutto,
via pi gl'incresce che bugiardo a quello
principe, a chi lodollo, parr in tutto:
mostrar di tutti gli uomini il pi bello
gli avea promesso, e mostrer il pi brutto.
Ma pur continuando la sua via,
seco lo trasse al fin dentro a Pavia.

29
Gi non vuol che lo vegga il re improviso,
per non mostrarsi di giudicio privo:
ma per lettere inanzi gli d aviso
che 'l suo fratel ne viene a pena vivo;
e ch'era stato all'aria del bel viso
un affanno di cor tanto nocivo,
accompagnato da una febbre ria,
che pi non parea quel ch'esser solia.

30
Grata ebbe la venuta di Iocondo
quanto potesse il re d'amico avere;
che non avea desiderato al mondo
cosa altretanto, che di lui vedere.
N gli spiace vederselo secondo,
e di bellezza dietro rimanere;
ben che conosca, se non fosse il male,
che gli saria superiore o uguale.

31
Giunto, lo fa alloggiar nel suo palagio,
lo visita ogni giorno, ogni ora n'ode;
fa gran provision che stia con agio,
e d'onorarlo assai si studia e gode.
Langue Iocondo, che 'l pensier malvagio
c'ha de la ria moglier, sempre lo rode:
n 'l veder giochi, n musici udire,
dramma del suo dolor pu minuire.

32
Le stanze sue, che sono appresso al tetto
l'ultime, inanzi hanno una sala antica.
Quivi solingo (perche ogni diletto,
perch'ogni compagnia prova nimica)
si ritraea, sempre aggiungendo al petto
di pi gravi pensier nuova fatica:
e trov quivi (or chi lo crederia?)
chi lo san de la sua piaga ria.

33
In capo de la sala, ove  pi scuro
(che non vi s'usa le finestre aprire,)
vede che 'l palco mal si giunge al muro,
e fa d'aria pi chiara un raggio uscire.
Pon l'occhio quindi, e vede quel che duro
a creder fra a chi l'udisse dire:
non l'ode egli d'altrui, ma se lo vede;
ed anco agli occhi suoi propri non crede.

34
Quindi scopria de la regina tutta
la pi secreta stanza e la pi bella,
ove persona non verria introdutta,
se per molto fedel non l'avesse ella.
Quindi mirando vide in strana lutta
ch'un nano aviticchiato era con quella:
ed era quel piccin stato s dotto,
che la regina avea messa di sotto.

35
Attonito Iocondo e stupefatto,
e credendo sognarsi, un pezzo stette;
e quando vide pur che gli era in fatto
e non in sogno, a se stesso credette.
- A uno sgrignuto mostro e contrafatto
dunque (disse) costei si sottomette,
che 'l maggior re del mondo ha per marito,
pi bello e pi cortese? oh che appetito! -

36
E de la moglie sua, che cos spesso
pi d'ogn'altra biasmava, ricordosse,
perch 'l ragazzo s'avea tolto appresso:
ed or gli parve che escusabil fosse.
Non era colpa sua pi che del sesso,
che d'un solo uomo mai non contentosse:
e s'han tutte una macchia d'uno inchiostro,
almen la sua non s'avea tolto un mostro.

37
Il d seguente, alla medesima ora,
al medesimo loco fa ritorno;
e la regina e il nano vede ancora,
che fanno al re pur il medesmo scorno.
Trova l'altro d ancor che si lavora,
e l'altro; e al fin non si fa festa giorno:
e la regina (che gli par pi strano)
sempre si duol che poco l'ami il nano.

38
Stette fra gli altri un giorno a veder, ch'ella
era turbata e in gran malenconia,
che due volte chiamar per la donzella
il nano fatto avea, n'ancor vena.
Mand la terza volta, ed ud quella,
che: - Madonna, egli giuoca (riferia);
e per non stare in perdita d'un soldo,
a voi niega venire il manigoldo. -

39
A s strano spettacolo Iocondo
raserena la fronte e gli occhi e il viso;
e quale in nome, divent giocondo
d'effetto ancora, e torn il pianto in riso.
Allegro torna e grasso e rubicondo,
che sembra un cherubin del paradiso;
che 'l re, il fratello e tutta la famiglia
di tal mutazion si maraviglia.

40
Se da Iocondo il re bramava udire
onde venisse il subito conforto,
non men Iocondo lo bramava dire,
e fare il re di tanta ingiuria accorto;
ma non vorria che, pi di s, punire
volesse il re la moglie di quel torto;
s che per dirlo e non far danno a lei,
il re fece giurar su l'agnusdei.

41
Giurar lo fe'che n per cosa detta,
n che gli sia mostrata che gli spiaccia,
ancor ch'egli conosca che diretta-
mente a sua Maest danno si faccia,
tardi o per tempo mai far vendetta;
e di pi vuole ancor che se ne taccia,
s che n il malfattor giamai comprenda
in fatto o in detto, che 'l re il caso intenda.

42
Il re, ch'ogn'altra cosa, se non questa,
creder potria, gli giur largamente.
Iocondo la cagion gli manifesta,
ond'era molti d stato dolente:
perch trovata avea la disonesta
sua moglie in braccio d'un suo vil sergente;
e che tal pena al fin l'avrebbe morto,
se tardato a venir fosse il conforto.

43
Ma in casa di sua Altezza avea veduto
cosa che molto gli scemava il duolo;
che se bene in obbrobrio era caduto,
era almen certo di non v'esser solo.
Cos dicendo, e al bucolin venuto,
gli dimostr il bruttissimo omiciuolo
che la giumenta altrui sotto si tiene,
tocca di sproni e fa giuocar di schene.

44
Se parve al re vituperoso l'atto,
lo crederete ben, senza ch'io 'l giuri.
Ne fu per arrabbiar, per venir matto;
ne fu per dar del capo in tutti i muri;
fu per gridar, fu per non stare al patto:
ma forza  che la bocca al fin si turi,
e che l'ira trangugi amara ed acra,
poi che giurato avea su l'ostia sacra.

45
- Che debbo far, che mi consigli, frate,
(disse a Iocondo), poi che tu mi tolli
che con degna vendetta e crudeltate
questa giustissima ira io non satolli? -
- Lascin (disse Iocondo) queste ingrate,
e proviam se son l'altre cos molli:
faccin de le lor femine ad altrui
quel ch'altri de le nostre han fatto a nui.

46
Ambi gioveni siamo, e di bellezza,
che facilmente non troviamo pari.
Qual femina sar che n'usi asprezza,
se contra i brutti ancor non han ripari?
Se belt non varr n giovinezza,
varranne almen l'aver con noi danari.
Non vo'che torni, che non abbi prima
di mille moglie altrui la spoglia opima.

47
La lunga assenza, il veder vari luoghi,
praticare altre femine di fuore,
par che sovente disacerbi e sfoghi
de l'amorose passioni il core. -
Lauda il parer, n vuol che si prorghi
il re l'andata; e fra pochissime ore,
con due scudieri, oltre alla compagnia
del cavallier roman, si mette in via.

48
Travestiti cercaro Italia, Francia,
le terre de'Fiaminghi e de l'Inglesi;
e quante ne vedean di bella guancia,
trovavan tutte ai prieghi lor cortesi.
Davano, e dato loro era la mancia;
e spesso rimetteano i danar spesi.
Da loro pregate foro molte, e foro
anch'altretante che pregaron loro.

49
In questa terra un mese, in quella dui
soggiornando, accertarsi a vera prova
che non men ne le lor, che ne l'altrui
femine, fede e castit si trova.
Dopo alcun tempo increbbe ad ambedui
di sempre procacciar di cosa nuova;
che mal poteano entrar ne l'altrui porte,
senza mettersi a rischio de la morte.

50
Gli  meglio una trovarne che di faccia
e di costumi ad ambi grata sia;
che lor communemente sodisfaccia,
e non n'abbin d'aver mai gelosia.
- E perch (dicea il re) vo'che mi spiaccia
aver pi te ch'un altro in compagnia?
So ben ch'in tutto il gran femineo stuolo
una non  che stia contenta a un solo.

51
Una, senza sforzar nostro potere,
ma quando il natural bisogno inviti,
in festa goderemoci e in piacere,
che mai contese non avren n liti.
N credo che si debba ella dolere:
che s'anco ogn'altra avesse duo mariti,
pi ch'ad un solo, a duo saria fedele;
n forse s'udirian tante querele. -

52
Di quel che disse il re, molto contento
rimaner parve il giovine romano.
Dunque fermati in tal proponimento,
cercar molte montagne e molto piano:
trovaro al fin, secondo il loro intento,
una figliuola d'uno ostiero ispano,
che tenea albergo al porto di Valenza,
bella di modi e bella di presenza.

53
Era ancor sul fiorir di primavera
sua tenerella e quasi acerba etade.
Di molti figli il padre aggravat'era,
e nimico mortal di povertade;
s ch'a disporlo fu cosa leggiera,
che desse lor la figlia in potestade;
ch'ove piacesse lor potesson trarla,
poi che promesso avean di ben trattarla.

54
Pigliano la fanciulla, e piacer n'hanno
or l'un or l'altro in caritade e in pace,
come a vicenda i mantici che danno,
or l'uno or l'altro, fiato alla fornace.
Per veder tutta Spagna indi ne vanno,
e passar poi nel regno di Siface;
e 'l d che da Valenza si partiro,
ad albergare a Zattiva veniro.

55
I patroni a veder strade e palazzi
ne vanno, e lochi publici e divini;
ch'usanza han di pigliar simil solazzi
in ogni terra ove entran peregrini;
e la fanciulla resta coi ragazzi.
Altri i letti, altri acconciano i ronzini,
altri hanno cura che sia alla tornata
dei signor lor la cena apparecchiata.

56
Ne l'albergo un garzon stava per fante,
ch'in casa de la giovene gi stette
a'servigi del padre, e d'essa amante
fu da'primi anni, e del suo amor godette.
Ben s'adocchiar, ma non ne fer sembiante,
ch'esser notato ognun di lor temette:
ma tosto ch'i patroni e la famiglia
lor dieron luogo, alzar tra lor le ciglia.

57
Il fante domand dove ella gisse,
e qual dei duo signor l'avesse seco.
A punto la Fiammetta il fatto disse
(cos avea nome, e quel garzone il Greco).
- Quando sperai che 'l tempo ohim! venisse
(il Greco le dicea) di viver teco,
Fiammetta, anima mia, tu te ne vai,
e non so pi di rivederti mai.

58
Fannosi i dolci miei disegni amari,
poi che sei d'altri, e tanto mi ti scosti.
Io disegnava, avendo alcun'danari
con gran fatica e gran sudor riposti,
ch'avanzato m'avea de'miei salari
e de le bene andate di molti osti,
di tornare a Valenza, e domandarti
al padre tuo per moglie, e di sposarti. -

59
La fanciulla negli omeri si stringe,
e risponde che fu tardo a venire.
Piange il Greco e sospira, e parte finge:
- Vuommi (dice) lasciar cos morire?
Con le tuo braccia i fianchi almen mi cinge,
lasciami disfogar tanto desire:
ch'inanzi che tu parta, ogni momento
che teco io stia mi fa morir contento. -

60
La pietosa fanciulla rispondendo:
- Credi (dicea) che men di te nol bramo;
ma n luogo n tempo ci comprendo
qui, dove in mezzo di tanti occhi siamo. -
Il Greco soggiungea: - Certo mi rendo,
che s'un terzo ami me di quel ch'io t'amo,
in questa notte almen troverai loco
che ci potren godere insieme un poco. -

61
- Come potr (diceagli la fanciulla),
che sempre in mezzo a duo la notte giaccio?
e meco or l'uno or l'altro si trastulla,
e sempre a l'un di lor mi trovo in braccio? -
- Questo ti fia (suggiunse il Greco) nulla;
che ben ti saprai tor di questo impaccio,
e uscir di mezzo lor, pur che tu voglia:
e di voler, quando di me ti doglia. -

62
Pensa ella alquanto, e poi dice che vegna
quando creder potr ch'ognuno dorma;
e pianamente come far convegna,
e de l'andare e del tornar l'informa.
Il Greco, s come ella gli disegna,
quando sente dormir tutta la torma,
viene all'uscio e lo spinge, e quel gli cede:
entra pian piano, e va a tenton col piede.

63
Fa lunghi i passi, e sempre in quel di dietro
tutto si ferma, e l'altro par che muova
a guisa che di dar tema nel vetro,
non che 'l terreno abbia a calcar, ma l'uova;
e tien la mano inanzi simil metro,
va brancolando infin che 'l letto trova:
e di l dove gli altri avean le piante,
tacito si cacci col capo inante.

64
Fra l'una e l'altra gamba di Fiammetta,
che supina giacea, diritto venne;
e quando le fu a par, l'abbracci stretta,
e sopra lei sin presso al d si tenne.
Cavalc forte, e non and a staffetta;
che mai bestia mutar non gli convenne:
che questa pare a lui che s ben trotte,
che scender non ne vuol per tutta notte.

65
Avea Iocondo ed avea il re sentito
il calpestio che sempre il letto scosse;
e l'uno e l'altro, d'uno error schernito,
s'avea creduto che 'l compagno fosse.
Poi ch'ebbe il Greco il suo camin fornito,
s come era venuto, anco tornosse.
Saett il sol da l'orizzonte i raggi;
sorse Fiammetta, e fece entrare i paggi.

66
Il re disse al compagno motteggiando:
- Frate, molto camin fatto aver di;
e tempo  ben che ti riposi, quando
stato a cavallo tutta notte sei. -
Iocondo a lui rispose di rimando,
e disse: - Tu di'quel ch'io a dire avrei.
A te tocca posare, e pro ti faccia,
che tutta notte hai cavalcato a caccia. -

67
- Anch'io (suggiunse il re) senza alcun fallo
lasciato avria il mio can correre un tratto,
se m'avessi prestato un po'il cavallo,
tanto che 'l mio bisogno avessi fatto. -
Iocondo replic: - Son tuo vasallo,
e puoi far meco e rompere ogni patto:
s che non convenia tal cenni usare;
ben mi potevi dir: lasciala stare. -

68
Tanto replica l'un, tanto soggiunge
l'altro, che sono a grave lite insieme.
Vengon da'motti ad un parlar che punge,
ch'ad amenduo l'esser beffato preme.
Chiaman Fiammetta (che non era lunge,
e de la fraude esser scoperta teme)
per fare in viso l'uno all'altro dire
quel che negando ambi parean mentire.

69
- Dimmi (le disse il re con fiero sguardo),
e non temer di me n di costui;
chi tutta notte fu quel s gagliardo,
che ti god senza far parte altrui? -
Credendo l'un provar l'altro bugiardo,
la risposta aspettavano ambedui.
Fiammetta a'piedi lor si gitt, incerta
di viver pi, vedendosi scoperta.

70
Domand lor perdono, che d'amore
ch'a un giovinetto avea portato, spinta,
e da piet d'un tormentato core
che molto avea per lei patito, vinta,
caduta era la notte in quello errore;
e seguit, senza dir cosa finta,
come tra lor con speme si condusse,
ch'ambi credesson che 'l compagno fusse.

71
Il re e Iocondo si guardaro in viso,
di maraviglia e di stupor confusi;
n d'aver anco udito lor fu aviso,
ch'altri duo fusson mai cos delusi.
Poi scoppiaro ugualmente in tanto riso,
che con la bocca aperta e gli occhi chiusi,
potendo a pena il fiato aver del petto,
a dietro si lasciar cader sul letto.

72
Poi ch'ebbon tanto riso, che dolere
se ne sentiano il petto, e pianger gli occhi,
disson tra lor: - Come potremo avere
guardia, che la moglier non ne l'accocchi,
se non giova tra duo questa tenere,
e stretta s, che l'uno e l'altro tocchi?
Se pi che crini avesse occhi il marito,
non potria far che non fosse tradito.

73
Provate mille abbiamo, e tutte belle;
n di tante una  ancor che ne contraste.
Se provian l'altre, fian simili anch'elle;
ma per ultima prova costei baste.
Dunque possiamo creder che pi felle
non sien le nostre, o men de l'altre caste:
e se son come tutte l'altre sono,
che torniamo a godercile fia buono. -

74
Conchiuso ch'ebbon questo, chiamar fero
per Fiammetta medesima il suo amante;
e in presenza di molti gli la diero
per moglie, e dote gli fu bastante.
Poi montaro a cavallo, e il lor sentiero
ch'era a ponente, volsero a levante;
ed alle mogli lor se ne tornaro,
di ch'affanno mai pi non si pigliaro. -

75
L'ostier qui fine alla sua istoria pose,
che fu con molta attenzione udita.
Udilla il Saracin, n gli rispose
parola mai, fin che non fu finita.
Poi disse: - Io credo ben che de l'ascose
feminil frode sia copia infinita;
n si potria de la millesma parte
tener memoria con tutte le carte. -

76
Quivi era un uom d'et, ch'avea pi retta
opinion degli altri, e ingegno e ardire;
e non potendo ormai, che s negletta
ogni femina fosse, pi patire,
si volse a quel ch'avea l'istoria detta,
e gli disse: - Assai cose udimo dire,
che veritade in s non hanno alcuna:
e ben di queste  la tua favola una.

77
A chi te la narr non do credenza,
s'evangelista ben fosse nel resto;
ch'opinione, pi ch'esperienza
ch'abbia di donne, lo facea dir questo.
L'avere ad una o due malivolenza,
fa ch'odia e biasma l'altre oltre all'onesto;
ma se gli passa l'ira, io vo'tu l'oda,
pi ch'ora biasmo, anco dar lor gran loda.

78
E se vorr lodarne, avra maggiore
il campo assai, ch'a dirne mal non ebbe:
di cento potr dir degne d'onore
verso una trista che biasmar si debbe.
Non biasmar tutte, ma serbarne fuore
la bont d'infinite si dovrebbe;
e se 'l Valerio tuo disse altrimente,
disse per ira, e non per quel che sente.

79
Ditemi un poco:  di voi forse alcuno
ch'abbia servato alla sua moglie fede?
che nieghi andar, quando gli sia oportuno,
all'altrui donna, e darle ancor mercede?
credete in tutto 'l mondo trovarne uno?
chi 'l dice, mente; e folle  ben chi 'l crede.
Trovatene vo'alcuna che vi chiami?
(non parlo de le publiche ed infami).

80
Conoscete alcun voi, che non lasciasse
la moglie sola, ancor che fosse bella,
per seguire altra donna, se sperasse
in breve e facilmente ottener quella?
Che farebbe egli, quando lo pregasse
o desse premio a lui donna o donzella?
Credo, per compiacere or queste or quelle,
che tutti lasciaremmovi la pelle.

81
Quelle che i lor mariti hanno lasciati,
le pi volte cagione avuta n'hanno.
Del suo di casa, li veggon svogliati,
e che fuor, de l'altrui bramosi, vanno.
Dovriano amar, volendo essere amati,
e tor con la misura ch'a lor danno.
Io farei (se a me stesse il darla e torre)
tal legge, ch'uom non vi potrebbe opporre.

82
Saria la legge, ch'ogni donna colta
in adulterio, fosse messa a morte,
se provar non potesse ch'una volta
avesse adulterato il suo consorte:
se provar lo potesse, andrebbe asciolta,
n temeria il marito n la corte.
Cristo ha lasciato nei precetti suoi:
non far altrui quel che patir non vuoi.

83
La incontinenza  quanto mal si puote
imputar lor, non gi a tutto lo stuolo.
Ma in questo chi ha di noi pi brutte note?
che continente non si trova un solo.
E molto pi n'ha ad arrossir le gote,
quando bestemmia, ladroneccio, dolo,
usura ed omicidio, e se v' peggio,
raro, se non dagli uomini, far veggio. -

84
Appresso alle ragioni avea il sincero
e giusto vecchio in pronto alcuno esempio
di donne, che n in fatto n in pensiero
mai di lor castit patiron scempio.
Ma il Saracin, che fuggia udire il vero,
lo minacci con viso crudo ed empio,
s che lo fece per timor tacere;
ma gi non lo mut di suo parere.

85
Posto ch'ebbe alle liti e alle contese
termine il re pagan, lasci la mensa;
indi nel letto per dormir si stese
fin al partir de l'aria scura e densa:
ma de la notte, a sospirar l'offese
pi de la donna ch'a dormir, dispensa.
Quindi parte all'uscir del nuovo raggio,
e far disegna in nave il suo viaggio.

86
Per ch'avendo tutto quel rispetto
ch'a buon cavallo dee buon cavalliero,
a quel suo bello e buono, ch'a dispetto
tenea di Sacripante e di Ruggiero;
vedendo per duo giorni averlo stretto
pi che non si dovria s buon destriero,
lo pon, per riposarlo, e lo rassetta
in una barca, e per andar pi in fretta.

87
Senza indugio al nocchier varar la barca,
e dar fa i remi all'acqua da la sponda.
Quella, non molto grande e poco carca,
se ne va per la Sonna gi a seconda.
Non fugge il suo pensier n se ne scarca
Rodomonte per terra n per onda:
lo trova in su la proda e in su la poppa;
e se cavalca, il porta dietro in groppa.

88
Anzi nel capo, o sia nel cor gli siede,
e di fuor caccia ogni conforto e serra.
Di ripararsi il misero non vede,
da poi che gli nimici ha ne la terra.
Non sa da chi sperar possa mercede,
se gli fanno i domestici suoi guerra:
la notte e 'l giorno e sempre  combattuto
da quel crudel che dovria dargli aiuto.

89
Naviga il giorno e la notte seguente
Rodomonte col cor d'affanni grave;
e non si pu l'ingiuria tor di mente,
che da la donna e dal suo re avuto have;
e la pena e il dolor medesmo sente,
che sentiva a cavallo, ancora in nave:
n spegner pu, per star ne l'acqua, il fuoco,
n pu stato mutar, per mutar loco.

90
Come l'infermo, che dirotto e stanco
di febbre ardente, va cangiando lato;
o sia su l'uno o sia su l'altro fianco
spera aver, se si volge, miglior stato;
n sul destro riposa n sul manco,
e per tutto ugualmente  travagliato:
cos il pagano al male ond'era infermo
mal trova in terra e male in acqua schermo.

91
Non puote in nave aver pi pazienza,
e si fa porre in terra Rodomonte.
Lion passa e Vienna, indi Valenza
e vede in Avignone il ricco ponte;
che queste terre ed altre ubidienza,
che son tra il fiume e 'l celtibero monte,
rendean al re Agramante e al re di Spagna
dal d che fur signor de la campagna.

92
Verso Acquamorta a man dritta si tenne
con animo in Algier passare in fretta;
e sopra un fiume ad una villa venne
e da Bacco e da Cerere diletta,
che per le spesse ingiurie, che sostenne
dai soldati, a votarsi fu costretta.
Quinci il gran mare, e quindi ne l'apriche
valli vede ondeggiar le bionde spiche.

93
Quivi ritrova una piccola chiesa
di nuovo sopra un monticel murata,
che poi ch'intorno era la guerra accesa,
i sacerdoti vota avean lasciata.
Per stanza fu da Rodomonte presa;
che pel sito, e perch'era sequestrata
dai campi, onde avea in odio udir novella,
gli piacque s, che mut Algieri in quella.

94
Mut d'andare in Africa pensiero,
s commodo gli parve il luogo e bello.
Famigli e carriaggi e il suo destriero
seco alloggiar fe'nel medesmo ostello.
Vicino a poche leghe a Mompoliero
e ad alcun altro ricco e buon castello
siede il villaggio allato alla riviera;
s che d'avervi ogn'agio il modo v'era.

95
Standovi un giorno il Saracin pensoso
(come pur era il pi del tempo usato),
vide venir per mezzo un prato erboso,
che d'un piccol sentiero era segnato,
una donzella di viso amoroso
in compagnia d'un monaco barbato;
e si traeano dietro un gran destriero
sotto una soma coperta di nero.

96
Chi la donzella, chi 'l monaco sia,
chi portin seco, vi debbe esser chiaro.
Conoscere Issabella si dovria,
che 'l corpo avea del suo Zerbino caro.
Lasciai che vr Provenza ne vena
sotto la scorta del vecchio preclaro,
che le avea persuaso tutto il resto
dicare a Dio del suo vivere onesto.

97
Come ch'in viso pallida e smarrita
sia la donzella ed abbia i crini inconti;
e facciano i sospir continua uscita
del petto acceso, e gli occhi sien duo fonti;
ed altri testimoni d'una vita
misera e grave in lei si veggan pronti;
tanto per di bello anco le avanza,
che con le Grazie Amor vi pu aver stanza.

98
Tosto che 'l Saracin vide la bella
donna apparir, messe il pensiero al fondo,
ch'avea di biasmar sempre e d'odiar quella
schiera gentil che pur adorna il mondo.
E ben gli par dignissima Issabella,
in cui locar debba il suo amor secondo,
e spenger totalmente il primo, a modo
che da l'asse si trae chiodo con chiodo.

99
Incontra se le fece, e col pi molle
parlar che seppe, e col miglior sembiante,
di sua condizione domandolle;
ed ella ogni pensier gli spieg inante;
come era per lasciare il mondo folle,
e farsi amica a Dio con opre sante.
Ride il pagano altier ch'in Dio non crede,
d'ogni legge nimico e d'ogni fede.

100
E chiama intenzione erronea e lieve,
e dice che per certo ella troppo erra;
n men biasmar che l'avaro si deve,
che 'l suo ricco tesor metta sotterra:
alcuno util per s non ne riceve,
e da l'uso degli altri uomini il serra.
Chiuder leon si denno, orsi e serpenti,
e non le cose belle ed innocenti.

101
Il monaco, ch'a questo avea l'orecchia,
e per soccorrer la giovane incauta,
che ritratta non sia per la via vecchia,
sedea al governo qual pratico nauta,
quivi di spiritual cibo apparecchia
tosto una mensa sontuosa e lauta.
Ma il Saracin, che con mal gusto nacque,
non pur la sapor, che gli dispiacque:

102
e poi ch'invano il monaco interroppe,
e non pot mai far s che tacesse,
e che di pazienza il freno roppe,
le mani adosso con furor gli messe.
Ma le parole mie parervi troppe
potriano omai, se pi se ne dicesse:
s che finir il canto; e mi fia specchio
quel che per troppo dire accade al vecchio.


CANTO VENTINOVESIMO.


1
O degli uomini inferma e instabil mente!
come sin presti a variar disegno!
Tutti i pensier mutamo facilmente,
pi quei che nascon d'amoroso sdegno.
Io vidi dianzi il Saracin s ardente
contra le donne, e passar tanto il segno,
che non che spegner l'odio, ma pensai
che non dovesse intiepidirlo mai.

2
Donne gentil, per quel ch'a biasmo vostro
parl contra il dover, s offeso sono,
che sin che col suo mal non gli dimostro
quanto abbia fatto error, non gli perdono.
Io far s con penna e con inchiostro,
ch'ognun vedr che gli era utile e buono
aver taciuto, e mordersi anco poi
prima la lingua, che dir mal di voi.

3
Ma che parl come ignorante e sciocco,
ve lo dimostra chiara esperienza.
Incontra tutte trasse fuor lo stocco
de l'ira, senza farvi differenza:
poi d'Issabella un sguardo s l'ha tocco,
che subito gli fa mutar sentenza.
Gi in cambio di quell'altra la disia,
l'ha vista a pena, e non sa ancor chi sia.

4
E come il nuovo amor lo punge e scalda,
muove alcune ragion di poco frutto,
per romper quella mente intera e salda
ch'ella avea fissa al Creator del tutto.
Ma l'eremita che l' scudo e falda,
perch il casto pensier non sia distrutto,
con argumenti pi validi e fermi,
quanto pi pu, le fa ripari e schermi.

5
Poi che l'empio pagan molto ha sofferto
con lunga noia quel monaco audace,
e che gli ha detto invan ch'al suo deserto
senza lei pu tornar quando gli piace;
e che nuocer si vede a viso aperto,
e che seco non vuol triegua n pace:
la mano al mento con furor gli stese,
e tanto ne pel, quanto ne prese.

6
E s crebbe la furia, che nel collo
con man lo stringe a guisa di tanaglia;
e poi ch'una e due volte raggirollo,
da s per l'aria e verso il mar lo scaglia.
Che n'avenisse, n dico n sollo:
varia fama  di lui, n si raguaglia.
Dice alcun che s rotto a un sasso resta,
che 'l pi non si discerne da la testa;

7
ed altri, ch'a cadere and nel mare,
ch'era pi di tre miglia indi lontano,
e che mor per non saper notare,
fatti assai prieghi e orazioni invano;
altri, ch'un santo lo venne aiutare,
lo trasse al lito con visibil mano.
Di queste, qual si vuol, la vera sia:
di lui non parla pi l'istoria mia.

8
Rodomonte crudel, poi che levato
s'ebbe da canto il garrulo eremita,
si ritorn con viso men turbato
verso la donna mesta e sbigottita;
e col parlar ch' fra gli amanti usato,
dicea ch'era il suo core e la sua vita
e 'l suo conforto e la sua cara speme,
ed altri nomi tai che vanno insieme.

9
E si mostr s costumato allora,
che non le fece alcun segno di forza.
Il sembiante gentil che l'innamora,
l'usato orgoglio in lui spegne ed ammorza:
e ben che 'l frutto trar ne possa fuora,
passar non per vuole oltre a la scorza;
che non gli par che potesse esser buono,
quando da lei non lo accettasse in dono.

10
E cos di disporre a poco a poco
a'suoi piaceri Issabella credea.
Ella, che in s solingo e strano loco,
qual topo in piede al gatto si vedea,
vorria trovarsi inanzi in mezzo il fuoco;
e seco tuttavolta rivolgea
s'alcun partito, alcuna via fosse atta
a trarla quindi immaculata e intatta.

11
Fa ne l'animo suo proponimento
di darsi con sua man prima la morte,
che 'l barbaro crudel n'abbia il suo intento,
e che le sia cagion d'errar s forte
contra quel cavallier ch'in braccio spento
l'avea crudele e dispietata sorte;
a cui fatto have col pensier devoto
de la sua castit perpetuo voto.

12
Crescer pi sempre l'appetito cieco
vede del re pagan, n sa che farsi.
Ben sa che vuol venire all'atto bieco,
ove i contrasti suoi tutti fien scarsi.
Pur discorrendo molte cose seco,
il modo trov al fin di ripararsi,
e di salvar la castit sua, come
io vi dir, con lungo e chiaro nome.

13
Al brutto Saracin, che le vena
gi contra con parole e con effetti
privi di tutta quella cortesia
che mostrata le avea ne'primi detti:
- Se fate che con voi sicura io sia
del mio onor (disse) e ch'io non ne sospetti,
cosa all'incontro vi dar, che molto
pi vi varr, ch'avermi l'onor tolto.

14
Per un piacer di s poco momento,
di che n'ha s abondanza tutto 'l mondo,
non disprezzate un perpetuo contento,
un vero gaudio a nullo altro secondo.
Potrete tuttavia ritrovar cento
e mille donne di viso giocondo;
ma chi vi possa dar questo mio dono,
nessuno al mondo, o pochi altri ci sono.

15
Ho notizia d'un'erba, e l'ho veduta
venendo, e so dove trovarne appresso,
che bollita con elera e con ruta
ad un fuoco di legna di cipresso,
e fra mano innocenti indi premuta,
manda un liquor, che, chi si bagna d'esso
tre volte il corpo, in tal modo l'indura,
che dal ferro e dal fuoco l'assicura.

16
Io dico, se tre volte se n'immolla,
un mese invulnerabile si trova.
Oprar conviensi ogni mese l'ampolla;
che sua virt pi termine non giova.
Io so far l'acqua, ed oggi ancor farolla,
ed oggi ancor voi ne vedrete prova:
e vi pu, s'io non fallo, esser pi grata,
che d'aver tutta Europa oggi acquistata.

17
Da voi domando in guiderdon di questo,
che su la fede vostra mi giuriate
che n in detto n in opera molesto
mai pi sarete alla mia castitate. -
Cos dicendo, Rodomonte onesto
fe'ritornar; ch'in tanta voluntate
venne ch'inviolabil si facesse,
che pi ch'ella non disse, le promesse:

18
e servaralle fin che vegga fatto
de la mirabil acqua esperienza;
e sforzerasse intanto a non fare atto,
a non far segno alcun di violenza.
Ma pensa poi di non tenere il patto,
perch non ha timor n riverenza
di Dio o di santi; e nel mancar di fede
tutta a lui la bugiarda Africa cede.

19
Ad Issabella il re d'Algier scongiuri
di non la molestar fe'pi di mille,
pur ch'essa lavorar l'acqua procuri,
che far lo pu qual fu gi Cigno e Achille.
Ella per balze e per valloni oscuri
da le citt lontana e da le ville
ricoglie di molte erbe; e il Saracino
non l'abandona, e l' sempre vicino.

20
Poi ch'in pi parti quant'era a bastanza
colson de l'erbe e con radici e senza,
tardi si ritornaro alla lor stanza;
dove quel paragon di continenza
tutta la notte spende, che l'avanza,
a bollir erbe con molta avertenza:
e a tutta l'opra e a tutti quei misteri
si trova ognor presente il re d'Algieri.

21
Che producendo quella notte in giuoco
con quelli pochi servi ch'eran seco,
sentia, per lo calor del vicin fuoco
ch'era rinchiuso in quello angusto speco,
tal sete, che bevendo or molto or poco,
duo baril votar pieni di greco,
ch'aveano tolto uno o duo giorni inanti
i suoi scudieri a certi viandanti.

22
Non era Rodomonte usato al vino,
perch la legge sua lo vieta e danna:
e poi che lo gust, liquor divino
gli par, miglior che 'l nettare o la manna;
e riprendendo il rito saracino,
gran tazze e pieni fiaschi ne tracanna.
Fece il buon vino, ch'and spesso intorno,
girare il capo a tutti come un torno.

23
La donna in questo mezzo la caldaia
dal fuoco tolse, ove quell'erbe cosse;
e disse a Rodomonte: - Acci che paia
che mie parole al vento non ho mosse,
quella che 'l ver da la bugia dispaia,
e che pu dotte far le genti grosse,
te ne far l'esperienza ancora,
non ne l'altrui, ma nel mio corpo or ora.

24
Io voglio a far il saggio esser la prima
del felice liquor di virt pieno,
acci tu forse non facessi stima
che ci fosse mortifero veneno.
Di questo bagnerommi da la cima
del capo gi pel collo e per lo seno:
tu poi tua forza in me prova e tua spada,
se questo abbia vigor, se quella rada.-

25
Bagnossi, come disse, e lieta porse
all'incauto pagano il collo ignudo,
incauto, e vinto anco dal vino forse,
incontra a cui non vale elmo n scudo.
Quel uom bestial le prest fede, e scorse
s con la mano e s col ferro crudo,
che del bel capo, gi d'Amore albergo,
fe'tronco rimanere il petto e il tergo.

26
Quel fe'tre balzi; e funne udita chiara
voce, ch'uscendo nomin Zerbino,
per cui seguire ella trov s rara
via di fuggir di man del Saracino.
Alma, ch'avesti pi la fede cara,
e 'l nome quasi ignoto e peregrino
al tempo nostro, de la castitade,
che la tua vita e la tua verde etade,

27
vattene in pace, alma beata e bella!
Cos i miei versi avesson forza, come
ben m'affaticherei con tutta quella
arte che tanto il parlar orna e come,
perch mille e mill'anni e pi, novella
sentisse il mondo del tuo chiaro nome.
Vattene in pace alla superna sede,
e lascia all'altre esempio di tua fede.

28
All'atto incomparabile e stupendo,
dal cielo il Creator gi gli occhi volse,
e disse: - Pi di quella ti commendo,
la cui morte a Tarquinio il regno tolse;
e per questo una legge fare intendo
tra quelle mie, che mai tempo non sciolse,
la qual per le inviolabil'acque giuro
che non muter seculo futuro.

29
Per l'avvenir vo'che ciascuna ch'aggia
il nome tuo, sia di sublime ingegno,
e sia bella, gentil, cortese e saggia,
e di vera onestade arrivi al segno:
onde materia agli scrittori caggia
di celebrare il nome inclito e degno;
tal che Parnasso, Pindo ed Elicone
sempre Issabella, Issabella risuone. -

30
Dio cos disse, e fe'serena intorno
l'aria, e tranquillo il mar pi che mai fusse.
Fe'l'alma casta al terzo ciel ritorno,
e in braccio al suo Zerbin si ricondusse.
Rimase in terra con vergogna e scorno
quel fier senza piet nuovo Breusse;
che poi che 'l troppo vino ebbe digesto,
biasm il suo errore, e ne rest funesto.

31
Placare o in parte satisfar pensosse
a l'anima beata d'Issabella,
se, poi ch'a morte il corpo le percosse,
desse almen vita alla memoria d'ella.
Trov per mezzo, acci che cos fosse,
di convertirle quella chiesa, quella
dove abitava e dove ella fu uccisa,
in un sepolcro; e vi dir in che guisa.

32
Di tutti i lochi intorno fa venire
mastri, chi per amore e chi per tema;
e fatto ben seimila uomini unire,
de'gravi sassi i vicin monti scema,
e ne fa una gran massa stabilire,
che da la cima era alla parte estrema
novanta braccia; e vi rinchiude dentro
la chiesa, che i duo amanti have nel centro.

33
Imita quasi la superba mole
che fe'Adriano all'onda tiberina.
Presso al sepolcro una torre alta vuole;
ch'abitarvi alcun tempo si destina.
Un ponte stretto e di due braccia sole
fece su l'acqua che correa vicina.
Lungo il ponte, ma largo era s poco,
che dava a pena a duo cavalli loco;

34
a duo cavalli che venuti a paro,
o ch'insieme si fossero scontrati:
e non avea n sponda n riparo,
e si potea cader da tutti i lati.
Il passar quindi vuol che costi caro
a guerrieri o pagani o battezzati;
che de le spoglie lor mille trofei
promette al cimiterio di costei.

35
In dieci giorni e in manco fu perfetta
l'opra del ponticel che passa il fiume;
ma non fu gi il sepolcro cos in fretta,
n la torre condutta al suo cacume:
pur fu levata s, ch'alla veletta
starvi in cima una guardia avea costume,
che d'ogni cavallier che vena al ponte,
col corno facea segno a Rodomonte.

36
E quel s'armava, e se gli vena a opporre
ora su l'una, ora su l'altra riva;
che se 'l guerrier vena di vr la torre,
su l'altra proda il re d'Algier veniva.
Il ponticello  il campo ove si corre;
e se 'l destrier poco del segno usciva,
cadea nel fiume, ch'alto era e profondo:
ugual periglio a quel non avea il mondo.

37
Aveasi imaginato il Saracino,
che, per gir spesso a rischio di cadere
dal ponticel nel fiume a capo chino,
dove gli converria molt'acqua bere,
del fallo a che l'indusse il troppo vino,
dovesse netto e mondo rimanere;
come l'acqua, non men che 'l vino, estingua
l'error che fa pel vino o mano o lingua.

38
Molti fra pochi d vi capitaro:
alcuni la via dritta vi condusse,
ch'a quei che verso Italia o Spagna andaro
altra non era che pi trita fusse;
altri l'ardire, e, pi che vita caro,
l'onore, a farvi di s prova indusse.
E tutti, ove acquistar credean la palma,
lasciavan l'arme, e molti insieme l'alma.

39
Di quelli ch'abbattea, s'eran pagani,
si contentava d'aver spoglie ed armi;
e di chi prima furo, i nomi piani
vi facea sopra, e sospendeale ai marmi:
ma ritenea in prigion tutti i cristiani;
e che in Algier poi li mandasse parmi.
Finita ancor non era l'opra, quando
vi venne a capitare il pazzo Orlando.

40
A caso venne il furioso conte
a capitar su questa gran riviera,
dove, come io vi dico, Rodomonte
fare in fretta facea, n finito era
la torre n il sepolcro, e a pena il ponte:
e di tutte arme, fuor che di visiera,
a quell'ora il pagan si trov in punto,
ch'Orlando al fiume e al ponte  sopragiunto.

41
Orlando (come il suo furor lo caccia)
salta la sbarra e sopra il ponte corre.
Ma Rodomonte con turbata faccia,
a pi, com'era inanzi a la gran torre,
gli grida di lontano e gli minaccia,
n se gli degna con la spada opporre:
Indiscreto villan, ferma le piante,
temerario, importuno ed arrogante!

42
Sol per signori e cavallieri  fatto
il ponte, non per te, bestia balorda. -
Orlando, ch'era in gran pensier distratto,
vien pur inanzi e fa l'orecchia sorda.
- Bisogna ch'io castighi questo matto -
disse il pagano; e con la voglia ingorda
vena per traboccarlo gi ne l'onda,
non pensando trovar chi gli risponda.

43
In questo tempo una gentil donzella,
per passar sovra il ponte, al fiume arriva,
leggiadramente ornata e in viso bella,
e nei sembianti accortamente schiva.
Era (se vi ricorda, Signor) quella
che per ogni altra via cercando giva
di Brandimarte, il suo amator, vestigi,
fuor che, dove era, dentro da Parigi.

44
Ne l'arrivar di Fiordiligi al ponte
(che cos la donzella nomata era),
Orlando s'attacc con Rodomonte
che lo volea gittar ne la riviera.
La donna, ch'avea pratica del conte,
subito n'ebbe conoscenza vera:
e rest d'alta maraviglia piena,
de la follia che cos nudo il mena.

45
Fermasi a riguardar che fine avere
debba il furor dei duo tanti possenti.
Per far del ponte l'un l'altro cadere
a por tutta lor forza sono intenti.
- Come  ch'un pazzo debba s valere? -
seco il fiero pagan dice tra'denti;
e qua e l si volge e si raggira,
pieno di sdegno e di superbia e d'ira.

46
Con l'una e l'altra man va ricercando
far nuova presa, ove il suo meglio vede;
or tra le gambe, or fuor gli pone, quando
con arte il destro, e quando il manco piede.
Simiglia Rodomonte intorno a Orlando
lo stolido orso che sveller si crede
l'arbor onde  caduto; e come n'abbia
quello ogni colpa, odio gli porta e rabbia.

47
Orlando, che l'ingegno avea sommerso,
io non so dove, e sol la forza usava,
l'estrema forza a cui per l'universo
nessuno o raro paragon si dava,
cader del ponte si lasci riverso
col pagano abbracciato come stava.
Cadon nel fiume e vanno al fondo insieme:
ne salta in aria l'onda, e il lito geme.

48
L'acqua gli fece distaccare in fretta.
Orlando  nudo, e nuota com'un pesce:
di qua le braccia, e di l i piedi getta,
e viene a proda; e come di fuor esce,
correndo va, n per mirare aspetta,
se in biasmo o in loda questo gli riesce.
Ma il pagan, che da l'arme era impedito,
torn pi tardo e con pi affanno al lito.

49
Sicuramente Fiordiligi intanto
avea passato il ponte e la riviera;
e guardato il sepolcro in ogni canto,
se del suo Brandimarte insegna v'era,
poi che n l'arme sue vede n il manto,
di ritrovarlo in altra parte spera.
Ma ritorniamo a ragionar del conte,
che lascia a dietro e torre e fiume e ponte.

50
Pazzia sar, se le pazzie d'Orlando
prometto raccontarvi ad una ad una;
che tante e tante fur, ch'io non so quando
finir: ma ve n'andr scegliendo alcuna
solenne ed atta da narrar cantando,
e ch'all'istoria mi parr oportuna;
n quella tacer miraculosa,
che fu nei Pirenei sopra Tolosa.

51
Trascorso avea molto paese il conte,
come dal grave suo furor fu spinto;
ed al fin capit sopra quel monte
per cui dal Franco  il Tarracon distinto;
tenendo tuttavia volta la fronte
verso l dove il sol ne viene estinto:
e quivi giunse in uno angusto calle,
che pendea sopra una profonda valle.

52
Si vennero a incontrar con esso al varco
duo boscherecci gioveni, ch'inante
avean di legna un loro asino carco;
e perch ben s'accorsero al sembiante,
ch'avea di cervel sano il capo scarco,
gli gridano con voce minacciante,
o ch'a dietro o da parte se ne vada,
e che si levi di mezzo la strada.

53
Orlando non risponde altro a quel detto,
se non che con furor tira d'un piede,
e giunge a punto l'asino nel petto
con quella forza che tutte altre eccede;
ed alto il leva, s, ch'uno augelletto
che voli in aria, sembra a chi lo vede.
Quel va a cadere alla cima d'un colle,
ch'un miglio oltre la valle il giogo estolle.

54
Indi verso i duo gioveni s'aventa,
dei quali un, pi che senno, ebbe aventura,
che da la balza, che due volte trenta
braccia cadea, si gitt per paura.
A mezzo il tratto trov molle e lenta
una macchia di rubi e di verzura,
a cui bast graffiargli un poco il volto:
del resto lo mand libero e sciolto.

55
L'altro s'attacca ad un scheggion ch'usciva
fuor de la roccia, per salirvi sopra;
perch si spera, s'alla cima arriva,
di trovar via che dal pazzo lo cuopra.
Ma quel nei piedi (che non vuol che viva)
lo piglia, mentre di salir s'adopra:
e quanto pi sbarrar puote le braccia,
le sbarra s, ch'in duo pezzi lo straccia;

56
a quella guisa che veggin talora
farsi d'uno aeron, farsi d'un pollo,
quando si vuol de le calde interiora
che falcone o ch'astor resti satollo.
Quanto  bene accaduto che non muora
quel che fu a risco di fiaccarsi il collo!
ch'ad altri poi questo miracol disse,
s che l'ud Turpino, e a noi lo scrisse.

57
E queste ed altre assai cose stupende
fece nel traversar de la montagna.
Dopo molto cercare, al fin discende
verso meriggie alla terra di Spagna;
e lungo la marina il camin prende,
ch'intorno a Taracona il lito bagna:
e come vuol la furia che lo mena,
pensa farsi uno albergo in quella arena,

58
dove dal sole alquanto si ricuopra;
e nel sabbion si caccia arrido e trito.
Stando cos, gli venne a caso sopra
Angelica la bella e il suo marito,
ch'eran (s come io vi narrai di sopra)
scesi dai monti in su l'ispano lito.
A men d'un braccio ella gli giunse appresso,
perch non s'era accorta ancora d'esso.

59
Che fosse Orlando, nulla le soviene:
troppo  diverso da quel ch'esser suole.
Da indi in qua che quel furor lo tiene,
 sempre andato nudo all'ombra e al sole:
se fosse nato all'aprica Siene,
o dove Ammone il Garamante cole,
o presso ai monti onde il gran Nilo spiccia,
non dovrebbe la carne aver pi arsiccia.

60
Quasi ascosi avea gli occhi ne la testa,
la faccia macra, e come un osso asciutta,
la chioma rabuffata, orrida e mesta,
la barba folta, spaventosa e brutta.
Non pi a vederlo Angelica fu presta,
che fosse a ritornar, tremando tutta:
tutta tremando, e empiendo il ciel di grida,
si volse per aiuto alla sua guida.

61
Come di lei s'accorse Orlando stolto,
per ritenerla si lev di botto:
cos gli piacque il delicato volto,
cos ne venne immantinente giotto.
D'averla amata e riverita molto
ogni ricordo era in lui guasto e rotto.
Gli corre dietro, e tien quella maniera
che terria il cane a seguitar la fera.

62
Il giovine che 'l pazzo seguir vede
la donna sua, gli urta il cavallo adosso,
e tutto a un tempo lo percuote e fiede,
come lo trova che gli volta il dosso.
Spiccar dal busto il capo se gli crede:
ma la pelle trov dura come osso,
anzi via pi ch'acciar; ch'Orlando nato
impenetrabile era ed affatato.

63
Come Orlando sent battersi dietro,
girossi, e nel girare il pugno strinse,
e con la forza che passa ogni metro,
fer il destrier che 'l Saracino spinse.
Feril sul capo, e come fosse vetro,
lo spezz s, che quel cavallo estinse:
e rivoltosse in un medesmo istante
dietro a colei che gli fuggiva inante.

64
Caccia Angelica in fretta la giumenta,
e con sferza e con spron tocca e ritocca;
che le parrebbe a quel bisogno lenta,
se ben volasse pi che stral da cocca.
De l'annel c'ha nel dito si ramenta,
che pu salvarla, e se lo getta in bocca:
e l'annel, che non perde il suo costume,
la fa sparir come ad un soffio il lume.

65
O fosse la paura, o che pigliasse
tanto disconcio nel mutar l'annello,
o pur, che la giumenta traboccasse,
che non posso affermar questo n quello;
nel medesmo momento che si trasse
l'annello in bocca e cel il viso bello,
lev le gambe ed usc de l'arcione,
e si trov riversa in sul sabbione.

66
Pi corto che quel salto era dua dita,
aviluppata rimanea col matto,
che con l'urto le avria tolta la vita;
ma gran ventura l'aiut a quel tratto.
Cerchi pur, ch'altro furto le dia aita
d'un'altra bestia, come prima ha fatto;
che pi non  per riaver mai questa
ch'inanzi al paladin l'arena pesta.

67
Non dubitate gi ch'ella non s'abbia
a provedere; e seguitiamo Orlando,
in cui non cessa l'impeto e la rabbia
perch si vada Angelica celando.
Segue la bestia per la nuda sabbia,
e se le vien pi sempre approssimando:
gi gi la tocca, ed ecco l'ha nel crine,
indi nel freno, e la ritiene al fine.

68
Con quella festa il paladin la piglia,
ch'un altro avrebbe fatto una donzella:
le rassetta le redine e la briglia,
e spicca un salto ed entra ne la sella;
e correndo la caccia molte miglia,
senza riposo, in questa parte e in quella:
mai non le leva n sella n freno,
n le lascia gustare erba n fieno.

69
Volendosi cacciare oltre una fossa,
sozzopra se ne va con la cavalla.
Non nocque a lui, n sent la percossa;
ma nel fondo la misera si spalla.
Non vede Orlando come trar la possa;
e finalmente se l'arreca in spalla,
e su ritorna, e va con tutto il carco,
quanto in tre volte non trarrebbe un arco.

70
Sentendo poi che gli gravava troppo,
la pose in terra, e volea trarla a mano.
Ella il seguia con passo lento e zoppo;
dicea Orlando: - Camina! - e dicea invano.
Se l'avesse seguito di galoppo,
assai non era al desiderio insano.
Al fin dal capo le lev il capestro,
e dietro la leg sopra il pi destro;

71
e cos la strascina, e la conforta
che lo potr seguir con maggior agio.
Qual leva il pelo, e quale il cuoio porta,
dei sassi ch'eran nel camin malvagio.
La mal condotta bestia rest morta
finalmente di strazio e di disagio.
Orlando non le pensa e non la guarda,
e via correndo il suo camin non tarda.

72
Di trarla, anco che morta, non rimase,
continoando il corso ad occidente;
e tuttavia saccheggia ville e case,
se bisogno di cibo aver si sente;
e frutte e carne e pan, pur ch'egli invase,
rapisce; ed usa forza ad ogni gente:
qual lascia morto e qual storpiato lassa;
poco si ferma, e sempre inanzi passa.

73
Avrebbe cos fatto, o poco manco,
alla sua donna, se non s'ascondea;
perch non discernea il nero dal bianco,
e di giovar, nocendo si credea.
Deh maledetto sia l'annello ed anco
il cavallier che dato le l'avea!
che se non era, avrebbe Orlando fatto
di s vendetta e di mill'altri a un tratto.

74
N questa sola, ma fosser pur state
in man d'Orlando quante oggi ne sono;
ch'ad ogni modo tutte sono ingrate,
n si trova tra loro oncia di buono.
Ma prima che le corde rallentate
al canto disugual rendano il suono,
fia meglio differirlo a un'altra volta,
acci men sia noioso a chi l'ascolta.


CANTO TRENTESIMO.


1
Quando vincer da l'impeto e da l'ira
si lascia la ragion, n si difende,
e che 'l cieco furor s inanzi tira
o mano o lingua, che gli amici offende;
se ben dipoi si piange e si sospira,
non  per questo che l'error s'emende.
Lasso! io mi doglio e affliggo invan di quanto
dissi per ira al fin de l'altro canto.

2
Ma simile son fatto ad uno infermo,
che dopo molta pazienza e molta,
quando contra il dolor non ha pi schermo,
cede alla rabbia e a bestemmiar si volta.
Manca il dolor, n l'impeto sta fermo,
che la lingua al dir mal facea s sciolta;
e si ravvede e pente e n'ha dispetto:
ma quel c'ha detto, non pu far non detto.

3
Ben spero, donne, in vostra cortesia
aver da voi perdon, poi ch'io vel chieggio.
Voi scusarete, che per frenesia,
vinto da l'aspra passion, vaneggio.
Date la colpa alla nimica mia,
che mi fa star, ch'io non potrei star peggio,
e mi fa dir quel di ch'io son poi gramo:
sallo Idio, s'ella ha il torto; essa, s'io l'amo.

4
Non men son fuor di me, che fosse Orlando;
e non son men di lui di scusa degno,
ch'or per li monti, or per le piagge errando,
scorse in gran parte di Marsilio il regno,
molti d la cavalla strascinando
morta, come era, senza alcun ritegno;
ma giunto ove un gran fiume entra nel mare,
gli fu forza il cadavero lasciare.

5
E perch sa nuotar come una lontra,
entra nel fiume, e surge all'altra riva.
Ecco un pastor sopra un cavallo incontra,
che per abeverarlo al fiume arriva.
Colui, ben che gli vada Orlando incontra,
perch egli  solo e nudo, non lo schiva.
- Vorrei del tuo ronzin (gli disse il matto)
con la giumenta mia far un baratto.

6
Io te la mostrer di qui, se vuoi;
che morta l su l'altra ripa giace:
la potrai far tu medicar dipoi;
altro diffetto in lei non mi dispiace.
Con qualche aggiunta il ronzin dar mi puoi:
smontane in cortesia, perch mi piace. -
Il pastor ride, e senz'altra risposta
va verso il guado, e dal pazzo si scosta.

7
- Io voglio il tuo cavallo: ol non odi? -
suggiunse Orlando, e con furor si mosse.
Avea un baston con nodi spessi e sodi
quel pastor seco, e il paladin percosse.
La rabbia e l'ira pass tutti i modi
del conte; e parve fier pi che mai fosse.
Sul capo del pastore un pugno serra,
che spezza l'osso, e morto il caccia in terra.

8
Salta a cavallo, e per diversa strada
va discorrendo, e molti pone a sacco.
Non gusta il ronzin mai fieno n biada,
tanto ch'in pochi d ne riman fiacco:
ma non per ch'Orlando a piedi vada,
che di vetture vuol vivere a macco;
e quante ne trov, tante ne mise
in uso, poi che i lor patroni uccise.

9
Capit al fin a Malega, e pi danno
vi fece, ch'egli avesse altrove fatto:
che oltre che ponesse a saccomanno
il popul s, che ne rest disfatto,
n si pot rifar quel n l'altr'anno;
tanti n'uccise il periglioso matto,
vi spian tante case e tante accese,
che disfe'pi che 'l terzo del paese.

10
Quindi partito, venne ad una terra,
Zizera detta, che siede allo stretto
di Zibeltarro, o vuoi di Zibelterra,
che l'uno e l'altro nome le vien detto;
ove una barca che sciogliea da terra
vide piena di gente da diletto,
che solazzando all'aura matutina,
ga per la tranquillissima marina.

11
Cominci il pazzo a gridar forte: -Aspetta! -
che gli venne disio d'andare in barca.
Ma bene invano e i gridi e gli urli getta;
che volentier tal merce non si carca.
Per l'acqua il legno va con quella fretta
che va per l'aria irondine che varca.
Orlando urta il cavallo e batte e stringe,
e con un mazzafrusto all'acqua spinge.

12
Forza  ch'al fin nell'acqua il cavallo entre,
ch'invan contrasta, e spende invano ogni opra:
bagna i genocchi, e poi la groppa e 'l ventre,
indi la testa, e a pena appar di sopra.
Tornare a dietro non si speri, mentre
la verga tra l'orecchie se gli adopra.
Misero! o si convien tra via affogare,
o nel lito african passare il mare.

13
Non vede Orlando pi poppe n sponde
che tratto in mar l'avean dal lito asciutto;
che son troppo lontane, e le nasconde
agli occhi bassi l'alto e mobil flutto:
e tuttavia il destrier caccia tra l'onde,
ch'andar di l dal mar dispone in tutto.
Il destrier, d'acqua pieno e d'alma voto,
finalmente fin la vita e il nuoto.

14
And nel fondo, e vi traea la salma,
se non si tenea Orlando in su le braccia.
Mena le gambe e l'una e l'altra palma,
e soffia, e l'onda spinge da la faccia.
Era l'aria soave e il mare in calma:
e ben vi bisogn pi che bonaccia;
ch'ogni poco che 'l mar fosse pi sorto,
restava il paladin ne l'acqua morto.

15
Ma la Fortuna, che dei pazzi ha cura,
del mar lo trasse nel lito di Setta,
in una spiaggia, lungi da le mura
quanto sarian duo tratti di saetta.
Lungo il mar molti giorni alla ventura
verso levante and correndo in fretta;
fin che trov, dove tendea sul lito
di nera gente esercito infinito.

16
Lasciamo il paladin ch'errando vada:
ben di parlar di lui torner tempo.
Quanto, Signore, ad Angelica accada
dopo ch'usc di man del pazzo a tempo;
e come a ritornare in sua contrada
trovasse e buon navilio e miglior tempo,
e de l'India a Medor desse lo scettro,
forse altri canter con miglior plettro.

17
Io sono a dir tante altre cose intento,
che di seguir pi questa non mi cale.
Volger conviemmi il bel ragionamento
al Tartaro, che spinto il suo rivale,
quella bellezza si godea contento,
a cui non resta in tutta Europa uguale,
poscia che se n' Angelica partita,
e la casta Issabella al ciel salita.

18
De la sentenza Mandricardo altiero,
ch'in suo favor la bella donna diede,
non pu fruir tutto il diletto intero;
che contra lui son altre liti in piede.
L'una gli muove il giovene Ruggiero,
perch l'aquila bianca non gli cede;
l'altra il famoso re di Sericana,
che da lui vuol la spada Durindana.

19
S'affatica Agramante, n disciorre,
n Marsilio con lui, sa questo intrico:
n solamente non li pu disporre
che voglia l'un de l'altro essere amico;
ma che Ruggiero a Mandricardo torre
lasci lo scudo del Troiano antico,
o Gradasso la spada non gli vieti,
tanto che questa o quella lite accheti.

20
Ruggier non vuol ch'in altra pugna vada
con lo suo scudo; n Gradasso vuole
che, fuor che contra s porti la spada
che 'l glorioso Orlando portar suole.
- Al fin veggiamo in cui la sorte cada
(disse Agramante), e non sian pi parole;
veggin quel che Fortuna ne disponga,
e sia preposto quel ch'ella preponga.

21
E se compiacer meglio mi volete,
onde d'aver ve n'abbia obligo ognora,
chi de'di voi combatter, sortirete;
ma con patto, ch'al primo ch'esca fuora,
amendue le querele in man porrete:
s che, per s vincendo, vinca ancora
pel compagno; e perdendo l'un di vui,
cos perduto abbia per ambidui.

22
Tra Gradasso e Ruggier credo che sia
di valor nulla o poca differenza;
e di lor qual si vuol venga fuor pria,
so ch'in arme far per eccellenza.
Poi la vittoria da quel canto stia,
che vorr la divina providenza.
Il cavallier non avr colpa alcuna,
ma il tutto imputerassi alla Fortuna. -

23
Steron taciti al detto d'Agramante
e Ruggiero e Gradasso; ed accordarsi
che qualunque di loro uscir inante,
e l'una briga e l'altra abbia a pigliarsi.
Cos in duo brevi, ch'avean simigliante
ed ugual forma, i nomi lor notarsi;
e dentro un'urna quelli hanno rinchiusi,
versati molto, e sozzopra confusi.

24
Un semplice fanciul nell'urna messe
la mano, e prese un breve; e venne a caso
ch'in questo il nome di Ruggier si lesse,
essendo quel del Serican rimaso.
Non si pu dir quanta allegrezza avesse,
quando Ruggier si sent trar del vaso,
e d'altra parte il Sericano doglia;
ma quel che manda il ciel, forza  che toglia.

25
Ogni suo studio il Sericano, ogni opra
a favorire, ad aiutar converte
perch Ruggiero abbia a restar di sopra:
e le cose in suo pro, ch'avea gi esperte,
come or di spada, or di scudo si cuopra,
qual sien botte fallaci e qual sien certe,
quando tentar, quando schivar fortuna
si dee, gli torna a mente ad una ad una.

26
Il resto di quel d, che da l'accordo
e dal trar de le sorti sopravanza,
 speso dagli amici in dar ricordo,
chi a l'un guerrier chi all'altro, come  usanza.
Il popul, di veder la pugna ingordo,
s'affretta a gara d'occupar la stanza:
n basta a molti inanzi giorno andarvi,
che voglion tutta notte anco veggiarvi.

27
La sciocca turba disiosa attende
ch'i duo buon cavallier vengano in prova;
che non mira pi lungi n comprende
di quel ch'inanzi agli occhi si ritrova.
Ma Sobrino e Marsilio, e chi pi intende
e vede ci che nuoce e ci che giova,
biasma questa battaglia, ed Agramante,
che voglia comportar che vada inante.

28
N cessan raccordargli il grave danno
che n'ha d'avere il popul saracino,
muora Ruggiero o il tartaro tiranno,
quel che prefisso  dal suo fier destino:
d'un sol di lor via pi bisogno avranno
per contrastare al figlio di Pipino,
che di dieci altri mila che ci sono,
tra'quai fatica  ritrovare un buono.

29
Conosce il re Agramante che gli  vero,
ma non pu pi negar ci c'ha promesso.
Ben prega Mandricardo e il buon Ruggiero,
che gli ridonin quel c'ha lor concesso;
e tanto pi che 'l lor litigio  un zero,
n degno in prova d'arme esser rimesso:
e s'in ci pur nol vogliono ubbidire,
voglino almen la pugna differire.

30
Cinque o sei mesi il singular certame,
o meno o pi, si differisca, tanto
che cacciato abbin Carlo del reame,
tolto lo scettro, la corona e il manto.
Ma l'un e l'altro, ancor che voglia e brame
il re ubbidir, pur sta duro da canto;
che tale accordo obbrobrioso stima
a chi 'l consenso suo vi dar prima,

31
Ma pi del re, ma pi d'ognun ch'invano
spenda a placare il Tartaro parole,
la bella figlia del re Stordilano
supplice il priega, e si lamenta e duole:
lo prega che consenta al re africano
e voglia quel che tutto il campo vuole;
si lamenta e si duol che per lui sia
timida sempre e piena d'angonia.

32
- Lassa! (dicea) che ritrovar poss'io
rimedio mai ch'a riposar mi vaglia,
s'or contra questo, or quel, nuovo disio
vi trarr sempre a vestir piastra e maglia?
C'ha potuto giovare al petto mio
il gaudio che sia spenta la battaglia
per me da voi contra quell'altro presa,
se un'altra non minor se n' gi accesa?

33
Ohim! ch'invano i'me n'andava altiera
ch'un re s degno, un cavallier s forte
per me volesse in perigliosa e fiera
battaglia porsi al risco de la morte;
ch'or veggo per cagion tanto leggiera
non meno esporvi alla medesma sorte.
Fu natural ferocit di core
ch'a quella v'istig, pi che 'l mio amore.

34
Ma se gli  ver che 'l vostro amor sia quello
che vi sforzate di mostrarmi ognora,
per lui vi prego, e per quel gran flagello
che mi percuote l'alma e che m'accora,
che non vi caglia se 'l candido augello
ha ne lo scudo quel Ruggiero ancora.
Utile o danno a voi non so ch'importi,
che lasci quella insegna o che la porti.

35
Poco guadagno, e perdita uscir molta
de la battaglia pu, che per far ste:
quando abbiate a Ruggier l'aquila tolta,
poca merc d'un gran travaglio avrete;
ma se Fortuna le spalle vi volta
(che non per nel crin presa tenete),
causate un danno, ch'a pensarvi solo
mi sento il petto gi sparrar di duolo.

36
Quando la vita a voi per voi non sia
cara, e pi amate un'aquila dipinta,
vi sia almen cara per la vita mia:
non sar l'una senza l'altra estinta.
Non gi morir con voi grave mi fia:
son di seguirvi in vita e in morte accinta;
ma non vorrei morir s malcontenta
come io morr, se dopo voi son spenta. -

37
Con tai parole e simili altre assai,
che le lacrime accompagnano e sospiri,
pregar non cessa tutta notte mai
perch'alla pace il suo amator ritiri;
e quel, suggendo dagli umidi rai
quel dolce pianto, e quei dolci martiri
da le vermiglie labra pi che rose,
lacrimando egli ancor, cos rispose:

38
- Deh, vita mia, non vi mettete affanno,
deh non, per Dio, di cos lieve cosa;
che se Carlo e 'l re d'Africa, e ci c'hanno
qui di gente moresca e di franciosa,
spiegasson le bandiere in mio sol danno,
voi pur non ne dovreste esser pensosa.
Ben mi mostrate in poco conto avere,
se per me un Ruggier sol vi fa temere.

39
E vi dovria pur ramentar che, solo
(e spada io non avea n scimitarra),
con un troncon di lancia a un grosso stuolo
d'armati cavallier tolsi la sbarra.
Gradasso, ancor che con vergogna e duolo
lo dica, pure, a chi 'l domanda, narra
che fu in Soria a un castel mio prigioniero;
ed  pur d'altra fama che Ruggiero.

40
Non niega similmente il re Gradasso,
e sallo Isolier vostro e Sacripante,
io dico Sacripante, il re circasso,
e 'l famoso Grifone ed Aquilante,
cent'altri e pi, che pure a questo passo
stati eran presi alcuni giorni inante,
macometani e gente di battesmo,
che tutti liberai quel d medesmo.

41
Non cessa ancor la maraviglia loro
de la gran prova ch'io feci quel giorno,
maggior, che se l'esercito del Moro
e del Franco inimici avessi intorno.
Ed or potr Ruggier, giovine soro,
farmi da solo a solo o danno o scorno?
Ed or c'ho Durindana e l'armatura
d'Ettr, vi de'Ruggier metter paura?

42
Deh, perch dianzi in prova non venni io,
se far di voi con l'arme io potea acquisto?
So che v'avrei s aperto il valor mio,
ch'avresti il fin gi di Ruggier previsto.
Asciugate le lacrime, e, per Dio,
non mi fate uno augurio cos tristo;
e siate certa che 'l mio onor m'ha spinto,
non ne lo scudo il bianco augel dipinto. -

43
Cos disse egli; e molto ben risposto
gli fu da la mestissima sua donna,
che non pur lui mutato di proposto,
ma di luogo avria mossa una colonna.
Ella era per dover vincer lui tosto,
ancor ch'armato, e ch'ella fosse in gonna;
e l'avea indutto a dir, se 'l re gli parla
d'accordo pi, che volea contentarla.

44
E lo facea; se non, tosto ch'al Sole
la vaga Aurora fe'l'usata scorta,
l'animoso Ruggier, che mostrar vuole
che con ragion la bella aquila porta,
per non udir pi d'atti e di parole
dilazion, ma far la lite corta,
dove circonda il popul lo steccato,
sonando il corno s'appresenta armato.

45
Tosto che sente il Tartaro superbo,
ch'alla battaglia il suono altier lo sfida,
non vuol pi de l'accordo intender verbo,
ma si lancia del letto, ed arme grida;
e si dimostra s nel viso acerbo,
che Doralice istessa non si fida
di dirgli pi di pace n di triegua:
e forza  infin che la battaglia segua.

46
Subito s'arma, ed a fatica aspetta
da'suoi scudieri i debiti servigi;
poi monta sopra il buon cavallo in fretta,
che del gran difensor fu di Parigi;
e vien correndo invr la piazza eletta
a terminar con l'arme i gran litigi.
Vi giunse il re e la corte allora allora;
s ch'all'assalto fu poca dimora.

47
Posti lor furo ed allacciati in testa
i lucidi elmi, e date lor le lance.
Siegue la tromba a dare il segno presta,
che fece a mille impallidir le guance.
Posero l'aste i cavallieri in resta,
e i corridori punsero alle pance;
e venner con tale impeto a ferirsi,
che parve il ciel cader, la terra aprirsi.

48
Quinci e quindi venir si vede il bianco
augel che Giove per l'aria sostenne;
come ne la Tessalia si vide anco
venir pi volte, ma con altre penne.
Quanto sia l'uno e l'altro ardito e franco,
mostra il portar de le massicce antenne;
e molto pi, ch'a quello incontro duro,
quai torri ai venti, o scogli all'onde furo.

49
I tronchi fin al ciel ne sono ascesi:
scrive Turpin, verace in questo loco,
che dui o tre gi ne tornaro accesi,
ch'eran saliti alla sfera del fuoco.
I cavallieri i brandi aveano presi:
e come quei che si temeano poco,
si ritornaro incontra; e a prima giunta
ambi alla vista si ferir di punta.

50
Ferirsi alla visiera al primo tratto;
e non miraron, per mettersi in terra,
dare ai cavalli morte, ch' mal atto,
perch'essi non han colpa de la guerra.
Chi pensa che tra lor fosse tal patto,
non sa l'usanza antiqua, e di molto erra:
senz'altro patto, era vergogna e fallo
e biasmo eterno a chi feria il cavallo.

51
Ferirsi alla visiera, ch'era doppia,
ed a pena anco a tanta furia resse.
L'un colpo appresso all'altro si raddoppia:
le botte pi che grandine son spesse,
che spezza fronde e rami e grano e stoppia,
e uscir invan fa la sperata messe.
Se Durindana e Balisarda taglia,
sapete, e quanto in queste mani vaglia.

52
Ma degno di s colpo ancor non fanno,
s l'uno e l'altro ben sta su l'aviso.
Usc da Mandricardo il primo danno,
per cui fu quasi il buon Ruggiero ucciso:
d'uno di quei gran colpi che far sanno,
gli fu lo scudo pel mezzo diviso,
e la corazza apertagli di sotto;
e fin sul vivo il crudel brando ha rotto.

53
L'aspra percossa agghiacci il cor nel petto,
per dubbio di Ruggiero, ai circostanti,
nel cui favor si conoscea lo affetto
dei pi inchinar, se non di tutti quanti.
E se Fortuna ponesse ad effetto
quel che la maggior parte vorria inanti,
gi Mandricardo saria morto o preso:
s che 'l suo colpo ha tutto il campo offeso.

54
Io credo che qualche agnol s'interpose
per salvar da quel colpo il cavalliero.
Ma ben senza pi indugio gli rispose,
terribil pi che mai fosse, Ruggiero.
La spada in capo a Mandricardo pose;
ma s lo sdegno fu subito e fiero,
e tal fretta gli fe', ch'io men l'incolpo
se non mand a ferir di taglio il colpo.

55
Se Balisarda lo giungea pel dritto,
l'elmo d'Ettorre era incantato invano.
Fu s del colpo Mandricardo afflitto,
che si lasci la briglia uscir di mano.
D'andar tre volte accenna a capo fitto,
mentre scorrendo va d'intorno il piano
quel Brigliador che conoscete al nome,
dolente ancor de le mutate some.

56
Calcata serpe mai tanto non ebbe,
n ferito leon, sdegno e furore,
quanto il Tartaro, poi che si riebbe
dal colpo che di s lo trasse fuore.
E quanto l'ira e la superbia crebbe,
tanto e pi crebbe in lui forza e valore:
fece spiccare a Brigliadoro un salto
verso Ruggiero, e alz la spada in alto.

57
Levossi in su le staffe, ed all'elmetto
segnolli; e si credette veramente
partirlo a quella volta fin al petto:
ma fu di lui Ruggier pi diligente;
che, pria che 'l braccio scenda al duro effetto,
gli caccia sotto la spada pungente,
e gli fa ne la maglia ampla finestra,
che sotto difendea l'ascella destra.

58
E Balisarda al suo ritorno trasse
di fuori il sangue tiepido e vermiglio,
e viet a Durindana che calasse
impetuosa con tanto periglio;
ben che fin su la groppa si piegasse
Ruggiero, e per dolor strignesse il ciglio:
e s'elmo in capo avea di peggior tempre,
gli era quel colpo memorabil sempre.

59
Ruggier non cessa, e spinge il suo cavallo,
e Mandricardo al destro fianco trova.
Quivi scelta finezza di metallo
e ben condutta tempra poco giova
contra la spada che non scende in fallo,
che fu incantata non per altra prova,
che per far ch'a'suoi colpi nulla vaglia
piastra incantata ed incantata maglia.

60
Taglionne quanto ella ne prese, e insieme
lasci ferito il Tartaro nel fianco,
che 'l ciel bestemmia, e di tant'ira freme,
che 'l tempestoso mare  orribil manco.
Or s'apparecchia a por le forze estreme:
lo scudo ove in azzurro  l'augel bianco,
vinto da sdegno, si gitt lontano,
e messe al brando e l'una e l'altra mano.

61
- Ah (disse a lui Ruggier), senza pi basti
a mostrar che non merti quella insegna,
ch'or tu la getti, e dianzi la tagliasti;
n potrai dir mai pi che ti convegna. -
Cos dicendo, forza  che egli attasti
con quanta furia Durindana vegna;
che s gli grava e s gli pesa in fronte,
che pi leggier potea cadervi un monte.

62
E per mezzo gli fende la visiera;
buon per lui che dal viso si discosta:
poi cal su l'arcion che ferrato era,
n lo difese averne doppia crosta:
giunse al fin su l'arnese, e come cera
l'aperse con la falda sopraposta;
e fer gravemente ne la coscia
Ruggier, s ch'assai stette a guarir poscia.

63
De l'un, come de l'altro, fatte rosse
il sangue l'arme avea con doppia riga;
tal che diverso era il parer, chi fosse
di lor, ch'avesse il meglio in quella briga.
Ma quel dubbio Ruggier tosto rimosse
con la spada che tanti ne castiga:
mena di punta, e drizza il colpo crudo
onde gittato avea colui lo scudo.

64
Fora de la corazza il lato manco,
e di venire al cor trova la strada,
che gli entra pi d'un palmo sopra il fianco:
s che convien che Mandricardo cada
d'ogni ragion che pu ne l'augel bianco,
o che pu aver ne la famosa spada;
e da la cara vita cada insieme,
che, pi che spada e scudo, assai gli preme.

65
Non mor quel meschin senza vendetta;
ch'a quel medesmo tempo che fu colto,
la spada, poco sua, men di fretta;
ed a Ruggier avria partito il volto,
se gi Ruggier non gli avesse intercetta
prima la forza, e assai del vigor tolto:
di forza e di vigor troppo gli tolse
dianzi, che sotto il destro braccio il colse.

66
Da Mandricardo fu Ruggier percosso
nel punto ch'egli a lui tolse la vita;
tal ch'un cerchio di ferro, anco che grosso,
e una cuffia d'acciar ne fu partita.
Durindana tagli cotenna ed osso,
e nel capo a Ruggiero entr due dita.
Ruggier stordito in terra si riversa,
e di sangue un ruscel dal capo versa.

67
Il primo fu Ruggier, ch'and per terra;
e dipoi stette l'altro a cader tanto,
che quasi crede ognun che de la guerra
riporti Mandricardo il pregio e il vanto:
e Doralice sua, che con gli altri erra,
e che quel d pi volte ha riso e pianto,
Dio ringrazi con mani al ciel supine,
ch'avesse avuta la pugna tal fine.

68
Ma poi ch'appare a manifesti segni
vivo chi vive, e senza vita il morto,
nei petti dei fautor mutano regni:
di l mestizia, e di qua vien conforto.
I re, i signori, i cavallier pi degni,
con Ruggier ch'a fatica era risorto,
a rallegrarsi ed abbracciarsi vanno,
e gloria senza fine e onor gli danno.

69
Ognun s'allegra con Ruggiero, e sente
il medesmo nel cor, c'ha ne la bocca.
Sol Gradasso il pensiero ha differente
tutto da quel che fuor la lingua scocca:
mostra gaudio nel viso; e occultamente
del glorioso acquisto invidia il tocca;
e maledice o sia destino o caso,
il qual trasse Ruggier prima del vaso.

70
Che dir del favor, che de le tante
carezze e tante, affettuose e vere,
che fece a quel Ruggiero il re Agramante,
senza il qual dare al vento le bandiere,
n volse muover d'Africa le piante,
n senza lui si fid in tante schiere?
Or che del re Agricane ha spento il seme,
prezza pi lui, che tutto il mondo insieme.

71
N di tal volont gli uomini soli
eran verso Ruggier, ma le donne anco,
che d'Africa e di Spagna fra gli stuoli
eran venute al tenitorio franco.
E Doralice istessa, che con duoli
piangea l'amante suo pallido e bianco,
forse con l'altre ita sarebbe in schiera,
se di vergogna un duro fren non era.

72
Io dico forse, non ch'io ve l'accerti,
ma potrebbe esser stato di leggiero:
tal la bellezza e tali erano i merti,
i costumi e i sembianti di Ruggiero.
Ella, per quel che gi ne siamo esperti,
s facile era a variar pensiero,
che per non si veder priva d'amore,
avria potuto in Ruggier porre il core.

73
Per lei buono era vivo Mandricardo:
ma che ne volea far dopo la morte?
Proveder le convien d'un che gagliardo
sia notte e d ne'suoi bisogni, e forte.
Non era stato intanto a venir tardo
il pi perito medico di corte,
che di Ruggier veduta ogni ferita,
gi l'avea assicurato de la vita.

74
Con molta diligenza il re Agramante
fece colcar Ruggier ne le sue tende;
che notte e d veder sel vuole inante:
s l'ama, s di lui cura si prende.
Lo scudo al letto e l'arme tutte quante,
che fur di Mandricardo, il re gli appende;
tutte le appende, eccetto Durindana,
che fu lasciata al re di Sericana.

75
Con l'arme l'altre spoglie a Ruggier sono
date di Mandricardo, e insieme dato
gli  Brigliador, quel destrier bello e buono,
che per furore Orlando avea lasciato.
Poi quello al re diede Ruggiero in dono,
che s'avide ch'assai gli saria grato.
Non pi di questo; che tornar bisogna
a chi Ruggiero invan sospira e agogna.

76
Gli amorosi tormenti che sostenne
Bradamante aspettando, io v'ho da dire.
A Montalbano Ippalca a lei rivenne
e nuova le arrec del suo desire.
Prima, di quanto di Frontin le avenne
con Rodomonte, l'ebbe a riferire;
poi di Ruggier, che ritrov alla fonte
con Ricciardetto e'frati d'Agrismonte:

77
e che con esso lei s'era partito
con speme di trovare il Saracino,
e punirlo di quanto avea fallito
d'aver tolto a una donna il suo Frontino;
e che 'l disegno poi non gli era uscito,
perch diverso avea fatto il camino.
La cagione anco, perch non venisse
a Montalban Ruggier, tutta le disse;

78
e riferille le parole a pieno,
ch'in sua scusa Ruggier le avea commesse.
Poi si trasse la lettera di seno,
ch'egli le di, perch'ella a lei la desse.
Con viso pi turbato che sereno
prese la carta Bradamante, e lesse;
che, se non fosse la credenza stata
gi di veder Ruggier, fra pi grata.

79
L'aver Ruggiero ella aspettato, e invece
di lui vedersi ora appagar d'un scritto,
del bel viso turbar l'aria le fece
di timor, di cordoglio e di despitto.
Baci la carta diece volte e diece,
avendo a chi la scrisse il cor diritto.
Le lacrime vietar, che su vi sparse,
che con sospiri ardenti ella non l'arse.

80
Lesse la carta quattro volte e sei,
e volse ch'altretante l'imbasciata
replicata le fosse da colei
che l'una e l'altra avea quivi arrecata,
pur tuttavia piangendo: e crederei
che mai non si saria pi racchetata,
se non avesse avuto pur conforto
di riveder il suo Ruggier di corto.

81
Termine a ritornar quindici o venti
giorni avea Ruggier tolto, ed affermato
l'avea ad Ippalca poi con giuramenti
da non temer che mai fosse mancato.
- Chi m'assicura, ohim, degli accidenti
(ella dicea), c'han forza in ogni lato,
ma ne le guerre pi, che non distorni
alcun tanto Ruggier, che pi non torni?

82
Ohim! Ruggiero, ohim! chi ara creduto
ch'avendoti amato io pi di me stessa,
tu pi di me, non ch'altri, ma potuto
abbi amar gente tua inimica espressa?
A chi opprimer dovresti, doni aiuto:
chi tu dovresti aitare,  da te oppressa.
Non so se biasmo o laude esser ti credi,
ch'al premiar e al punir s poco vedi.

83
Fu morto da Troian (non so se 'l sai)
il padre tuo; ma fin ai sassi il sanno:
e tu del figlio di Troian cura hai
che non riceva alcun disnor n danno.
 questa la vendetta che ne fai,
Ruggiero? e a quei che vendicato l'hanno,
rendi tal premio, che del sangue loro
me fai morir di strazio e di martoro? -

84
Dicea la donna al suo Ruggiero assente
queste parole ed altre, lacrimando,
non una sola volta, ma sovente.
Ippalca la vena pur confortando,
che Ruggier servarebbe interamente
sua fede, e ch'ella l'aspettasse, quando
altro far non potea, fin a quel giorno
ch'avea Ruggier prescritto al suo ritorno.

85
I conforti d'Ippalca, e la speranza
che degli amanti suole esser compagna,
alla tema e al dolor tolgon possanza
di far che Bradamante ognora piagna;
in Montalban senza mutar mai stanza
voglion che fin al termine rimagna,
fino al promesso termine e giurato,
che poi fu da Ruggier male osservato.

86
Ma ch'egli alla promessa sua mancasse
non per debbe aver la colpa affatto;
ch'una causa ed un'altra s lo trasse,
che gli fu forza preterire il patto.
Convenne che nel letto si colcasse,
e pi d'un mese si stesse di piatto
in dubbio di morir, s il dolor crebbe
dopo la pugna che col Tartaro ebbe.

87
L'innamorata giovane l'attese
tutto quel giorno e desiollo invano,
n mai ne seppe, fuor quanto ne 'ntese
ora da Ippalca, e poi dal suo germano,
che le narr che Ruggier lui difese,
e Malagigi liber e Viviano.
Questa novella, ancor ch'avesse grata,
pur di qualche amarezza era turbata:

88
che di Marfisa in quel discorso udito
l'alto valore e le bellezze avea:
ud come Ruggier s'era partito
con esso lei, e che d'andar dicea
l dove con disagio in debol sito
malsicuro Agramante si tenea.
S degna compagnia la donna lauda
ma non che se n'allegri, o che l'applauda.

89
N picciolo  il sospetto che la preme;
che se Marfisa  bella, come ha fama,
e che fin a quel d sien giti insieme,
 maraviglia se Ruggier non l'ama.
Pur non vuol creder anco, e spera e teme:
e 'l giorno che la pu far lieta e grama,
misera aspetta; e sospirando stassi,
da Montalban mai non movendo i passi.

90
Stando ella quivi, il principe, il signore
del bel castello, il primo de'suoi frati
(io non dico d'etade, ma d'onore,
che di lui prima dui n'erano nati),
Rinaldo, che di gloria e di splendore
gli ha, come il sol le stelle, illuminati,
giunse al castello un giorno in su la nona;
n, fuor ch'un paggio, era con lui persona.

91
Cagion del suo venir fu, che da Brava
ritornandosi un d verso Parigi
(come v'ho detto che sovente andava
per ritrovar d'Angelica vestigi),
avea sentita la novella prava
del suo Viviano e del suo Malagigi,
ch'eran per essere dati al Maganzese;
e perci ad Agrismonte la via prese.

92
Dove intendendo poi ch'eran salvati,
e gli aversari lor morti e distrutti,
e Marfisa e Ruggiero erano stati,
che gli aveano a quei termini ridutti;
e suoi fratelli e suoi cugin tornati
a Montalbano insieme erano tutti;
gli parve un'ora un anno di trovarsi
con esso lor l dentro ad abbracciarsi.

93
Venne Rinaldo a Montalbano, e quivi
madre, moglie abbracci, figli e fratelli,
e i cugini che dianzi eran captivi;
e parve, quando egli arriv tra quelli,
dopo gran fame irondine ch'arrivi
col cibo in bocca ai pargoletti augelli.
E poi ch'un giorno vi fu stato o dui,
partissi, e fe'partire altri con lui.

94
Ricciardo, Alardo, Ricciardetto, e d'essi
figli d'Amone, il pi vecchio Guicciardo,
Malagigi e Vivian, si furon messi
in arme dietro al paladin gagliardo.
Bradamante aspettando che s'appressi
il tempo ch'al disio suo ne vien tardo,
inferma disse agli fratelli ch'era,
e non volse con lor venire in schiera.

95
E ben lor disse il ver, ch'ella era inferma,
ma non per febbre o corporal dolore:
era il disio che l'alma dentro inferma,
e le fa alterazion patir d'amore.
Rinaldo in Montalban pi non si ferma,
e seco mena di sua gente il fiore.
Come a Parigi appropinquosse, e quanto
Carlo aiut, vi dir l'altro canto.
...
FINE Parte 2.